lunedì, Agosto 2

Congo: Luca Attanasio, storia di un tradimento? “Con le molteplici indagini in corso ora, speriamo di scoprire se si è trattato di una mossa molto dilettantistica, fallita, di rapimento o di una mossa politica travestita da rapimento”

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A distanza di una settimana, tutte le prime ricostruzioni e ipotesi -non ultime quelle sostenute dal governo nel corso dell’informativa urgente Parlamento– sembrano non reggere, o comunque essere parziali. L’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, sempre più evidentemente non si spiegano, o almeno non si spiegano solo adducendo a motivo il tentato rapimento finito male, piuttosto che, a esito, il fuoco amicoo meno, o chiamando in causa le genocidarie FDLR -genocidarie nel loro DNA certamente, ma altrettanto certamente comodo capro espiratorio, sporco paravento utile a coprire le molte sudicerie di quel pezzo di Congo e depistare, volutamente o meno. Rapimento, bersaglio casuale o bersaglio sbagliato di un attacco di uno dei molti gruppi armati che operano nella zona. Motivazioni quasi consolatorie, certamente acquietanti e funzionali a chi ha tutto l’interesse a non accendere i riflettori su affari, politici piuttosto che economici, magari non implicitamente connessi al triplice omicidio, ma certamente humus di quella mattanza.

In questi ultimi giorni ha tenuto banco, come a spargere un po’ di fumo negli occhi di chi tenta di provare capirci qualcosa, la questione delle responsabilità della protezione dell’ambasciatore.
In un primo momento,
fonti del Governo congolese avevano sostenuto di non essere informate del viaggio dell’ambasciatore, e avevano accusato dell’attacco le Forces Democratiques de Liberation du Rwanda (FDLR).
Circa l’accusa rivolta alle FDLR, le medesime, in un comunicato, hanno respinto l’accusa. Nei giorni successivi, poi, è stato licenziato il funzionario del Ministero dell’Interno congolese che, a nome del Governo, aveva diffuso la nota con cui venivano accusati i miliziani ruandesi dell’agguato. In un comunicato diffuso il 24 febbraio, 2 giorni dopo l’uccisione dei tre, il viceministro dell’Interno congolese, Innocent Bokele Walaka, ha riferito che Aristide Bulakali Mululunganya -direttore dell’Ufficio del vice-primo ministro e del ministero dell’Interno – aveva diffuso ai media informazioni sull’imboscata di quella mattina a nome del governo «senza averne nè il mandato nè la competenza». Una decisione che però non ha comportato un ritiro vero e proprio dell’accusa. E un provvedimento che appare esagerato, come a voler marcare la dissociazione.
Il governo è stato poi smentito sull’informazione del viaggio che ha sostenuto non avere. E’ stata diffusa una nota verbale dell’Ambasciata italiana a Kinshasa, datata 15 febbraio 2021, la quale informa il ministero degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo della visita a Goma e a Bukavu dell’ambasciatore Luca Attanasio.

Circa la responsabilità della sicurezza del viaggio: «in tutti i contesti esteri dove i nostri dipendenti effettuano missioni organizzate dalle Nazioni Unite o da altre organizzazioni internazionali, la responsabilità in materia di sicurezza è in capo a queste ultime», sottolinea la Farnesina in una nota. E aggiunge che «infatti, il Programma Alimentare Mondiale (Pam) ha dichiarato che la missione nell’area di Goma, località nella quale l’ambasciatore Attanasio e il Carabiniere Iacovacci erano giunti a bordo di un aereo della Nazioni Unite, si svolgeva su veicoli del Programma Alimentare Mondiale».
Quanto quel percorso fosse sicuro o meno è ancora tutto da chiarire, rischia al momento di apparire una questione di opinione.

Zakia Seddiki, la moglie del giovane diplomatico, a poche ore dal funerale di Stato, in una intervista al ‘Messaggero’, ha tra il resto dichiarato: «Cosa sia davvero accaduto» quella mattina vicino a Goma «non è stato ancora chiarito», bisognerà fare luce su chi ci sia «dietro l’uccisione». «L’unica risposta che mi sono data e che posso dare è che qualcuno che conosceva i suoi spostamenti ha parlato, lo ha tradito».
Dunque qualcuno che conosceva i movimenti dell’ambasciatore avrebbe tradito, ovvero lo avrebbe consegnato ai suoi assassini. Qui la domanda non è chi ha tradito, ma chi lo voleva rapire, o, chi lo voleva morto? e, nell’uno o nell’altro caso, per quale motivo?

