giovedì, Settembre 23

Continuità o cambiamento? Trump all’ONU e i fondamenti della politica Usa Riduttivo liquidare i quarantuno minuti dell’intervento presidenziale come l’ennesimo saggio della sua retorica

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Il discorso di Donald Trump all’Assemblea generale dell’ONU ha sollevato un acceso dibattito intorno al temuto irrigidimento della posizione internazionale degli Stati Uniti. In particolare, hanno sollevato preoccupazione le affermazioni riguardo alla Corea del Nord e al futuro del ‘nuclear deal’ con l’Iran, anche se, in entrambi i casi, le parole del Presidente non hanno dissipato davvero l’ambiguità che in questi mesi ha circondato le due issues. Non è stato però, questo, il solo aspetto interessante di un discorso da molti lungamente atteso. Trump non ha, infatti, risparmiato le critiche alla stessa ONU, già in passato oggetto di polemica per la sua inefficienza e la sua burocratizzazione. Tutti temi che il Presidente ha ripreso dal podio del Palazzo di vetro, pur riconoscendo il ruolo che l’organizzazione può svolgere nel campo della promozione della pace e della sicurezza internazionale. Sarebbe, tuttavia, riduttivo liquidare i quarantuno minuti dell’intervento presidenziale come l’ennesimo saggio di retorica trumpiana. Se si prescinde dall’ormai consueto registro sopra le righe, essi hanno messo in luce, infatti, più di un aspetto che ormai può essere considerato strutturale della politica estera statunitense.

Vari osservatori hanno sottolineato il ritorno, nel discorso di Trump, di molti termini in passato ritenuti obsoleti; termini che spaziano dal ‘terrore dell’Islam radicale’ (‘radical Islamic terror’) al riferimento ripetuto al concetto di ‘sovranità’. Su questo ultimo punto il Presidente ha insistito parecchio, implicitamente rimarcando la natura sovranazionale delle Nazioni Unite. Secondo Trump, il perseguimento dei propri interessi da parte dei diversi Paesi sarebbe il modo migliore per giungere a un mondo più stabile. Con le sue parole: ‘All responsible leaders have an obligation to serve their own citizens, and the nation-state remains the best vehicle for elevating the human condition’. E’ stata da più parti sottolineata l’inopportunità di simili affermazioni in ambito ONU. Per contro, esse rispecchiano da una parte quella che dei fondatori dell’organizzazione era la visione di fondo, dall’altra la centralità che la dimensione nazionale ha sempre avuto nel discorso politica americano; una centralità che la fine della guerra fredda ha riportato alla luce e che affiora, per esempio, nella ricomparsa del concetto di ‘interesse nazionale’ al centro del dibattito pubblico intorno alla prima metà degli anni Novanta.

In questo senso, la posizione di Trump si colloca in una linea di sostanziale continuità con quella dai suoi predecessori. L’affermazione secondo cui, da Presidente degli Stati Uniti, porrà sempre l’America al primo posto (‘As President of the United States, I will always put America first’) echeggia temi affiorati negli anni dell’intervento in Somalia (1992-94, dapprima sotto egida ONU come operazione ‘Restore Hope’, quindi sotto la guida dell’organizzazione come missione UNSOM II), temi poi ripresi (per quanto con toni assai diversi) sia dal repubblicano George W. Bush, sia dal democratico Obama. Si è voluto vedere, in questa posizione, una sorta di ambiguo ‘multilateralismo à la carte’; nelle parole dell’ex Segretario di Stato Madeleine Albright (1997-2001) ‘gli Stati Uniti sono multilateralisti quando possono, unilateralisti quando devono’. D’altra parte, essa appare una declinazione coerente rispetti ai tratti dell’attuale sistema internazionale del principio enunciato nel ‘Farewell address’ del 1796 (Address of General Washington to the People of the United States on his declining of the Presidency of the United States) riguardo all’opportunità di evitare ogni alleanza vincolante.

Dietro le forme di un’apparente rottura, le posizioni di Donald Trump appaiono, quindi, anche in questa occasione, inserite in una corrente di pensiero che attraversa in maniera bipartisan il mondo politico USA. In questo senso, più che causa del cambiamento della posizione degli Stati Uniti nel mondo, il suo arrivo alla Casa Bianca ne è l’effetto. Non stupisce nemmeno la ‘riscoperta’, da parte del Presidente, di posizioni che qualcuno ha etichettato come paleo-repubblicane. Queste posizioni risultano, infatti, oggi, più adatte alla scena internazionale di un’‘ortodossia repubblicana’ che – maturata negli anni della guerra fredda – appare sempre meno adatta a gestire uno in cui sono venute largamente meno le vecchie logiche ‘di blocco’. E’ presto per capire quali forme assumerà il ‘nuovo egoismo’ statunitense. Occorre però cominciare a guardare alla attuale amministrazione non come a un’anomalia momentanea né, tanto meno, come ad una sorta di aberrazione. Donald Trump è il prodotto di un processo storico i cui effetti non si esauriranno con la fine della sua presidenza e che continueranno a lungo a produrre i loro effetti sopratutto sui fori come l’ONU, ancora strettamente legati alla posizione assunta degli Stati Uniti negli anni della guerra fredda.

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