mercoledì, Agosto 4

Consorzio Impreco: un'odissea lunga 14 anni image

0

Consorzio Impreco

Avrebbe dovuto rappresentare il riscatto di una terra fertile ma dall’economia depressa, di fatto si è trasformato nell’ennesimo scempio sociale ed amministrativo. La vicenda del Consorzio Impreco di Gricignano d’Aversa, un paese in Provincia di Caserta, è fatta di imprenditoria malata, politica deviata ed Istituzioni assenti. Ma è storia anche di coraggio e determinazione, quella di chi, in nome di un principio, non si è mai arresa, confidando, nonostante tutto, nella giustizia.

Era il 2000 quando il commercialista Luigi Giangrande in quel di Aversa nell’elegante cornice del Teatro Cimarosa al cospetto dell’allora Premier Massimo D’Alema, trionfante chiosava: «Il nostro sogno è quello di vedere gli stabilimenti già costruiti per la fine dell’anno».

Impre.Co’ era la comune insegna presieduta da Giangrande sotto cui sarebbero dovuti sorgere quegli stabilimenti. Più di cinquanta aziende del settore moda, una superficie di 358.000 Mq nella zona industriale tra Gricignano (Ce) e Carinaro (Ce), 1.700 nuovi posti lavoro, finanziamenti per 320 mld di lire di cui 200 stanziati in parti uguali da Stato e Regione Campania. Erano questi i numeri faraonici di quel sogno. Economia e cultura sembravano finalmente aver trovato la loro sede ideale in un territorio troppe volte bistrattato e disilluso.

Quattordici anni dopo di quel sogno restano soltanto macerie, un’infinità di carte bollate ed inchieste della Magistratura. La struttura, operativa soltanto per un terzo rispetto alle sue reali capacità, è per metà totalmente abbandonata. Ettari ed ettari di terreno infestato da erbacce e scheletri di cemento, là dove un tempo c’erano pescheti e centri di raccolta in grado di dare lavoro a centinaia di famiglie del posto. 

Il volto di chi mi siede dinanzi è quello di chi è abituato a combattere mille battaglie e a sfidare chiunque. L’avvocato Emilia Santagata è una donna risoluta e determinata ma soprattutto è la proprietaria di buona parte di quei terreni sui cui doveva sorgere il complesso e che furono ingiustamente espropriati così come riconosciuto da diverse sentenze della magistratura. “Sono quattordici anni” dice “che ci battiamo per far valere i nostri diritti ma ad oggi non abbiamo ricevuto ancora nulla”. I terreni su cui avrebbe dovuto sorgere l’intero complesso erano di proprietà di alcuni abitanti della zona che non volevano rinunciare alle coltivazioni che su di essi erano presenti. “All’epoca” spiega Santagata “Fu emesso un decreto di occupazione d’urgenza grazie al quale i terreni furono espropriati ai legittimi proprietari. Peccato però che quell’esproprio, così come riconosciuto da diverse sentenze della magistratura, è risultato essere totalmente illegittimo in quanto carente del requisito della pubblica utilità”.

A quelle pronunce seguirono dei provvedimenti legislativi volti a sanare ex post i vari vizi. Norme che sono giunte fino al cospetto della Corte Costituzionale che ne ha sancito l’illegittimità.   L’epilogo della vicenda, non ancora del tutto conclusa, vede il riconoscimento formale della proprietà dei terreni agli espropriati ma non il possesso, né tanto meno l’indennizzo proposto dallo Stato. Ricordare come tutto iniziò per questo legale, alle soglie dei quarant’anni, è un po’ come riavvolgere il nastro della propria giovinezza.

“Pensì un po”, dice con un sottile velo di commozione “quando vennero di notte a prendere i terreni senza ancora tutti i necessari permessi, io non ero ancora avvocato. Ricordo la mobilitazione del paese, la rabbia di chi si vedeva ingiustamente sottratto la propria terra ma soprattutto l’arroganza delle forze dell’ordine”. Santagata tra le più tenaci sostenitrici dell’illegittimità dell’esproprio fu anche picchiata dalle forze dell’ordine. “Ero lì ferma dinanzi ai cancelli ed opponevo semplicemente un’opposizione passiva, quando all’improvviso un poliziotto mi scagliò una manganellata in pieno volto, per poco non ho rischiato di perdere un occhio”. Il risarcimento che le proposero per quell’episodio è l’ennesima beffa, “Volevano che mi accontentassi di 200 euro, poi fortunatamente sono andata avanti ed il risarcimento è stato ben più congruo”. Lo stesso che vorrebbero anche per l’esproprio ma che non viene loro concesso. “Se non è possibile riavere i terreni che ce li paghino almeno, ma per l’uso cui realmente sono destinati, che non è di certo quello agricolo”. Cosa le ha insegnato questa vicenda è presto detto, “In Italia la proprietà privata semplicemente non esiste. Ma io non mi arrendo, vado avanti convinta più che mai delle mie ragioni”.

Molti hanno pagato per quello scempio che distrusse un’economia agricola senza creare nuovi posti di lavoro tra cui anche il commercialista Giangrande arrestato qualche anno dopo con un’accusa infamante ‘Associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche quantificata in 20 mln di euro’. “Di lui non so più nulla”,  dice l’avvocato quello che è sicuro è che quei soldi che dicevano di voler investire di fatto non erano i loro.  Il meccanismo, così come ipotizzato dagli inquirenti, prevedeva l’appropriazione di fondi pubblici che venivano fatti passare per risorse private. Guardare lontano con ottimismo per Santagata è quasi una necessità, prima ancora che un dovere morale. “Ho passato gran parte della mia vita a lottare per avere giustizia e non mi fermerò dinanzi a nulla, costi quel che costi”.

Andiamo via, ripercorrendo in auto l’immenso perimetro dello stabilimento, nella mente le frasi roboanti dell’allora governatore della Campania Antonio Bassolino: «Da qui può nascere un momento di grande capacità competitiva internazionale» e una certezza: qui giace per sempre l’ultimo baluardo di uno sviluppo industriale beffardo e truffaldino.  

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->