mercoledì, Settembre 29

Congo-Rwanda, il gioco delle tre carte per il trionfo dell’immunità field_506ffb1d3dbe2

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KampalaCome è stato storicamente comprovato, l’est del Congo rappresenta la chiave del futuro di questa artificiale nazione inventata dai colonizzatori belgi. I principali problemi da risolvere sono la convivenza pacifica e l’integrazione economica con gli altri Paesi confinanti e lo smantellamento dei 40 gruppi armati presenti nel territorio e detentori di immense ricchezze minerarie. In Congo ci sono solo quattro gruppi armati stranieri: la FDLR  del Rwanda, le FNL (Fronte Nazionale di Liberazione) del Burundi, le ADF (Alleance of Democratic Forces) e il LRA (Lord Resitence Army) dell’Uganda. Tra essi solo le FDLR rappresentano l’unica vera minaccia regionale. Dietro a queste forze eversive straniere esiste una miriade di gruppi armati definiti Mai Mai al 100% congolesi. Questi gruppi furono creati per contrastare l’occupazione militare di Burundi, Rwanda e Uganda durante la seconda guerra pan africana (1998 – 2004).

Come reazione gli stati vicini invasori crearono i propri gruppi Mai Mai impegnati nella guerra civile congolese che fu in realtà una guerra per procura, creata non solo da poli di interessi regionali contrapposti ma da interessi economici delle multinazionali e dalla contrapposizione dell’epoca tra Francia e Stati Uniti. Dopo la teorica sconfitta della ribellione Banyarwanda del M23, la comunità internazionale ha imposto lo smantellamento delle FDLR, fonte di instabilità nazionale e regionale, continua spada di Damocle del Rwanda e di guerre  o ribellioni combattute in territorio ruandese da parte di Kigali e Kampala. Il compito è stato affidato alla missione di pace delle Nazioni Unite, MONUSCO e alla sua brigata d’intervento composta da reparti messi a disposizione da Malawi, Tanzania e Sud Africa.

Gli innumerevoli accordi sotterranei, le alleanza, il giro di immensi interessi economici sono stati fatti e consolidati tra FDLR, Kinshasa e MONUSCO durante questi dieci anni dalla fine della seconda guerra pan africana non permettono di attuare un genuino disarmo di questo gruppo armato ma solo un puerile e pericoloso gioco delle tre carte. Secondo quanto riportato dalla MONUSCO le FDLR si stanno volontariamente arrendendosi e deponendo le armi.

Per raggiungere lo scopo, la Comunità Internazionale ha offerto un periodo di tempo di 6 mesi dopo di che si procederà con l’opzione militare. Il disarmo di questa forza negativa sembra la soluzione migliore. Permette di evitare lunghe e costose operazioni belliche, lutti e distruzione all’est del paese e nello stesso tempo di risolvere il problema di perenne instabilità. Un disarmo volontario di qualsiasi gruppo armato o terroristico dovrebbe essere gestito attraverso una complicata operazione che ponga l’accento sulle singole responsabilità dei miliziani. Alla “mano d’opera” che compone le FDLR dovrebbe essere offerta la possibilità di integrarsi senza condizioni nella società originaria in stretta collaborazione con il Rwanda che ha il diritto di decidere chi può essere reintegrato e chi non su una base giudiziaria e di responsabilità nei crimini commessi durante il genocidio e in questi lunghi vent’anni. Nei confronti dei dirigenti dovrebbe essere applicata la giustizia internazionale rendendo operativi i vari mandati di arresto emessi.

Al contrario si è formata una lobby incaricata di gestire questa delicata fase composta dal Governo di Kinshasa, MONUSCO, Francia e parte della comunità cattolica italiana di cui la Comunità di Sant’Egidio si è auto assunta il compito di rappresentanza. L’obiettivo principale di questa lobby è di utilizzare il disarmo delle FDLR per attuare un cambiamento di regime in Rwanda. I due tentativi di invasione Operazione Abacuncuzi (settembre 2013) e Operazione Umudendezo (primo semestre 2014) non hanno dato i frutti sperati in quanto le FDLR pur essendo composte da 12.000 uomini e ricevendo regolare rifornimento di armi e munizioni oltre alla formazione militare e ai servizi di Intelligence dei istruttori militari francesi stazionati a Goma, Nord Kivu, non rappresenta una forza militare in grado di competere con il moderno e motivato esercito ruandese e al patto di mutua assistenza militare recentemente siglato da Kenya, Rwanda e Uganda.

