giovedì, Ottobre 28

Consiglio europeo: firme false per Renzi Il premier domani a Bruxelles deve fare i conti con l’Ue sulla legge di stabilità. Il ‘giallo delle firme false’ al Senato

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Oggi è il giorno della vigilia del Consiglio europeo, l’ultimo presieduto da Herman Van Rompuy, riunito domani e venerdì a Bruxelles. Sul tavolo dei negoziati Ue resta sempre la legge di stabilità, messa in dubbio dalla Commissione europea con una lettera di chiarimenti inviata proprio oggi al nostro Paese, nonostante il cambio di testimone tra Manuel Barroso e Jean Claude Juncker. L’Europa pretende una maggiore correzione del deficit strutturale italiano per non bocciare la manovra il 29 ottobre (come consentitole dalle regole del two-pack), ma il premier Matteo Renzi si dichiara fiducioso di «voltare pagina» con Juncker. Intanto si prepara all’evento chiedendo l’approvazione della sua strategia economica ai due rami del parlamento e partecipando, insieme ad alcuni ministri, ad una colazione di lavoro al Quirinale per limare gli ultimi dettagli. Sullo sfondo una legge Finanziaria dai contenuti ancora oscuri e il giallo delle firme false a Palazzo Madama. Altra questione di rilievo della giornata politica è quella delle nomine alla Corte Costituzionale: il Pd cerca la trattativa con il M5S. Si rifà vivo Silvio Berlusconi che boccia la proposta di Renzi di modifica della legge elettorale e promette di restare in campo anche nel 2018.

“Udite le comunicazioni del presidente, relative alla riunione dei capi di Stato e di governo del 23 e 24 ottobre a Bruxelles, le approva”. Questo documento -con cui l’aula di Palazzo Madama ha recepito il discorso a braccio, di 40 minuti, tenuto questa mattina dal premier Renzi sulla manovra economica attualmente all’esame della Commissione europea- sarebbe stato vergato già una settimana fa e condito dalle firme false dei capigruppo dei partiti di maggioranza. Autore del ‘morbido scoop’ è il ‘Fatto Quotidiano’. Morbido perché la circostanza che i parlamentari di maggioranza abbiano assegnato una fiducia in bianco a Renzi è nota a tutti, e nulla cambierebbe nella sostanza se venisse provata la falsificazione delle firme e la trasformazione dei parlamentari della Repubblica in semplici passacarte. A lasciare esterrefatti è comunque il vergognoso livello di piaggeria raggiunto dai membri della casta nei confronti del futuro fondatore del Partito della Nazione. L’unico a chieder conto del ‘giallo firme false’ è stato il senatore leghista Roberto Calderoli che ha provato, invano,  a bloccare il voto sulla risoluzione renziana sostenendo che le firme poste in calce al documento fossero «fatte dalla stessa persona». In cambio però, dopo la minaccia di un voto segreto che terrorizza il governo, ha ottenuto la fiducia su una sua personale risoluzione, parallela a quella dell’Esecutivo.

Protagonisti della figuraccia -se le rivelazioni del ‘Fatto’ supportate da documenti autografi e i sospetti del ‘padre del Porcellum’ dovessero venire confermati- sono Luigi Zanda (Pd), Maurizio Sacconi (Ncd), Karl Zeller (Svp), Gianluca Susta (Sc) e Lucio Romano (Pi). I cinque capigruppo avrebbero ‘udito’ il verbo renziano prima ancora che esso venisse pronunciato. Un vero fenomeno paranormale. E, inoltre, avrebbero consentito ad una ‘firma d’ufficio’, non curandosi di fare la figura di ‘truffatori da quattro soldi’. Firme false a parte, il ‘pifferaio Hamelin’ di Rignano intanto è andato avanti per la sua strada e al Senato ha illustrato il vertice Ue di domani sottolineando che «le questioni principali oggetto della discussione con i partner europei troveranno pieno compimento con la nuova commissione (quella guidata da Junker dal 1 novembre)», chiedendo alle istituzioni europee «un pò più di coraggio» e avvertendole che «non è rinviabile una discussione su come l’Europa vuole provare a uscire dai margini stretti del rigore per impostare una strategia di crescita».

