giovedì, Maggio 6

Congo-Rwanda-Uganda, la crisi si aggrava Il Governo congolese ha deciso di infrangere il rispetto degli accordi CEPGL

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 COngo frontiere

Kampala – La situazione tra la Repubblica Democratica del Congo, Rwanda e Uganda sta progressivamente arrivando al punto critico con evidenti complicità internazionali e protetta dalla disattenzione dei media, intenti a seguire la pericolosa escalation del conflitto ucraino accelerata dall’operazione militare nelle regioni orientali controllate dai separatisti ucraini filorussi attuata dal governo non eletto di Kiev, venerdì 2 maggio, alle 4 del mattino. Il 21 aprile il Governo congolese ha  deciso di infrangere il rispetto degli accordi CEPGL riguardanti la libera circolazione di persone e merci con il Rwanda. La Comunità Economica dei Paesi dei Grandi Laghi (GEPGL) fu creata il 20 settembre 1976 con la firma di Gisenyi (Rwanda) per assicurare la sicurezza regionale e promuovere l’integrazione sociale ed economica del Burundi, Congo e Rwanda.

Il decreto presidenziale, entrato in vigore il 22 aprile, introduce il pagamento del visto di entrata per i cittadini ruandesi, fissato a 55 dollari, 35 per gli studenti ed impone un sostanziale aumento  delle tasse di importazione delle merci provenienti dal Rwanda, per proteggere il mercato locale, secondo quanto dichiarato dalle autorità centrali congolesi. Le restrizioni hanno colpito in primis la Bralirwa (la fabbrica di birra e bevande analcoliche ruandese) imponendo pesanti tasse di importazione. Il Governo di Kinshasa ha dato l’ordine alle principali dogane confinanti con il Rwanda, Bukavu (Sud Kivu) e Goma (Nord Kivu), di rendere difficile l’importazione di merci dal Paese confinante.

L’obiettivo del Presidente Joseph Kabila è quello di danneggiare l’economica ruandese. Il Congo rappresenta il principale partner economico regionale di Kigali che assorbe il 85% delle esportazioni ruandesi. Immediate le proteste ufficiali del Governo del Rwanda che giudica il provvedimento illegale. La protesta è stata inoltrata ufficialmente al Governo di Kinshasa e all’Unione Africana. Il Governo ruandese nella nota di protesta informa la sua decisione di non reagire a questa provocazione, non applicando misure simili, nonostante l’evidente danno economico che potrebbe subire. Il portavoce del Ministero della Immigrazione Ange Sebutege ha assicurato che il Rwanda continuerà a rispettare gli accordi CEPLG sulla libera circolazione di persone e merci senza applicare visti o restrizioni di merci congolesi esportate. Sebutege ha sottolineato che l’unico visto che da sempre viene applicato ai cittadini congolesi è quello relativo al permesso di lavoro in Rwanda.

A distanza di 14 giorni dalla decisione presa dal Presidente Joseph Kabila, la frontiera tra Goma e Gisenyi sta applicando solo parzialmente il decreto. Nostre fonti ci informano che pressa le autorità congolesi di frontiera a Goma hanno applicato l’aumento delle tasse sulle importazioni dal Rwanda ma non stanno facendo pagare i visti ai ruandesi che giornalmente si recano nella capitale del Nord Kivu. Al contrario il capo dell’immigrazione di Goma starebbe discutendo con le autorità ruandesi sulla possibilità di riaprire la frontiera 24 ore su 24 come era consuetudine prima della guerra provocata dalla ribellione Banyarwanda del Movimento 23 Marzo, noto con la sigla M23. Stessa situazione si registra presso la frontiera Bukavu – Giangugu.

La parziale esecuzione dell’ordine Presidenziale evidenzia le difficoltà del Governo centrale di Kinshasa nel far rispettare la legge su tutto il territorio nazionale. Evidenzia inoltre le sotterranee e contraddittorie aspirazioni di autonomie delle ricche provincie del est del Congo che sempre più si sentono legate per ragioni sociali, storiche ed economiche alla Comunità Economica del Est Africa, di cui Rwanda e Uganda fanno parte. Stesse aspirazioni sono condivise nelle Province del Katanga e del Bas Congo, creando una potenziale forza centrifuga verso la balcanizzazione del Congo che fino ad ora non si é mostrata apertamente.

