giovedì, Aprile 22

Conoscere e collaborare image

0

conoscere e collaborare

Gli esseri umani, anche se talvolta non si direbbe, desiderano conoscere e anche condividere la loro conoscenza. Gli esseri umani sono individui sociali e apprezzano la compagnia, desiderano la comunicazione con gli altri, considerano piacevole e terapeutico il fatto di confidarsi reciprocamente. Questo anelito alla condivisione ci appare in tutta la sua evidenza mentre camminiamo per  la strada, entriamo in un luogo pubblico o viaggiamo su un mezzo pubblico. Molte persone parlano al telefono, a voce alta, di qualsiasi argomento. Precipitati in una specie di ‘orgia comunicativa’, molti si liberano di eventuali inibizioni e parlano dei fatti loro come se fossero soli. Viene da chiedersi se qualcuno di loro troverebbe altrettanto naturale parlare di sé guardando una persona conosciuta dritto in faccia.

I mezzi di comunicazione di nuova generazione agevolano questa ‘comunicazione mediata’. Che si svolge, cioè, grazie a un mezzo, uno strumento che aiuta a superare le naturali ritrosie ad esprimersi troppo chiaramente in pubblico. A ‘denudare’ sé stessi. Sembra così (forse è solo una suggestione) che enunciare i fatti propri in questo strano modo possa anche assolvere al bisogno di comunicare ed esprimere sé stessi, essenzialmente connaturato allo stesso fatto di esistere. Siamo singoli nodi di una grande rete, digitali e convergenti, interconnessi e integrati.  

Lo siamo sempre stati, non è colpa di internet. Il web non è altro che la metafora della rete di relazioni che gli esseri umani stabiliscono e definiscono all’interno di qualunque consesso, la cui velocità ed efficienza varia a seconda degli strumenti disponibili. Ma Internet è anche molto rapida e pervasiva. Non ci stupisce pertanto sapere che gli italiani connessi sono oltre la metà (6 su 10): «Nel 2013 il 54,8 per cento della popolazione italiana di 6 anni e più utilizza Internet, tra questi il 33,5 per cento lo fa quotidianamente. La posizione nazionale è decisamente inferiore alla media Ue27 (70 per cento)».

Aumenta il numero degli italiani che utilizzano Internet per la lettura di giornali, news o riviste «dall’11,0 per cento del 2005 al 33,2 per cento del 2013». Questi dati Istat  lascerebbero ben sperare. Ma B2Comm raffredda gli entusiasmi, dicendo che se da un lato «il settore Editoria, musica e audiovisivi cresce a ritmi simili con un incremento del 35% annuo» dall’altro editoria musica ed audiovisivi mostrano un’incidenza del 3% sul totale delle consultazioni web. Si comprano pochi libri, si comprano molti viaggi, l’uso dei social network o dei numerosi sistemi di messaggistica è sempre più imponente. Non mancano di emergere allarmi sulla sicurezza dei più giovani, l’8% dei quali (con meno di 18 anni) restano collegati 24 ore su 24. L’11 febbraio è stata così lanciata la campagna ‘Se mi posti ti cancello‘, in occasione del Safer Internet Day. La giornata intende puntare l’attenzione sul tema della rete e dei rischi per i più giovani. Non è il caso di dividersi tra apocalittici e integrati di memoria ‘echiana’: non esiste un lato ‘solo buono’ o ‘solo cattivo’, e la questione va considerata con equilibrio e da diversi punti di vista.

Da un lato internet è un’imperdibile occasione che la tecnologia offre agli esseri umani dei paesi cosiddetti ‘a sviluppo avanzato’ per conoscere, fare ricerca e comunicare. Dall’altro lato, però, comporta dipendenze e rischi legati a un suo uso inconsapevole. La dipendenza da internet è un tema molto complesso e non si può riassumere in poche righe di una citazione. Gli aspetti che toccano la sfera relazionale, compulsiva, sociale possono alludere a difficoltà nella vita quotidiana ‘non connessa’. Non è sempre vero, ma vince il buon senso. Ci vuole moderazione. Ma quando si parla di relazioni umane, che siano virtuali o meno, la questione in un certo modo si semplifica: per socializzare bisogna saper ascoltare. Importante a scuola, per meglio apprendere dal docente e per l’apprendimento cooperativo, indispensabile nel mondo del lavoro, dove la capacità di lavorare in gruppo è una competenza sempre più centrale. Costruire strategie di gruppo per lavorare meglio e per apprendere con più facilità.