La dichiarazione della moglie infatti non offre indizi né pro né contro l’ipotesi del rapimento, né pro né contro l’assassinio deliberato.

Sul rapimento i dubbi sono molteplici, vanno dalla dinamica dei fatti fino alla considerazione della complessità del piano criminale. Dubbi che Luca Cellini, giornalista di ‘Pressenza‘, sintetizza bene fin dalle prime ore successive al triplice omicidio. Un «gruppo locale, una banda criminale del posto che voleva rapire l’ambasciatore italiano per poi chiederne il riscatto» si è sostenuto. Una banda «’audace» , «che voleva osare tanto, che puntava molto in alto, ciò almeno nei loro intenti di rapimento».
«Dico questo, perché rapire un ambasciatore ben conosciuto e stimato dalla popolazione in tutta la zona, un diplomatico ufficiale di una potenza occidentale, non è certo cosa da poco. Come non sarebbe stato per niente da poco, gestirne dopo il rapimento, la reclusione, fino ad arrivare ad ottenere un riscatto. Si parla di un ambasciatore.
Un gruppo che, a vedere poi come sono andate le cose, è risultato anche essere particolarmente maldestro».

«Un rapimento che a soffermarsi sulla dinamica e mettendosi un attimo a pensare, risulta particolarmente anomalo. Un rapimento che non fosse per via di quello che ci riporta la stampa specializzata che poi sta alle fonti locali, potrebbe invece apparire più come un attentato,un’esecuzione, o forse, facendo uso della morte di persone sfortunate, un preciso messaggio rivolto a un’intera Nazione».
La stessa tesi sostenuta, anche in questo caso a caldo, da
Massimo A. Alberizzi, che in un articolo del 22 febbraio per ‘Africa ExPress‘ e per ‘il Fatto Quotidiano‘: «L’attacco è stato improvviso in pieno parco nazionale del Virunga ed è sembrato un’esecuzione in piena regola», e «La dinamica dell’aggressione non è ancora chiara ma dai primi riscontri -come ha raccontato lo stringer del ‘Fatto Quotidiano‘ a Goma- non sembra ci siano dubbi che l’obiettivo fosse l’ambasciatore italiano».

Già il giorno dopo Cellini afferma: «l’attacco assume sempre più le caratteristiche di un’esecuzione in piena regola più che un tentativo di rapimento andato male». E richiama una dichiarazione a ‘Adnkronosdi Nicolò Carcano, direttore della ong Avsi: «La dinamica dei rapimenti per estorsione è una dinamica normale, una prassi tradizionale in Congo dove i riscatti sono una delle fonti di finanziamento dei gruppi armati. Viene fermato un convoglio di due macchine, sparano all’autista per far capire che non stanno scherzando, che non si può negoziare, ti rapiscono e ti portano nella giungla. Solo dopo inizia la negoziazione. Quello che lascia dei dubbi però è il fatto che i ranger che sono a guardia del parco e l’esercito congolese abbiano intercettato il gruppo armato e i suoi ostaggi. E che nel conflitto a fuoco siano morti solo l’ambasciatore e il carabiniere italiani. Questo è un po’ strano».
Un ragionamento, per altro, che mina pesantemente anche l’ipotesi del ‘fuoco amico’, già parecchio traballante anche solo se si considera chi sono i rangers, il loro livello di preparazione e il loro equipaggiamento.

E allora bisogna mettere in fila tutti gli elementi che compongono l’humus.

Il primo elemento è la composizione socio-politica del territorio.
Un territorio infestato da oltre 100 milizie armate, e dove si combatte una guerra efferata per le risorse naturali. Peer Schouten, del Danish Institute for International Studies, è uno studioso specializzato nell’economia politica dei conflitti in Africa centrale che a lungo ha studiato il Congo e la violenza endemica congolese. Gli abbiamo chiesto quanto pesa in questo momento la guerra per il controllo delle risorse minerarie e petrolifere negli scontri tra i vari gruppi armati nel Parco Nazionale di Virunga. Il Parco nazionale Virunga, afferma, “copre una vasta distesa di una parte demograficamente densa e fertile del Congo orientale. Ospita importanti risorse di pesca; il prezioso legno duro, il carbone. A causa della politica della terra -accaparramento di terre da parte di leader durante e dopo le guerre- molti agricoltori locali non vedono altra scelta che coltivare all’interno del parco. I gruppi armati soddisfano questa domanda, assicurando protezione attorno allo sfruttamento delle risorse naturali nel parco. Questi gruppi armati hanno legami più o meno chiari con le comunità etniche da cui provengono: intorno al lago Albert, il Mai Mai protegge i pescatori di Nande, ma le FDLR e Nyatura – gruppi armati ruandaponi – facilitano anche l’accesso di persone di altre comunità etniche al Parco. Non sorprende che questi gruppi armati si scontrino spesso con i ranger del parco e l’esercito congolese; le comunità locali spesso nutrono sentimenti negativi nei confronti delle guardie del Parco, che ritengono limitino il loro accesso a risorse vitali per la sussistenza”.