Secondo l’analisi fornitaci da alcuni osservatori locali, la decisione di non far pagare i visti ai cittadini ruandesi nelle principali frontiere congolesi (Goma e Bukavu) sarebbe stata dettata dalla evidente opposizione della gente comune che considera il decreto presidenziale come un danno economico alla economia delle due province duramente provata dai 20 mesi di conflitto contro il M23. Causa la completa distruzione delle vie di collegamento terrestri che collegavano l’est al resto del Congo, (distruzione voluta negli anni Novanta dal dittatore Mobutu Sese Seko) l’economia delle regioni del Kivu è strettamente legata ai Paesi africani orientali, Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda. Questa situazione è evidente soprattutto per quanto riguarda Goma, che dipende al 100% dalle importazioni ruandesi non solo per merci di consumo generale e prodotti edili ma anche per i prodotti alimentari di base.

Il Rwanda fornisce l’intero fabbisogno alimentare della popolazione di Goma stimata nel 2012 a un milione di persone a causa dell’assenza di attività agricole delle aree fertili di Ruthsuru. Le attività agricole sono state interrotte dal 1998 durante la seconda guerra Pan Africana a causa della instabilità creata prima dagli eserciti di occupazione burundese, ruandese e ugandese e successivamente dalla presenza di oltre 40 gruppi armati nazionali e regionali e dalle due ribellioni Banyarwanda, quella del CNDP guidata dal Generale Laurent Nkunda avvenuta nel 2009 e quella del M23 nel 2012. Situazione simile, anche se leggermente più attenuata, affligge la popolazione di Bukavu stimata nel 2012 a 806.000 persone.

A seguito dell’applicazione parziale degli ordini presidenziali riguardante l’aumento delle tasse di importazione dei prodotti provenienti dal Rwanda, i prezzi dei beni alimentari di base nelle due città hanno hanno subito improvvisi aumenti dal 30 al 40% che, associati alla disoccupazione e povertà di massa, rischiano di compromettere la sicurezza alimentare aumentando la malnutrizione sopratutto tra i bambini da 1 a 5 anni. Ogni giorno nelle frontiere di Goma – Gisenyi e Bukavu – Giangugu, passano circa 38.000 persone e merci per un valore stimato a 482.000 euro. La maggioranza delle attività commerciali é assicurata da piccoli commercianti congolesi e ruandesi e da intraprendenti Mamá congolesi che esportano in Rwanda prodotti locali per importare prodotti alimentari di prima necessità.

Contattati telefonicamente, vari residenti di Goma e Bukavu esprimono tutto il loro disappunto sulle decisioni prese dalla lontana Kinshasa. “Il business transfrontaliero è vitale per la sopravvivenza sia di noi che dei ruandesi. Ogni giorno mi reco in Rwanda per vendere dei vestiti e comprare dei prodotti alimentari per rivenderli alle botteghe qui a Goma. Ora come farò a sfamare i miei cinque figli. Mio marito era un gendarme, ucciso dal M23 durante la battaglia di Goma. Chi ci manterrà ora?” testimonia Francine W., piccola commerciante di Goma.

Questa è una storia incomprensibile e la colpa deve essere unicamente imputata a quei farabutti che giocano alla guerra a Kinshasa e a Kigali. Noi qui non conosciamo questi problemi che sono da loro artificialmente inventati. Qui non esistono ruandesi e congolesi, hutu, bantu o tutsi. Qui ci sono oneste persone che lavorano 14 ore al giorno per portare il pezzo di pane quotidiano alle loro famiglie. Non abbiamo il tempo per seguire i veleni di odio etnico. Solo i nostri rispettivi politici possono permettersi questo lusso”, testimonia Jacqueline R. piccola commerciante di Bukavu di origine Banyamulenge, (tutsi).

Le ripercussioni della decisione presa da Kinshasa coinvolgono direttamente l’economia regionale, rischiando di infliggere pesanti perdite a Kenya e Uganda e deteriorare i rapporti tra questi due Paesi e la Repubblica Democratica del Congo. Almeno il 52% delle merci importate in Congo tramite il Rwanda provengono da Nairobi e Kampala.