La tanto attesa partecipazione popolare delle masse hutu “schiavizzate” dal regime razziale tutsi non si è verificata, in quanto queste masse schiavizzate rientrano piú nelle esigenze di propaganda che nella realtà. Per la sua sopravvivenza il governo ruandese ha sempre attuato una attenta politica di equilibrio tra le due classi sociali cercando di trasformare il conflitto pre esistente in convivenza e collaborazione attraverso il progresso economico e la costruzione di una identità nazionale non basata su hutu e tutsi ma sul popolo ruandese. La scorsa settimana il Governo di Kigali ha stanziato diversi milioni di franchi ruandesi per la creazione di 200.000 nuovi posti di lavoro orientati all’agricoltura e alla creazione dell’industria agroalimentare. I principali beneficiari di questi finanziamenti sono i giovani hutu storicamente dediti ai lavori agricoli. Nemmeno i difetti del nuovo regime (principalmente concentrati in una non dichiarata suddivisione dei ruoli dove i tutsi sono facilitati nei ruoli dirigenziali dei settori politico ed economico) sono stati sufficienti a provocare la rivolta popolare in supporto delle FDLR.

La dimostrazione che la società ruandese sembra aver superato le divisioni create dal Cattolicesimo e dal colonialismo belga è la composizione dell’esercito nazionale formato per il 80% da hutu. Nessuna diserzione o ammutinamento sono stati registrati durante i due tentativi di invasione. Al contrario è evidente il rispetto ai doveri di difesa nazionale da parte della maggioranza teoricamente base per la rivolta contro il “regime tutsi”. La spiegazione del fallimento è semplice: il popolo ruandese desidera progresso e sviluppo e non guerre, tanto meno un secondo genocidio. Questi desideri sono condivisi dalle ex vittime e dagli ex carnefici riappacificatesi nel Paese. I ruandesi sono convinti che le innegabili differenze sociali ancora esistenti possano essere risolte tramite il progresso economico e il miglioramento delle condizioni di vita. Una fiducia offerta al governo che lo pone sotto un attento e meticoloso scrutinio della popolazione. Sarebbe un disastro regionale se il governo nei prossimi 10 anni non riuscisse ad eliminare i privilegi e le corsie preferenziali destinate ai tutsi ed eliminare la storica diffidenza nutrita dai tutsi verso la maggioranza della popolazione dovuta dalla sua partecipazione al genocidio.

Il disarmo attuato  da questa lobby internazionale è associata alla proposta politica di integrare le FDLR nella vita politica e militare del Rwanda. Dal segreto e contestato incontro di Roma avvenuto lo scorso 26 giugno, si sta delineando una precisa strategia occulta. Il disarmo dovrebbe avvenire in cambio dell’accettazione da parte del governo di Kigali del programma politico proposto dai dirigenti FDLR.  Riconoscimento del movimento come forza politica, apertura di negoziati di pace, integrazione dei miliziani nell’esercito regolare e “Power Sharing”, la condivisione del potere. Proposte semplicemente inaccettabili per qualsiasi governo che ha subito un tentativo di annientamento totale di parte della sua popolazione.  Le operazioni di disarmo in corso sembrano piú una farsa mal organizzata che un serio processo e riscontrano una forte opposizione da parte della popolazione congolese.

A rafforzare questo sospetto nutrito a livello regionale, sono le caotiche ed incomprensibili cifre dei miliziani fino ad ora arresi alla MONUSCO. Il dipartimento delle pubbliche relazioni della missione di pace e la relativa emittente radiofonica, Radio Okapi, hanno annunciato la resa incondizionata di 1.500 miliziani. Un dato nettamente in contraddizione con il numero totale delle FDLR sempre dichiarato dalle Nazioni Unite: 1.200 miliziani. Da dove saltano fuori i 300 miliziani in eccedenza? Le autorità provinciali del Kivu si limitano ad informare che solo 205 persone si sono arrese consegnando vecchi fucili risalenti alla Seconda Guerra Mondiale. All’interno del gruppo che si è arresto i miliziani non raggiungerebbero le 102 unità. Il resto sarebbe composto dai loro familiari. Nonostante la prudenza della autorità del Kivu, governo e MONUSCO continuano a sfornare dati impressionanti per rafforzare il loro presunto successo delle operazioni di disarmo.

