lunedì, Aprile 19

Contro il ritorno degli USA nel JCPOA e contro l’Iran si resuscita lo Scià In USA in campo l'Iranian Resurgent Party, erede del partito politico del defunto scià. E si fa sentire anche il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, che spara a zero sull'accordo nucleare iraniano e scommette sulla caduta del regime

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A Washington si allunga la lista di coloro che lavorano contro il rientro degli Stati Uniti nell’accordo nucleare con l’Iran, il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action).
Un nuovo gruppo di opposizione iraniano che prende il nome dal vecchio partito politico del defunto scià Mohammad Reza Pahlavi -il Partito Rastakhiz, o Rastakhiz Party of People of Iran-, sta cercando di dissuadere l’Amministrazione Joe Biden dal concludere qualsiasi accordo con Teheran. A darne notizia è ‘Foreign Lobby Report‘. Si tratta dell’Iranian Resurgent Party, con sede a Los Angeles, che si è registrato scorsa settimana come agente straniero presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Il gruppo afferma che il suo obiettivo è «unire e creare solidarietà tra i dissidenti iraniani con l’obiettivo di un cambio di regime e la creazione di un governo democratico laico in Iran».

Come parte delle loro attività, vi è il reclutamento di aderenti attraverso «social media, programmi televisivi iraniani, programmi radiofonici iraniani, pubblicazione di editoriali, articoli e libri e organizzazione di eventi pubblici occasionali». Il partito prevede, inoltre, di promuovere la pace nella regione e il ripristino di relazioni amichevoli con Stati Uniti e Israele.

La registrazione è stata presentata da Bahman Brian Shahangian, spiegando che lavorerà per «convincere i politici statunitensi che stabilire qualsiasi tipo di relazione politica e /o economica con l’attuale regime iraniano» aiuterà il medesimo a legittimarsi «e a rimanere al potere sopprimendo ulteriormente gli iraniani» e ampliando ulteriormente il conflitto nella regione. L’Amministrazione Biden sta valutando le sue opzioni per rientrare nell’accordo nucleare del 2015 con l’Iran che il Presidente Donald Trump haabbandonato nel 2018, ed è chiaro che questo sarà il primo obiettivo contro il quale lavorerà Shahangian.

Il partito si descrive come un «partito politico di recente formazione in opposizione alla Repubblica islamica dell’Iran». Il suo nome è un ritorno al Partito Rastakhiz, il partito politico fondato da Reza Pahlavi nel 1975, partito che ha sostituito il sistema politico multipartitico nell’Iran imperiale.
Si ritiene che la creazione di uno Stato monopartitico abbia alimentato la rivoluzione del 1979 che ha rovesciato la monarchia, sottolineano gli osservatori intervistati da ‘
Foreign Lobby Report‘. «Lo scià aveva chiesto ai suoi sostenitori di aderire, ed era solo un’altra indicazione che non avrebbe aperto il processo politico a voci di dissenso», ha detto Barabara Slavin, direttore del programma Future of Iran di Atlantic Council . «Ed è scomparso, ovviamente, con la rivoluzione».

Dopo la rivoluzione, lo scià e la sua famiglia sono stati costretti all’esilio. Il suo primogenito, Reza Pahlavi, si è espresso contro l’attuale governo iraniano e le violazioni dei diritti umani nel Paese. Non è chiaro se Pahlavi, che vive in Maryland, abbia qualcosa a che fare con il nuovo partito.
Slavin ha detto che la scelta del nome è ‘strana’ per un movimento che pretende di creare un «governo libero, democratico e laico». «
Non ha connotazioni molto democratiche», ha detto Slavin, affermando che se l’obiettivo è sostituire la Repubblica islamica con una democrazia, quel nome non è esattamente l’ideale.

L’Iranian Resurgent Party è solo l’ultimo di molti altri gruppi di opposizione iraniani che cercano un cambio di regime a Teheran. Il National Council of Resistance of Iran, organizzazione ombrello dominata dai Mujahedin-e-Khalq (MEK), mantiene diversi lobbisti tra cui l’ex procuratore generale Michael Mukasey. Fanno pressioni anche il Komala Party of Iranian Kurdistan e l’Iran Transition Council, quest’ultimo è attivo dal giugno scorso presso governo e Congresso. Sorto dopo le proteste del 2018 è formato dai principali gruppi politici iraniani pro-democrazia e dichiara di voler offrire una alternativa al regime a Teheran, nella convinzione che il regime clericale si sia indebolito e stia per perdere il potere.

