lunedì, Aprile 12

Continua la tensione a Kiev e Bangkok field_506ffb1d3dbe2

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Ucraina proteste

La situazione a Kiev si fa sempre più tesa. Dopo la riconferma parlamentare dell’Esecutivo presiduto da Mykola Azarov della settimana scorsa, il Governo ucraino sembra ora sul punto di voler riprendere il controllo della Piazza dell’Indipendenza. La ‘Maidan’ è ormai da più di una settimana teatro delle proteste seguite alla mancata firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea e la presenza di cordoni della polizia antisommossa sembra  preannunciare una reazione da parte delle autorità. Il significato delle manifestazioni, che stanno coinvolgendo centinaia di migliaia di ucraini, non riguarda soltanto la volontà di avvicinare il Paese a Bruxelles, ma soprattutto quella di distanziarlo da Mosca e dalla sua lunga egemonia. Per questa ragione, ieri sera è stata rovesciata e demolita al grido di «Janukovyč è il prossimo» la statua di Lenin, risalente al 1946 e considerata simbolo del dominio russo: l’azione sarebbe stata perpetrata presumibilmente da militanti appartenenti al partito di estrema destra Svoboda (Libertà), che ne ha comunque rivendicato la responsabilità.

Proteste di massa hanno invece costretto la Premier thailandese Yingluck Shinawatra a sciogliere il Parlamento e ad indire nuove elezioni per il 2 febbraio. Sorte per la tentata approvazione di un’amnistia che avrebbe permesso il rientro dell’ex Primo Ministro Thaksin Shinawatra, fratello di Yingluck, le proteste non sembrano però accontentarsi del passo indietro di quest’ultima. Tra le cento e le centocinquantamila persone affollano le strade di Bangkok con l’intenzione di occupare la residenza governativa, mentre il Partito Democratico, attualmente all’opposizione, aveva già annunciato le dimissioni dei suoi 150 parlamentari in segno di protesta contro il Governo: l’ex Vicepremier democratico e leader delle proteste Suthep Thaugsuban è giunto sino a richiedere la formazione di un «Consiglio del Popolo».

Per un Governo che indice elezioni sulla scia di proteste popolari, due Governi hanno sondato l’umore dell’elettorato attraverso elezioni amministrative. Non è andata bene per il Partito del Congresso dopo che il voto indiano ha assegnato quattro importanti Stati (Delhi, Rajasthan, Madhya Pradesh e Chhatisgarh, che nell’insieme contano 180 milioni di persone) al partito di opposizione Bharatiya Janata: una sconfitta che non è solo un giudizio sul partito di Sonia Gandhi, ma è soprattutto un segnale sulle abilità di suo figlio Rahul, che ha gestito la strategia elettorale.

È andata meglio, invece, al Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) di Nicolás Maduro. Maduro era subentrato a Hugo Chávez dopo la morte di questi in aprile e le elezioni municipali svoltesi questa domenica hanno rappresentato una sorta di referendum sulla sua gestione: a pesare, non solo lo spettro dell’illustre predecessore, ma anche le difficoltà economiche che Chávez aveva lasciato in eredità. Ciononostante, su 337 comuni interessati, a tre quarti dello scrutinio sono 200 quelli conquistati dal partito di Governo, che ottiene il 49,7% dei voti complessivi: un risultato che conferma gli equilibri interni venezuelani, con l’opposizione che mantiene i centri urbani (Caracas e Maracaibo su tutti) a fronte delle aree rurali, appannaggio del PSUV. «Ho fatto quanto umanamente possibile», il commento a caldo dello sfidante Henrique Capriles.

Se il Venezuela ha così dato la sua opinione sui primi mesi dopo la scomparsa del suo storico leader, il Sudafrica ha celebrato nella stessa data un giorno di preghiera in seguito alla morte del proprio eroe nazionale, Nelson Mandela. Il funerale di Stato si terrà il 15 dicembre, ma ieri si sono tenute cerimonie nelle maggiori chiese del Paese, tra cui quella metodista di Bryanston a Johannesburg, dov’era presente anche il Presidente Jacob Zuma, e la cattolica Regina Mundi di Soweto. Per domani è invece previsto il memoriale a cui parteciperanno celebrità quali il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l’ex Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan.

Ha invece annunciato la propria assenza alle Olimpiadi Invernali di Soči il Presidente della Repubblica tedesco Joachim Gauck. La decisione è stata annunciata al Governo russo già la scorsa settimana e rappresenterebbe un boicottaggio contro le violazioni dei diritti umani da parte del Cremlino. La decisione del Presidente, che non ha mai effettuato viaggi in Russia dalla sua elezione nel 2012, non è ancora stata commentata né dall’ex schermidore tedesco Thomas Bach, Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, né dalla Cancelliera Angela Merkel. Quest’ultima è in realtà più concentrata sul voto dei tesserati dell’SPD, che deciderà del destino della nuova ‘Große Koalition’: il quorum di 200.000 voti è già stato raggiunto sabato e, mentre è già noto il dissenso della sezione giovanile del partito, il risultato del referendum interno sarà reso noto solo il 14 dicembre.

Un diverso tipo di dissenso è quello manifestato contro la sorveglianza del Governo di Washington da parte dalle maggiori società informatiche statunitensi (Apple, Facebook, Microsoft e Google tra le altre). In una lettera congiunta indirizzata al Presidente Obama ed al Congresso viene richiesta una seria riforma della National Security Agency (NSA). «Comprendiamo che i Governi abbiano tra i propri doveri la protezione dei loro cittadini», è il testo della lettera, «ma le rivelazioni di quest’estate hanno evidenziato il bisogno impellente di rivedere la sorveglianza che il Governo pratica a livello mondiale». Nella lettera, i giganti della tecnologia statunitense usano il loro peso per sottoporre nuovi principi d’azione e sostengono che i programmi di sorveglianza non dovrebbero limitarne le operazioni nei Paesi in cui gli Stati Uniti non hanno accesso ai dati dei cittadini.

Il Governo statunitense, intanto, sta fronteggiando tensioni nei propri rapporti col Pakistan. Durante la propria visita a Islamabad, il Segretario alla Difesa Chuck Hagel ha esposto le proprie lamentele per la sospensione dei rifornimenti ai contingenti NATO in Afghanistan, dovuta alle proteste degli attivisti pakistani per le vittime causate dai droni statunitensi. I rapporti tra i due Paesi sono molto tesi su questa materia, ma Washington può usare come leva sull’Esecutivo pakistano gli ingenti investimenti operati nel Paese: si parla di più di 16 miliardi di dollari spesi nella sicurezza dal 2002, oltre ai 305 milioni previsti per il 2014.

Infine, anche la Francia rimane impegnata su un fronte di guerra: quello della Repubblica Centrafricana, dove sono iniziate le operazioni per il disarmo dei ribelli da parte dell’esercito inviato da Parigi la scorsa settimana. «Il periodo di immunità è terminato», ha affermato il Ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian. Al momento, intanto, sembra essere tornata la calma nelle strade della capitale Bangui dopo tre giorni di violenti scontri tra le comunità cristiane e musulmane nell’onda lunga del colpo di stato avvenuto a marzo e che ha posto alla Presidenza il musulmano Michel Djotodia.

 

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