Visto la mancata volontà di accettare le proposte di “pace” della lobby internazionale da parte di Kigali, MONUSCO e governo congolese stanno pensando di raggruppare i miliziani in zone lontane dal Kivu in attesa di dirottarle in non precisati Paesi terzi. Il ricollocamento mantiene intatta la catena di comando e l’organizzazione di questo gruppo armato. La consegna delle armi sembra essere uno specchietto per le allodole. In un paese dove ogni controllo e monitoraggio sono impossibili da attuare, il rifornimento di nuove armi secondo esigenze e tattiche politiche diventa un mero dettaglio.  Non vi è nessun accenno di misure giudiziarie nei confronti dei quadri delle FDLR. Al posto di applicare i mandati di arresto internazionali si ha l’impressione che questi quadri continuino ad essere protetti in quanto la lobby internazionale continua ad individuarli come futuri interlocutori di un eventuale cambiamento di regime in Rwanda. Anche l’ipotesi di individuare paesi terzi disponibili ad accogliere questi miliziani sembra irrealistica. Quale paese africano può accettare la presenza sul suo territorio nazionale di un gruppo terroristico organizzato responsabile di un genocidio e di vent’anni di destabilizzazione all’est del Congo?

Il progetto di ricollocamento dei miliziani FDLR ha individuato la città di Kisanghani (Provincia Orientale) come punto di raccolta, lontano dalle frontiere ruandesi. Il 19 luglio il governo congolese ha affittato un Boeing 727 per trasportare 80 miliziani dal Sud Kivu a Kisanghani. L’arrivo delle FDLR nella Provincia Orientale si scontra con una determinata opposizione della popolazione. I principali argomenti posti dalla popolazione si basano sui timori che le FDLR possano ricreare il sistema di controllo del territorio, instabilità e traffico illegale dei minerali attuati nell’est del paese.

Il posto delle FDLR è in Rwanda. Devono essere rimpatriati nel loro paese di origine. Non possiamo ospitare dei criminali che hanno distrutto il Kivu.”, afferma il deputato nazionale Koloso Sumaili, appartenente al partito politico RDC/K-ML (Rassemblement Congolais pour la Démocratie/Mouvement de Liberation Kisangani) un ex movimento guerrigliero alleato all’Uganda durante la seconda guerra pan africana. La reazione della popolazione della Provincia Orientale ha di fatto bloccato il processo di ricollocazione delle FDLR, creando maggior problemi al governo congolese e alla MONUSCO.  “Il processo di disarmo di questo gruppo armato straniero è effettuato non sui principi giuridici internazionali ma sulla chiara volontà di proteggere questa genocidaria ma strategica milizia. Il Rwanda non accetterà mai il piano di pace mai proposto ufficialmente ma portato avanti da iniziative unilaterali e semi clandestine sotto richiesta dei dirigenti delle FDLR senza la consultazione del governo ruandese. Dubito che paesi terzi possano accettare di accogliere un gruppo terroristico. Conoscendo le dinamiche del Congo la soluzione piú probabile è una silenziosa integrazione di questi criminali nella comunità congolese attraverso l’acquisizione della cittadinanza”, spiega Kaloso Sumaili durante la conferenza stampa del 19 luglio che di fatto ha bloccato le iniziative del governo. Non sarebbe la prima volta che il governo congolese opta per questa soluzione.

Dopo la prima guerra pan africana (1996 -1997) almeno 300.000 ex soldati ruandesi e miliziani Interhamwe hanno ricevuto la cittadinanza congolese con finti certificati di nascita rilasciati dai comuni di Goma e Bukavu. Alcuni di essi hanno mantenuto il cognome ruandese e sono particolarmente attivi nella propaganda anti ruandese presso la diaspora congolese in Europa sicuri della completa ignoranza di autorità e opinione pubblica europea di comprendere l’origine etnica e nazionale secondo i cognomi. Il silenzioso provvedimento voluto dal defunto presidente Désiré Kabila, aveva quattro obiettivi principali: mantenere intatte le FDLR per poterle contrapporle agli eserciti invasori ruandesi e ugandesi e alle comunità congolesi di origine tutsi; creare un attivismo politico anti Rwanda di questi genocidari ruandesi naturalizzati confluiti nella diaspora congolese all’estero: proteggere i dirigenti ex militari e ministri del governo Habyrimana, e permettere a loro libera circolazione internazionale. La maggioranza dei dirigenti delle FDLR detiene passaporti congolesi con falsa identità, in alcuni casi anche passaporti diplomatici.

