domenica, ottobre 21

Consultazioni: la solitudine del Presidente Mattarella Poca tattica, nessuna strategia; si andrà per le lunghe in un pantano che coinvolge tutti, da PD a M5S

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In politica spesso si devono complicare le cose per poi renderle più semplici. Quest’aurea regola, nei tempi che viviamo, non si applica. O meglio, si applica al contrario: tutti si affannano a dire che le cose sono semplici. Salvo complicarle oltre misura.

Conviene procedere per punti. Terminata la pausa pasquale, a un mese esatto dalle elezioni del 4 marzo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella avvia un primo giro di consultazioni. Non occorrerà molto tempo, fanno filtrare dal Quirinale: in un paio di giorni si esauriranno i colloqui con i rappresentanti dei vari partiti. Non che questo significhi automaticamente l’attribuire a Matteo Salvini (il leader della Lega che con il centro-destra ha raccolto il maggior numero di consensi), o a Luigi Di Maio (a capo del Movimento 5 Stelle, il partito che ha raccolto il maggior numero di voti) l’incarico di formare un Governo. Mattarella, al di là delle schermaglie ad uso giornalistico e pubblicitario, porrà ai vari leader domande precise e secche, e chiederà risposte altrettanto precise e secche: ancorate a programmi, ipotesi e prospettive concrete. Più che il ‘dire’ conterà quel che si intendefare‘, e con chi; e come.
Il fatto è che oltre ai desiderata dei vari leader ci sono altri nodicollaterali‘ da sciogliere.
Di Maio è disposto a fare carte false, pur di mettere piede a palazzo Chigi. Difficile, in tempi brevi, riuscire a dissuaderlo. Salvini ha già fatto concessioni significative, ma certo non può accettare di fare ilsecondodel leader pentastellatoSalvini, inoltre, sa che non gli conviene rompere con Silvio Berlusconi, la cui testa viene chiesta dal M5S. In quanto al Partito Democratico, frantumato com’è, al momento non può farci affidamento nessuno. Il sostanziale  ‘Aventino’ che i suoi esponenti si affannano a definire ‘opposizione responsabile’ è una scelta obbligata. Matteo Renzi nonostante abbia annunciato che intende sparire per due anni, e si limiterà a fare il semplice senatore, non si è rassegnato a un ruolo marginale, e non ha alcuna intenzione di gettare la spugna come pure sette sconfitte consecutive renderebbero doveroso. Renzi gioca la sua partita; gli oppositori interni (gli Andrea Orlando, i Dario Franceschini, i Romano Prodi, i Walter Veltroni, perfino i Paolo Gentiloni e i Maurizio Martina) sono sempre più insofferenti e vorrebbero giocare un’altra partita. Ma sono impegnati allo spasimo in questa lotta intestina. Non hanno tempo e voglia per pensare ad altro.

Si diceva dei nodi ‘collaterali’. Ci sono appuntamenti significativi, dentro e fuori dal Parlamento. Un primo nodo: il Governo Gentiloni deve decidere se trasmettere il DEF, Documento di Economia e Finanza; per legge andrebbe inviato al Parlamento entro il 10 aprile, per essere votato entro la fine del mese. Il Ministero dell’Economia vuole presentare una versione ‘leggera’, con il solo aggiornamento dell’andamento tendenziale dell’economia. Ma nel Governo non tutti sono convinti che sia effettivamente necessario questo passaggio, e ritengono più opportuno lasciare che sia il prossimo Governo a sbucciare l’imbarazzante patata.
I partiti poi, non foss’altro per poter meglio giocare le non molte carte a loro disposizione, sembrano intenzionati ad attendere i risultati delle ormai imminenti consultazioni regionali: il 22 aprile si vota in Molise, il 29 in Friuli Venezia Giulia. Salvini fa già sapere che dalle urne può arrivare un ulteriore segnale al Quirinale. Difficile, improbabile che prima di allora si celebri il matrimonio tra Lega-M5S.
Non si può escludere che Di Maio e Salvini si vedano dopo il primo giro di consultazioni; ma c’è chi ipotizza addirittura che tra i due si sia già stipulato una sorta di patto: attendere le amministrative del 10 giugno, quando si voterà il 797 Comuni (21 capoluoghi, da Treviso a Catania), per quasi sette milioni di elettori.