Molti istituti scolastici riscoprono così il valore della collaborazione e i danni della competizione forzata all’interno dei gruppi. Gli studenti vengono incoraggiati a lavorare in modelli di rete virtuosa e anche non virtuale. Uno di tali istituti si trova in provincia di Frosinone: qui, presso il Liceo Scientifico e Linguistico di Ceccano, esiste un interessante progetto di ‘tutoraggio’ tra studenti. Non è secondario notare che il motto del liceo invita alla conoscenza e alla solidarietà: In dulcedine societatis, quaerere veritatem». La frase è di Sant’Alberto Magno, Doctor Universalis e maestro di San Tommaso, collocato nel Cielo del Sole da Dante Alighieri tra gli ‘Spiriti Sapienti’ (proprio accanto al suo discepolo più illustre).

Abbiamo chiesto alla dirigente scolastica del liceo di Ceccano, professoressa Concetta Senese, di spiegarci in quale modo il progetto di collaborazione tra i suoi studenti onori il motto di Alberto Magno («Nella gioia dello stare insieme, cercare la verità»). «Si tratta di un progetto di tutoraggio – risponde Senese –  nato per un’esigenza organizzativa e amministrativa». Fino a pochi anni fa «i corsi di recupero o di recupero ‘in itinere’ a vantaggio degli studenti erano affidati a personale docente pagato dalla scuola, organizzati per esempio sotto forma di sportello didattico». Ovviamente i tagli alla spesa pubblica hanno reso difficile garantire questo servizio: «Lo sportello di consulenza didattica prevede la disponibilità di un docente di una certa disciplina all’interno di certi orari. I ragazzi si prenotano, anche su consiglio dei loro insegnanti, e ricevono assistenza. I docenti ricevono una retribuzione oraria, dai 30 euro in su». 

L’impegno economico, per una scuola con 31 classi come il liceo di Ceccano, può essere consistente. Considerando che «un corso di recupero prevede almeno 10 ore di insegnamento, in media, e che ogni classe richiede l’erogazione di almeno 2 o 3 discipline di insegnamento. ogni disciplina impartita in ogni classe prevede 310 ore complessive per la scuola». Il calcolo lo facciamo noi: 1 disciplina per ogni classe a 310 ore totali sono oltre 9.000 euro di impegno. Come minimo. Ma la necessità aguzza l’ingegno e così, ci dice la professoressa Senese, «tre anni fa abbiamo messo alla prova una forma di collaborazione tra gli studenti. Avevamo notato che i ragazzi che si trattenevano a studiare insieme con gli altri ottenevano risultati migliori. Con i docenti abbiamo dunque stabilito delle modalità per far sì che questo modello andasse ‘a sistema’». In che modo? «Prima di tutto i docenti selezionano gli alunni che sono disponibili a trattenersi a scuola dopo l’orario di lezione. Si richiede l’autorizzazione dei genitori. Si pubblica il calendario e gli orari della disponibilità dei tutor nel sito della scuola e da là gli studenti che hanno bisogno di aiuto si prenotano».

Per realizzare le lezioni, «i ragazzi vengono dotati di un registro dove i discenti firmano la presenza e i tutori registrano le attività svolte. In questo modo possiamo verificare le presenze e quanti sono i ragazzi che si sono rivolti a loro. Alla fine dell’anno le ore svolte si trasformano in crediti formativi e concorrono alla formazione dei voti». Il metodo è fondamentalmente meritocratico, così non offre solo vantaggi economici. «Tanto per cominciare abbiamo notato dei vantaggi nelle relazioni tra i ragazzi. Prevale il merito, si riducono le forme competitive e le rivalità». I tutor non coprono tutte le necessità didattiche o tutti i livelli di insegnamento. Gli insegnanti intervengono comunque ad aiutare i tutor, quando occorre. Ma il sistema in generale sembra far bene proprio a tutti. Le famiglie non spendono per le lezioni aggiuntive, i ragazzi lavorano insieme, si diffonde un modello collaborativo. Conclude infatti la professoressa Senese: «Imparano meglio i tutor (perché ripetono le cose che già conoscono e le spiegano), migliorano quelli che sapevano meno, inoltre i ragazzi chiedono ai loro coetanei anche cose che si vergognerebbero di chiedere a un insegnante. Il senso di collaborazione che si stabilisce tra di loro li aiuta soprattutto a costruire relazioni migliori anche al di fuori dell’ambito scolastico».

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->