Per garantire il successo di questo piano le Nazioni Unite hanno proposto l’amnistia anche per i crimini di guerra commessi dai miliziani M23 protetti in territorio ruandese:  ufficialmente 373 ribelli, in realtà 600. Trattasi dei fedeli alla fazione di Bosco Ntaganda sconfitta dal Sultani Makenga durante la guerra interna al M23 verificatasi nel marzo 2013. Dal 17 luglio una commissione del governo congolese e delle Nazioni Unite è presente in Rwanda per identificare il numero esatto dei ribelli con l’ottica di proporre loro un’amnistia in cambio di un impegno a rinunciare alla lotta armata. Un impegno che i miliziani del M23 presenti in Rwanda facilmente possono rispettare in quanto esclusi dalle operazioni di riarmo e formazione di una nuova ribellione che le forze del M23 stanno attuando in stretta collaborazione con il governo ugandese. I miliziani presenti in Rwanda non sono considerati affidabili a partecipare a questa nuova avventura militare in quanto ex partigiani di Bosco Ntaganda.

Come per il caso delle FDLR anche il Rwanda corre il rischio che i miliziani del M23 siano integrati nella società, rafforzando così il senso di impunità. All’interno di questo caotico ed incomprensibile gioco delle tre carte è ormai evidente il progetto di offrire una amnistia ai responsabili di crimini contro l’umanità, un’amnistia che distruggerebbe i valori universali di giustizia su cui teoricamente si  basano i Paesi occidentali e la stessa autorità della Corte Penale Internazionale. Un gioco che compromette la credibilità dello stesso Rwanda che giustamente pretende che sia fatta giustizia nei confronti delle FDLR. Purtroppo quando la giustizia diventa unilaterale si trasforma nel suo opposto. Per vedere finalmente sul banco degli imputati i dirigenti genocidari delle FDLR il Rwanda, per senso di coerenza, dovrebbe consegnare al governo congolesi i responsabili M23 di crimini di guerra.

La comunità internazionale non disposta a fare i conti con la giustizia e le relative responsabilità, per proteggersi sta lanciando un pericoloso messaggio: la rivolta armata e i crimini contro l’umanità nella Regione dei Grandi Laghi pagano, essendo ottimi strumenti per acquisire posizioni politiche e sfuggire alla giustizia. L’immunità è stata già garantita al gruppo estremista hutu burundese CNDD-FDD attualmente al potere con i devastanti effetti destabilizzatori che il Burundi sta vivendo. Ora sembra arrivato il turno anche per le FLDR e il M23. Ripuliti dalle passate atroci colpe, saranno liberi di ricreare nuove ribellioni o, peggio ancora, di presentarsi come alternative politiche alla guida dei rispettivi paesi. Un disgustoso insulto alle popolazione del Congo e Rwanda.

L’Indro per contribuire alla comprensione della complicata situazione dei Grandi Laghi ha invitato due esponenti delle comunità congolese e ruandese in Italia con l’obiettivo di offrire ai lettori la rara occasione di ascoltare direttamente le vittime di questa conflittualità regionale e comprendere il dramma non solo attraverso articoli ed analisi di giornalisti occidentali. Abbiamo contattato la cittadina ruandese Francoise Kankindi, Presidente della associazione Bene Rwanda Onlus ed impiegata presso le Poste Italiane, e il cittadino congolese John Mpaliza, noto attivista per la pace, ideatore della “Marcia Reggio-Reggio” per promuovere la pace in Congo e Siria e programmatore sistemista presso il Comune di Reggio Emilia. Ad entrambi i due promotori della pace regionale  abbiamo chiesto di raccontare la reale situazione e di proporci delle soluzioni, che potrebbero non essere state ancora esaminate. 

 

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