giovedì, Dicembre 2

Congo: la verità nascosta del massacro dei rifugiati burundesi a Kamanyola Le autorità congolesi hanno dato 4 versioni diverse e discordanti: parlano 6 testimoni diretti che hanno rischiato di essere uccisi

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Non conosciamo la sorte dei quattro rifugiati burundesi che sono stati arrestati dai servizi segreti congolesi sotto ordine del Governo di Bujumbura. Forse sono stati già consegnati a Nkurunziza. I tre attacchi, il primo a Kamanyola e i secondi all’interno del campo di accoglienza tra venerdì notte e sabato mattina, sono stati perpetuati da burundesi. Probabilmente da milizie Imbonerakure. Questo è un segnale molto allarmante poiché indica chiaramente che i miliziani genocidari burundesi hanno acquisito addestramento militare e capacità offensive tali da effettuare attacchi senza la coordinazione e l’assistenza dei terroristi ruandesi FDLR che in Burundi controllano le Imbonerakure. Questo rende la milizia una entità militare autonoma pronta per il genocidio anche senza assistenza delle FDLR. L’attacco al campo di accoglienza molto probabilmente sarebbe avvenuto anche senza la manifestazione come forma di pressione per convincere i rifugiati a rientrare. Per il Governo burundese sta diventando una ossessione obbligare gli oltre 400.000 rifugiati a rientrare nel Paese per dimostrare che la crisi politica è finita e che in Burundi regna pace, ordine e sicurezza. In Tanzania stanno terrorizzando i profughi affermando che chi non rientrerà volontariamente verrà ucciso.

Voglio sottolineare altri tre aspetti inquietanti del massacro. Il primo è la presenza di ufficiali congolesi tra i miliziani burundesi in tutte e tre le ondate di attacchi. Questo significa un piano premeditato e coordinato con il regime congolese che ha fornito uniformi dell’Esercito regolare e l’assistenza di ufficiali congolesi, probabilmente appartenenti alla Guardia Presidenziale o alla unità speciale del Katanga. Questi ufficiali si rivolgevano ai finti soldati congolesi in francese. Ogni congolese sa che gli ufficiali si rivolgono ai loro soldati in Lingala e usano il francese solo per le occasioni ufficiali o per interloquire con i Caschi Blu dell’ONU. Il francese diventa, però, una lingua franca se ci si deve rivolgere a burundesi che non conoscono il Lingala o lo Swahili.

Il secondo è che il contingente pakistano non è intervenuto a difendere i rifugiati. I primi soccorsi sono arrivati solo domenica, ad operazioni militari concluse. Vi è però da sottolineare che i pakistani hanno protetto i rifugiati che sono riusciti a raggiungere il loro posto di comando.  

Il terzo riguarda la presenza di ufficiali congolesi che accompagnavano gli ufficiali della MONUSCO durante la visita di domenica mattina. Gli ufficiali MONUSCO hanno interrogato alcuni civili congolesi e vari rifugiati burundesi in presenza degli ufficiali congolesi. Nessuno ha dato testimonianze di rilievo, limitandosi a informazioni vaghe o a ripetere la versione ufficiale del Governo di Kinshasa, in quanto vari ufficiali congolesi presenti con la MONUSCO sono stati riconosciuti come gli stessi ufficiali che hanno partecipato alle tre ondate del massacro“. Questa la testimonianza di un rifugiato burundese scampato all’eccidio.

Il massacro di Kamanyola avviene in un contesto regionale assai drammatico. Nell’est del Congo, dal 2015, si stanno perpetuando pulizie etniche contro l’etnia Nande nel Nord Kivu e contro l’etnia tutsi Banyamulenge nel Sud Kivu. In Burundi il regime è impazzito causa il rapporto ONU sui crimini contro l’umanità e tentato genocidio che sta aprendo le porte alla Norimberga africana presso la Corte Penale Internazionale. Vari attivisti della società civile burundese esortano un intervento militare regionale o internazionale per abbattere il regime di Nkurunziza, affermando che il Burundi sta correndo il serio rischio di un genocidio di massa che si potrebbe estendere nel Congo, facendo scoppiare una terza guerra Pan Africana nella regione.

Il Governo burundese ha ufficialmente contattato Kinshasa, UNHCR e la MONUSCO per chiedere l’avvio di una indipendente inchiesta  sul massacro e per convincere le autorità congolesi e le Nazioni Unite di avviare il rimpatrio  dei rifugiati. “Sono nostri cittadini quindi vogliamo che rientrino in patria per potere garantire loro la sicurezza“, ha affermato il Ministro degli Esteri Alain Aimé Nyamitwe. Da parte loro i rifugiati chiariscono che non vogliono rientrare in Burundi per ovvie e comprensibili ragioni.

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