Il tour de force del presidente del Consiglio è proseguito all’ora di pranzo. Una frugale e sbrigativa colazione di lavoro con il presidente Giorgio Napolitano a cui hanno partecipato anche i ministri dell’Economia Piercarlo Padoan, del Lavoro Giuliano Poletti, della Salute Beatrice Lorenzin, degli Affari Regionali Maria Carmela Lanzetta e il sottosegretario con delega agli affari europei Sandro Gozi. Nel pomeriggio, replica alla Camera di quanto più o meno già sentito al mattino in Senato. «Il passo in avanti compiuto in Ue è indubitabile. E dovrà concretizzarsi nelle scelte della commissione guidata da Juncker», ha detto il premier ai deputati. Il che, tradotto nella lingua dei comuni mortali, significa che Renzi incrocia le dita sperando che il nuovo presidente della Commissione Juncker (votato proprio oggi dall’Europarlamento) allarghi i cordoni della borsa della flessibilità, tenuti finora serrati da Angela Merkel e soci. Il premier mette le mani avanti definendo la «naturale» lettera della Ue che potrebbe bocciare la sua manovra un «emblematico genere letterario». La chiosa sta tutta in un tweet del grillino Carlo Sibilia: «Discorso soporifero di ‪#‎Renzi …l’aula si è addormentata. Applauso liberatorio finale da tutte le parti politiche!». Un «vuoto cosmico» secondo Renato Brunetta.

Sulle barricate antirenziane rimane sempre il centrista Mario Mauro, che già ieri denunciava il progetto renziano di andare ad elezioni anticipate in caso di bocciatura a Bruxelles della legge di stabilità. L’intervento di Renzi in Aula «mi sembra una pantomima adatta per giustificare quelle che saranno le richieste di chiarimento di Bruxelles che io immagino, a questo punto, si articoleranno non solo nella lettera di richiesta di chiarimenti», rincara oggi la dose Mauro, «ma prevedo nel giro di due-tre giorni anche qualche dichiarazione in chiaro di qualche portavoce della commissione Ue». Un profeta di sventure, o ‘gufo’ come direbbero i renziani, al quale si aggiunge il senatore di Forza Italia Vincenzo D’Anna che risponde al discorso preconfezionato del premier con un ironico «grazie di esserci venuti a trovare per fare la sua conferenza stampa al Senato. Lei ci manca, presidente. Dopo ‘Silvio ci manchi’ ora abbiamo ‘Matteo ci manchi».

L’altro tema di giornata è la possibile svolta nel cortocircuito parlamentare che sta bloccando la nomina dei due giudici della Corte Costituzionale.  Secondo il retroscena anticipato da Liana Milella di ‘Repubblica’, sarebbe stato Renzi in persona, al termine dell’incontro di ieri con Napolitano al Quirinale, a decidere di imporre un cambio di marcia. Senza troppo dispiacersi, avrebbe preso atto della necessità di archiviare la candidatura di Luciano Violante (non certo un ‘suo’ uomo) per aprire una trattativa con il M5S. La sua offerta sarebbe quella di concedere ai grillini il posto in Csm lasciato vacante dalla ‘bocciata’ Teresa Bene per far convergere i loro voti decisivi su due ‘tecnici puri’ e di ‘alto profilo’ per la Consulta. Un’apertura di credito verso Beppe Grillo che potrebbe rivelarsi un segnale di debolezza del premier o, al contrario, una trappola. E, infatti, oggi il deputato Danilo Toninelli rifiuta lo «scambio di poltrone» e sfida Renzi a passare «dalle parole ai fatti» scegliendo i candidati insieme al M5S. Anche il capogruppo grillino alla Camera, Andrea Cecconi, chiede «nomi degni, di alto profilo, super partes, slegati dai giochi della politica» che il M5S sarebbe disposto a votare anche subito, senza pretendere poltrone in cambio. 

 

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