La decisione del Governo ruandese di non applicare a sua volta queste restrizioni è originata da due calcoli: uno politico e l’altro economico. Sul punto di vista politico Kigali intende dimostrare tutta la sua maturità ed impegno per la pace regionale non rispondendo alle provocazioni congolesi. Sul piano economico Kigali non intende auto infliggersi dei seri danni in quanto le esportazioni congolesi riguardano per la maggioranza minerali preziosi quali oro e coltan. Doveroso sottolineare che dal marzo 2014 il Governo ruandese ha aumentato le tasse di transito sulle merci in transito provenienti da Uganda e Kenya e destinate al Congo senza ufficializzare il provvedimento che ora è oggetto di trattative tra i tre governi. Questo aumento incide direttamente sul carovita che si sta registrando a Goma e a Bukavu.

Al provocatorio decreto Presidenziale, parzialmente eseguito dalle autorità del Nord Kivu e Sud Kivu, si aggiungono le manovre geostrategiche militari di entrambi i Paesi impegnati a rafforzare i gruppi armati loro alleati, FDLR, il gruppo terroristico ruandese e il M23, teoricamente sconfitto nel novembre 2013 dalla brigata di pronto intervento della MONUSCO composta da contingenti di Malawi, Sud Africa e Tanzania.

L’impegno per la pace regionale costantemente evocato dal Rwanda risulta compromesso dalle attività clandestine  portate avanti  in collaborazione con  l’Uganda  per riattivare la ribellione M23. Queste attività sono state oggetto di rapporti di esperti delle Nazioni Unite risalenti al gennaio scorso, inviati al Consiglio di Sicurezza da Martin Kobler, responsabile MONUSCO in Congo, con il chiaro obiettivo di attirare l’attenzione sul Rwanda. Come consuetudine dei cosiddetti esperti ONU, anche questi rapporti sembrano essere politicamente motivati da un odio ideologico verso il Rwanda. I rapporti accusano unicamente Kigali evitando accuratamente di menzionare il ruolo giocato dall’Uganda.

La posizione dell’Uganda è estremamente equivoca, da una parte afferma di supportare gli sforzi per la pace regionale e di voler collaborare con le autorità congolesi, dall’altra sta riarmando e riorganizzando il M23. Lo scorso 4 aprile il Ministro ugandese degli Affari Esteri Okello Oryem ha ha dichiarato al The Wall Street Journal che il Governo ugandese sta attendendo la lista da parte di Kinshasa dei ribelli del M23 sospettati di crimini di guerra. «Siamo pronti a collaborare con il Governo Congolese e trasferire ogni sospetto alla Corte Penale Internazionale. Siamo stanchi di essere accusati di proteggere i dissidenti congolesi»

Durante la prima settimana di aprile a Kampala si è tenuta una riunione a porte chiuse con alti esponenti di Kinshasa riguardante l’applicazione degli accordi di pace di Nairobi siglati tra governo congolese e il M23 nel dicembre 2013. Nella riunione si è discusso principalmente sulla sorte dei ribelli congolesi in quanto il Governo di Kinshasa vuole impedire la riorganizzazione del M23. La decisione ugandese di collaborare é stata giustificata dagli interessi comuni relativi ai immensi giacimenti di petrolio presenti nella regione, sopratutto nel bacino del Lago Alberto.

Le dichiarazioni ufficiali contrastano nettamente con la realtà sul terreno. La maggior parte dei ribelli e del Stato Maggiore del M23 si trova in Uganda ufficialmente in custodia dell’esercito ugandese, in realtà protetti dal Governo e liberi di circolare ovunque in abiti civili, Kampala compresa. É ormai un mistero di pulcinella l’esistenza di campi di addestramento in Uganda per i miliziani del M23 e le operazioni di rimpatrio di soldati ugandesi di origine tutsi dal contingente in Somalia, probabilmente con l’obiettivo di affiancarli ai ribelli congolesi, approfittando della loro formazione militare ricevuta dagli Stati Uniti e temprata sul duro teatro di guerra somalo. Cellule di combattenti M23 sono già ritornate al est del Congo in attesa di un segnale di inizio delle ostilità. La maggior parte di queste cellule sarebbero rientrate attraverso i confini ugandesi.