Identica convinzione del principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, fondatore e leader del gruppo di opposizione in esilio National Council of Iran, che non ha risposto alle richieste di commento di Foreign Lobby Report‘ circa un suo ruolo in Iranian Resurgent Party, ma nel febbraio scorso, in una lunga intervista a ‘Israel Hayom‘,afferma di non avere dubbi sul fatto che il regime cadrà presto. «La graduale erosione della fede e della fiducia nel governo islamista dopo la rivoluzione ha subito un’accelerazione nell’ultimo decennio. Negli ultimi tre anni, il cambiamento è stato così drastico che sono pochi in Iran a credere ancora che la giovane generazione tollererà a lungo questo regime oppressivo dal Medioevo. Stiamo assistendo sempre più a defezioni dall’interno delle forze armate. Questo è fondamentale, perché, al momento giusto, consentirà alle forze armate di stare al fianco del popolo e consentirà una transizione pacifica».

Aggiungendo che «l‘intero track record della Repubblica Islamica è stato un fallimento. Dall’economia all’ambiente alla sanità alle nostre relazioni con il mondo, questo regime è fallito sotto ogni aspetto».

Circa il suo ritorno al potere, nel caso dell’auspicato di cambio di regime, non si espone: «Il mio obiettivo è liberare il mio Paese e stabilire una democrazia laica basata sulla volontà del popolo».

L’attenzione la concentra sull’accordo sul nucleare, spiegando che il problema fondamentale del JCPOA era che si basava sull’erronea presunzione del cambiamento comportamentale del regime. «Per quattro decenni, le potenze occidentali hanno creduto che questo regime avrebbe cambiato il suo comportamento. Non lo farà. Gli iraniani sanno che il regime non è guidato dai nostri interessi nazionali, ma dai suoi stessi interessi criminali corrotti».
«Con le ricompense finanziarie del JCPOA, il regime controllava tre principali capitali arabe», spiega Reza Pahlavi. «Non è un caso che gli accordi di Abramo siano nati dopo che il denaro è stato tagliato e le intimidazioni hanno perso la loro potenza. In Paesi come l’Iraq e il Libano, dove la gente teme le milizie armate del regime come Hezbollah, la loro perdita di denaro e potere ha provocato un contraccolpo di manifestazioni popolari contro l’influenza della Repubblica islamica. Ha anche arricchito e aumentato l’influenza dei palestinesi radicali su quelli moderati, aumentando l’insicurezza per Israele. L’infusione di denaro dal JCPOA ha permesso alle Guardie Rivoluzionarie di investire nella più grande rete globale di organizzazioni terroristiche e criminali, assicurando il loro reddito continuo e l’insicurezza delle popolazioni locali in dozzine di Paesi». Certo, ammette il principe, Repubblica Islamica ha perso alcuni mesi sulla sua strada verso l’arma nucleare. Ma in compenso ha avuto «mano libera per seminare caos nella regione, il regime non aveva nemmeno bisogno di armi nucleari. Attraverso i suoi delegati armati, la Repubblica Islamica ha una vasta superiorità regionale nella guerra a bassa intensità. Ma teme l’escalation verso l’impegno ad alta intensità, dove ha inferiorità tecnologica. Questo è il motivo per cui vuole un ombrello nucleare, per scoraggiare l’escalation ad alta intensità. Se il JCPOA non garantisce alcuna escalation, il regime ottiene ciò che vuole e continua a realizzare il suo espansionismo regionale attraverso operazioni a bassa intensità. Ma l’Occidente perde ciò di cui ha bisogno: pace e stabilità nella regione». Insomma, JCPOA è «un buon affare per la Repubblica islamica e un cattivo affare per l’Occidente e le nazioni del Medio Oriente».

Non è detto che Reza Pahlavi sia parte del nuovo partito che ha assunto il nome di quello fondato dal padre, ma certamente il prinicipe è al lavoro in questa fase cruciale per l’accordo, e per il futuro delle relazioni Iran-USA. Da settimane gli esperti mettono in guardia che o si riesce a riattivare il dialogo ora, oppure tutto dovrà essere rinviato a dopo le presidenziali di giugno, quando un vertice conservatore potrebbe rendere tutto molto più difficile. Possibile che l’attivismo dei vari gruppi di pressione e del principe miri proprio a questo, a rallentare i tempi del dialogo,scommettendo sul fatto che il tempo e le sanzioni logorino il regime.

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