Situazione magmatica, e più che ovunque, nel PD. Prendete il Ministro Carlo Calenda. E’ un neo-iscritto, ultimo arrivato, e già si sente autorizzato a dettare condizioni. Leggete il suo tweet mattutino: «Leggendo i giornali, c’è qualcosa che mi sfugge. A me risultava che la direzione del PD avesse espresso con nettezza la linea dell’opposizione. Trovare ogni volta una ragione per spaccarsi è autolesionismo». Calenda, mette il dito su una piaga aperta, il duello politico che vede da una parte Renzi (prima di lasciare la segreteria PD, ha tracciato la linea ‘mai con i Cinque stelle’), dall’altra Franceschini, Orlando, Veltroni: non premono per un accordo con M5S, fanno però capire che sarebbe opportuno non sbattere la porta e semmai lasciarla socchiusa. Ma non è questa la vera posta in gioco. Il messaggio è tutto interno: «Caro Renzi, è finito il tempo nel quale decidevi tutto tu, ora siamo una leadership collettiva e la linea si discute assieme». Orlando lo dice senza girarci troppo intorno: «Stiamo sostenendo tutti il reggente, ma gli sia consentito di svolgere in modo autonomo il proprio ruolo, rinunciando a un potere di interdizione». La parola d’ordine, in sostanza, è: basta interdizioni da parte di Renzi.
C’è in ballo la segreteria del Partito. Per ora i candidati sono due: il ‘reggente’ Martina e Matteo Richetti, amico di stretta osservanza di Renzi. Ma si può essere certi che altri candidati stanno scaldando i muscoli: da Graziano Delrio a Gentiloni (se non si troverà impegnato a palazzo Chigi a ricoprire, in chissà che modo, il ruolo da cui si è appena dimesso). Il neo-parlamentare Giacomo Portas ipotizza tre possibili scenari: «Si confronteranno tre posizioni: la sinistra, da D’Alema a Orlando, che dirà: dialoghiamo, sono i più vicini a noi; la correntefilo-Mattarella‘, che punta a dare un Governo ‘presentabile’ in Europa; Renzi, che continuerà l’ostracismo; penso che prevarrà quest’ultima linea».
Come sia, Martina si sta rivelando qualcosa di più di un coordinatoredi garanzia‘; e giorno dopo giorno si coagula un fronte che va dalla minoranza di  Orlando all’area di Franceschini, dai Ministri (Gentiloni e Marco Minniti) al neocapogruppo Delrio. Uncorrentone‘ che non è ancora una componente omogenea e politicamente unitaria, ma, per la prima volta da cinque anni a questa parte costituisce una dolorosa spina nel fianco di Renzi e i suoi cari.

Acque agitate anche nel M5S, nonostante tutto appaia sotto il controllo (di Di Maio). Sono indiscrezioni; ma forse qualcosa di più. Riferiscono, queste voci, che «Beppe Grillo è stanco», ma non intenzionato a mollare. Gli ambienti grillini dell’area ortodossa, accreditano la volontà del garante del M5S di rientrare in pista per «riprendersi il Movimento». A dar credito a queste voci, Grillo sarebbe estremamente irritato con Di Maio e Casaleggio, deciso a mettere il candidato premier all’angolo. Per ora Grillo ostenta sicurezza e indifferenza: pare pensi all’eventualità di un ritorno alle urne. In quel caso «ci sarà una deroga alla regola del doppio mandato». Di Maio ricandidato certamente, ma chissà se avrà di nuovo il ruolo di candidato premier. Forse toccherà ad Alessandro Di Battista

Il Presidente Mattarella si trova ad operare in questo pantano. Di qui la sua solitudine…

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