La riattivazione del M23, di cui il Rwanda è coinvolto ma l’Uganda è l’ideatore e il principale finanziatore, è avvenuta a contrastare i preparativi in corso per l’invasione del Rwanda da parte del gruppo terroristico ruandese FDLR composto dai genocidari del 1994. Il responsabile della MONUSCO, Martin Kobler, sta riscontrando serie difficoltà nel negare il supporto e la connivenza dei caschi blu ONU nei piani di invasione del Ruanda in collaborazione con il Governo di Kinshasa e la Francia che dal aprile 2013 sembra avere il controllo politico della MONUSCO grazie a determinate direttive del Governo Tedesco ricevute da Kobler ed inserite nel contesto di alleanza economica e politica Parigi Bonn  di cui il raggio di azione oltrepassa l’Europa in difesa degli interessi comuni franco tedeschi a livello internazionale. Interessi che stanno creando pesanti interferenze su vari punti sensibili del pianeta quali Congo, Siria e Ucraina. 

Oltre alle puntuali e meticolose denunce di giornalisti indipendenti sulle pesanti responsabilità della MONUSCO si sta assistendo a denunce provenienti all’interno delle Nazioni Unite. Il 21 gennaio la Inner City Press ha pubblicato un messaggio cifrato proveniente da Goma con destinazione Palazzo di Vetro a New York dove si comprende che la MONUSCO è perfettamente al corrente del supporto finanziario, politico e logistico del governo congolese alla FDLR, come risulta evidente la volontà di Kobler a non intervenire.

Il messaggio cifrato è firmato dal Colonnello Rajeev Sharma, Capo delle operazioni militari MONUSCO nel nord Kivu: «Il battaglione FDLR comandato dal Colonnello Ezra Kalebu sta operando nelle località di Kishisi, Kibirizi, Bambo, Mubambiro, Sake, Kiroche, Ishasha e Minova. In tutte queste località le FDLR ricevono il pieno supporto della FARDC, l’esercito congolese. Incaricato di questa collaborazione é il Brigadiere Generale Masunzu, Comandante dei reggimenti FARDC stanziati nel Sud Kivu». 

Martin Kobler in persona ha tentato di negare le evidenze prodotte dalla agenzia stampa americana accusandola di un serio tentativo di disinformazione: «Se questo media si fosse premunito di verificare le informazioni con la MONUSCO, avrebbe scoperto che la documentazione è stata fabbricata ad hoc. Gli errori contenuti sul documento pubblicato sono evidenti e sufficienti per attirare la dovuta attenzione di questo media evitandogli di partecipare a questa avventura di disinformazione». Il Colonnello Rajeev Sharma fino ad ora non si è reso disponile per commentare l’accaduto.

Le presunte offensive militari contro le postazioni FDLR presso il Parco Nazionale di Virunga attuate dall’esercito congolese e dalla brigata di intervento della MONUSCO il 13 marzo scorso sono state sospese due giorni dopo, risultando sul terreno una pura manovra propagandistica amplificata da media partigiani quali France24. Evidente è la lotta intestina all’interno delle Nazioni Unite tra la fazione di Kobler e alti esponenti ONU che cercano di contrastarla, convinti che la soluzione militare che si sta progettando sia un criminale atto che rischia di far sprofondare la regione in una terza guerra Pan Africana. Nella riunione avvenuta lo scorso gennaio a New York il Consiglio di Sicurezza (di cui il Rwanda fa parte come membro provvisorio) ha tentato di contrastare la posizione della MONUSCO sbilanciata unicamente nel denunciare la reale riorganizzazione del M23  da parte del Rwanda, senza menzionare direttamente o indirettamente l’Uganda ed occultando la collaborazione della MONUSCO e del Governo Congolese con il gruppo terroristico ruandese FDLR.