E oltre alla gestione del suolo, il sottosuolo. Cellini sottolinea come l’area sia l’Eldorado del cobalto, il ‘petrolio del XXI secolo‘. «Probabilmente non esiste al mondo un Paese che esemplifichi così bene la contraddizione tra ricchezza di risorse naturali e povertà della popolazione come la Repubblica Democratica del Congo (RDC)». «Senza ombra di dubbio, le sue miniere estrattive sono le più ambite del pianeta, ciò non solo per il quadro normativo molto elastico e deregolato, che ne definisce il funzionamento, ma soprattutto perché le miniere della Repubblica Democratica del Congo contribuiscono con una percentuale record alla produzione mondiale dei minerali più strategici di questo periodo storico».

«Vista da fuori, la Repubblica Democratica del Congo appare oggi come una succulenta torta da spartire. Circa il 60% del cobalto estratto a livello mondiale, si concentra in questo Paese, il minerale indispensabile che alimenta le batterie ricaricabili agli ioni di litio da cui prendono vita i nostri smartphone, i tablet, i computer portatili e le auto e persino le bici elettriche.
Lo sfruttamento economico del Congo a livello storico ha ben pochi precedenti per quanto riguarda intensità e vastità.
Fino dai tempi in cui era colonia belga alle dipendenze del Re Leopoldo,
il controllo dei giacimenti dei diamanti, dell’oro e del coltan nel Congo orientale, rappresenta di fatto avere il controllo su un moderno Eldorado, uno fra i più ricchi al mondo, che è stato, ed è tutt’ora in mano europea e di potenze straniere, le quali per gestire i loro affari non disdegnano affatto trattare o servirsi spesso anche dei gruppi armati locali, sebbene questi siano poi riportati ufficialmente come bande criminali e terroriste. Un affare ultramiliardario con degli interessi in gioco a livello strategico e globale».

Secondo elemento, i poteri locali, che sovraintendono a questo ‘affare’ che fa gola a troppi. Schouten in un suo articolo sul triplice omicidio aveva tra il resto affermato «Ma c’è un altro lato di questa tragedia che è altrettanto importante. Potrebbe essere un gioco politico. Uno di questi problemi potrebbe essere la crescente tensione tra il Parco Nazionale Virunga, i politici e le comunità locali» . E si aggiunge: «Visti in questa luce, gli eventi recenti potrebbero benissimo essere parte di una più oscura lotta politica per il controllo delle risorse del parco». È solo speculazione, ci dice, “ma tutto ciò che accade nelle vicinanze del Parco potrebbe avere a che fare con il Parco. Il rapimento di due turisti britannici nel Parco Virunga nel 2018 è stato probabilmente un chiaro tentativo da parte di gruppi armati locali di interrompere il modello di business del Parco e segnalare che può renderlo insicuro. Ciò è accaduto molto vicino all’evento del 22 febbraio. Tuttavia, ci si può chiedere cosa si sarebbe guadagnato esattamente da questa scelta della vittima …”. E questa in effetti è la domanda centrale.

C’è chi in Italia sostiene che «tra la popolazione qualcuno si è arrabbiato con gli italiani. Molte persone qui sono convinte che i contratti di estrazione del petrolio siano stati firmati tra l’ENI e il governo centrale di Kinshasa. E i notabili del luogo, rimasti con la bocca secca, hanno minacciato ritorsioni e vendette». E’ ipotizzabile che le milizie locali volessero mandare un avvertimento a Roma? Una cosa sulla Repubblica Democratica del Congo è che non si sa mai. E in effetti, i precedenti episodi di insicurezza sembravano certamente legati alla compagnia petrolifera SOCO e al suo tentativo di iniziare a esplorare i blocchi petroliferi che si sovrappongono al Parco nazionale di Virunga, per volere di interessi vicini all’ex Presidente congolese. Ma troverei altamente improbabile che ciò che è accaduto il 23 febbraio abbia a che fare con ENI. La società, dopotutto, ha chiarito l’anno scorso che non è più interessata ai Blocchi”. E però si parla di contratti che sarebbero stati firmati o che almeno sarebbero stati in discussione tra il governo congolese e l’ENI. “Credo che dal 2019 l’ENI abbia flirtato con il nuovo governo per i Blocchi che si trovano dall’altra parte del Paese, ma non so che sia stato firmato alcun contratto”.