Il Consiglio di Sicurezza ha espresso forti preoccupazioni su questa collaborazione, creando forti frizioni all’interno della MONUSCO. «Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con viva preoccupazione esamina i rapporti ricevuti e credibili, indicanti una collaborazione tra FARDC (esercito Congolese) e FDLR a livello locale, ricordando che le FDLR sono un gruppo terroristico oggetto di sanzioni delle Nazioni Unite a causa del suo coinvolgimento nel genocidio del 1994» recita la risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza ONU concludendo con la raccomandazione di attuare una soluzione definitiva eliminando le FDLR. Soluzione a cui Martin Kobler sembra non volersi assoggettare proseguendo l’agenda decida dal Eliseo.

«Le operazioni contro le FDLR possono essere efficaci solo se vi è l’attiva partecipazione del esercito congolese. Incoraggio le forze armate della Repubblica Democratica del Congo ad aumentare i propri sforzi di coordinamento per i piani congiunti relativi alle operazioni militari contro le FLDR» ha dichiarato Kobler il 24 aprile 2014 senza menzionare le prove prodotte dal Consiglio di Sicurezza ONU degli accordi FDLR – Governo di Kinshasa. La dichiarazione serve anche per coprire la non volontà della MONUSCO di utilizzare la brigata d’intervento africana per distruggere questo gruppo terroristico.

Giunge notizia che il Consiglio di Sicurezza ONU ha recentemente accettato la richiesta del Rwanda di attivare una inchiesta internazionale congiunta per identificare le reali responsabilità tra esercito congolese e FDLR. Questa inchiesta, non ancora avviata, sta già ricevendo ferma opposizione proveniente da Kinshasa, MONUSCO e dalla Francia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza. In questa delicata situazione si inserisce l’atteggiamento ambiguo dell’Uganda evidenziato dalla presenza di reparti UPDF (esercito ugandese) nei territori di Rutshuru, Nord Kivu. Presenza che è datata settembre 2013.

Il 26 marzo scorso Jules Hakizimwami, presidente della Assemblea Provinciale del Nord Kivu ha denunciato la presenza di reparti ugandesi in assetto di guerra a 100 km da Goma. Secondo la denuncia fatta da Hakizimwami i reparti UPDF occupano postazioni strategiche presso le colline di Karambwe e nei villaggi della area di Kisharo. La presenza di soldati ugandesi è stata segnalata anche presso i villaggi di Kazingiro, Kabumba, Risura e Kanyabyusababe, che distano 20 chilometri dalla frontiera tra Uganda e Congo di Bunagana, ex base della ribellione M23 dove attualmente si registra l’intensificarsi di commerci illegali di minerali preziosi provenienti dal Congo.

Il portaparola dell’esercito congolese Olivier Hamuli ha confermato la presenza di truppe ugandesi nei territori indicati da Hakisimwami affermando però che l’esercito congolese non ha ricevuto ordini di attaccarle in quanto i due Paesi non sono in guerra. Affermazione che contrasta le informazioni ricevute da esponenti della Società Civile del Nord Kivu che ci segnalo combattimenti tra FARDC e UPDF avvenuti il 08 aprile 2014, specificando che i combattimenti sono stati limitati sono alle postazioni presso le colline di Karambwe e hanno avuto una breve durata. Secondo le informazioni ricevute l’esito dei combattimenti é stato a favore del esercito ugandese che ha costretto il UPDF alla ritirata. Entrambi i Governi rifiutano ogni commento sul episodio.

Nonostante le continue promesse della MONUSCO di impegnarsi con tutti i mezzi a sua disposizione per la sconfitta dei 40 gruppi armati presenti al est del paese si assiste ad una escalation nell’acquisto di armi e mezzi logistici da parte degli eserciti ugandese, congolese e ruandese, di cui principali beneficiari sono multinazionali russe e cinesi.

Intanto le notizie sulla situazione nella regione sono allarmanti: migliaia di miliziani del gruppo terroristico ruandese FDLR hanno installato le loro posizioni militari nella località di Nyanilima, nord est del Rutshuru (est del Congo) che dista solo 20 km dalla frontiera con il Rwanda. Le FDLR stanno reclutando cittadini congolesi di origine hutu che vivono nelle vicinanze. La MONUSCO è ben informata della presenza dei terroristi nella zona ma evita ogni azione militare in stretto accordo con il Governo di Kinshasa.

 

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