Terzo elemento, il clima politico del Paese.
Il
direttore di ‘Nigrizia‘ padre Filippo Ivardi, evidenzia il «riposizionamento di poteri attualmente in corso in Congo, dopo la ventennale presidenza di Joseph Kabila, che aveva un controllo quasi totale del Paese, e l’arrivo di Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi, vincitore delle elezioni del 30 dicembre del 2018». Un Presidente che, inizialmente, secondo gli osservatori, doveva essere Presidente a nome e per conto di Kabila, al suo guinzaglio, e che invece ha deciso di varare una politica che ha sconvolto gli equilibri, a partire da quelli che regolavano la spartizione delle ricchezze minerarie, fino alla decisione di costruire nuove relazioni con il Rwanda e provare a mettere fuori gioco i gruppi armati, gran parte dei quali implicati nella gestione illegale dei minerali.
L
’agguato al convoglio, sottolinea Ivardi, è avvenuto nel Parco del Virunga, «che oltre ad essere un patrimonio naturale incredibile e anche un’area ricca di risorse minerarie, interessata soprattutto da estrazioni petrolifere. Insomma un luogo chiave in questo momento di cambio di potere, che vede molti deputati salire sul carro di Tshisekedi». E aggiunge: «Ho sentito dei confratelli che conoscevano Attanasio, sicuramente il diplomatico italiano ha dovuto far fronte al cambiamento dei centri di potere avvenuto in questi ultimi due anni».

Quarto elemento, gli attori esterni. Cellini parla di un «forte tensione internazionale».

In questo quadro dove molte potenze sono in campo, «l’Italia risulta essere una delle ultime potenze occidentali arrivate in zona. Una delle maggiori aziende italiane che opera nella Repubblica Democratica del Congo, è l’ENI, coinvolta anche in aspetti controversi che riguardano delle licenze ottenute da Eni nel Paese africano e che sono sotto la lente d’ingrandimento della magistratura italiana, fatti esposti e contenuti all’interno del Rapporto Re Common»

I «nostri servizi avranno molto di che indagare nel Congo Orientale, ma è presumibile credere, per avere un quadro più completo, che si possa anche e soprattutto indagare, fuori dai confini della Repubblica Democratica del Congo, magari chissà, nei Paesi presenti in RDC, i nostri cosiddettialleati‘, proprio qua, in occidente»

Si è sostenuto che gli italiani siano finiti vittime, scelte o casuali, di uno scontro tra le forze congolesi e ruandesi infiltrate nel territorio. Troppo presto per dirlo, ci dice Peer Schouten. “Il luogo dell’evento si trova nella zona di influenza di tre o quattro diverse fazioni di gruppi armati e vicine vi erano posizioni dell’ONU, dell’esercito governativo, dei ranger del parco e del confine con il Rwanda, che negli ultimi tempi è stato poroso. Il fatto che gli autori siano stati sentiti parlare in kinyarwanda da testimoni non dice molto, poiché questa lingua è dominante a livello locale. Fin dall’inizio, tutto sembra amatoriale, ma potrebbe essere costruito apposta”.
Il Presidente congolese, d’intesa con il governo ruandese, ha lanciato un’operazione militare volta a ripulire il Paese da questi gruppi armati. «L’esercito ruandese sta conducendo operazioni militari sul territorio di KIvu, in accordo con il governo di Kinshasa». Secondo alcuni in Italia è anche possibile che «i nostri connazionali siano stati coinvolti, loro malgrado, in questa storia, capri espiatori di un gioco perverso più grande di loro». Anche alcuni analisti congolesi, afferma Schouten “hanno lanciato idee simili. Penso che sia importante capire che c’è stato un numero crescente di rapimenti negli ultimi anni esattamente in quest’area, e ci sono molti gruppi che lo fanno da soli o per ordine dei clienti. Con le molteplici indagini in corso ora, speriamo di scoprire se si è trattato di una mossa molto dilettantistica, fallita,di rapimento o di una mossa politica travestita da rapimento”.

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