giovedì, Dicembre 2

Congo: la verità nascosta del massacro dei rifugiati burundesi a Kamanyola Le autorità congolesi hanno dato 4 versioni diverse e discordanti: parlano 6 testimoni diretti che hanno rischiato di essere uccisi

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La dichiarazione del portavoce del UNHCR basato a Ginevra, Babar Baloch, crea maggior confusione. Baloch afferma che i soldati congolesi hanno sparato sui manifestanti burundesi durante una manifestazione totalmente pacifica. La dichiarazione smentisce le già contraddittorie versioni ufficiali fornite dal governo di Kinshasa e apre inquietanti piste. L’Agenzia di informazione ‘ANODOLU’, riconosciuta dalle Nazioni Unite lunedì 18 settembre pubblica una notizia sconcertante: «Diciotto rifugiati burundesi sono stati uccisi a Kamanyola venerdì 15 settembre. Altri sabato 16 settembre». Questa notizia viene riportata sul sito ONU di ‘Radio Okapi’ per poi essere cancellata 24 ore dopo la sua pubblicazione.

Grazie a contatti congolesi del Sud Kivu di Kamanyola e Bukavu, appartenenti alla società civile, ‘L’Indro’ ha raccolto sei testimonianze che hanno ricostruito gli eventi di sangue, rivelando una verità nascosta sia dalle autorità congolesi che dalle Nazioni Unite ma intuibile leggendo attentamente tra le righe delle varie e contraddittorie dichiarazioni ufficiali. Le testimonianze non sono anonime, ma non si rendono note l’identità dei testimoni per tutelare la loro vita.  Alcuni di questi testimoni hanno offerto una parziale versione al sito di informazione Al Jazeera che ha scelto come ‘L’Indro’ di proteggere le loro identità.

Martedì 12 settembre i soldati congolesi arrestano quattro rifugiati burundesi, affermando che erano armati. Secondo informazioni ricevute da membri della società civile burundese e da alcuni membri del partito al potere in Burundi, il CNDD-FDD, che fungono da quinta  colonna contro il dittatore Pierre Nkurunziza, i quattro rifugiati burundesi non appartengono alla ribellione. I soldati congolesi li avrebbero arrestati dietro richiesta del Governo di Bujumbura in quanto sarebbero degli attivisti politici che si oppongono alla dittatura di Nkurunziza.

I quattro sospetti vengono trasferiti a Bukavu e trattenuti presso la Direzione Generale per l’Immigrazione. Gli ordini sono chiari: estradarli nel vicino Burundi. Il loro destino è segnato. Una volta rimpatriati subiranno il trattamento di routine destinato agli oppositori politici e ampiamente denunciato nell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite: colpo in testa dopo torture per strappare importanti informazioni, e i loro corpi gettati in una fossa comune.

Venerdì 15 settembre, circa 100 rifugiati burundesi escono alle 16:00 di sera dal campo di accoglienza dirigendosi verso l’ufficio della Agenzia di Sicurezza Nazionale di Kamanyola per ottenere notizie sui compagni arrestati e chiedere il loro rilascio. Due poliziotti congolesi tentano  di bloccare i manifestanti prima che giungano all’ufficio della Sicurezza Nazionale. Nel tentativo di disperdere i rifugiati burundesi i due poliziotti sparano in aria colpi di avvertimento. I manifestanti rispondono con una fitta sassaiola costringendo alla fuga di due poliziotti. Ad uno dei due poliziotti i manifestanti strappano il Kalashnikov durante una colluttazione prima della fuga.  Dopo qualche minuto spunta dal nulla una compagnia di soldati congolesi che apre il fuoco sulla folla uccidendo 10 rifugiati. I manifestanti si disperdono tentando di portare in salvo all’interno del campo i feriti. Otto di essi non vengono salvati e verranno finiti a sangue freddo dai soldati.

Questo è il primo fatto di sangue riportato dai testimoni che contraddice la versione ufficiale. I bollettini diramati dal Governo di Kinshasa parlano di una manifestazione di massa avvenuta a Kamanyola verso il mezzogiorno. I testimoni parlano di meno di cento manifestanti giunti quasi vicino agli uffici della Sicurezza Nazionale nel tardo pomeriggio del 15 settembre. Kamanyola è ufficialmente considerata dall’Amministrazione congolese una piccola città, ma in realtà è un grande villaggio. La caserma di Polizia conta meno di 20 effettivi, mentre gli agenti della Sicurezza Nazionale non superano la decina. Nel villaggio non si registrano unità dell’Esercito regolare. Alcuni reparti sono stanziati ai confini con il Burundi (la frontiera è molto vicina) per controllare infiltrazioni di guerriglieri e bloccare le numerose attività di contrabbando. Sempre nelle vicinanze c’è un posto militare MONUSCO, guardato da Caschi Blu pakistani che non escono dalle loro postazioni dopo essere stati informati dalla popolazione dell’accaduto.

La maggioranza delle vittime sarebbe stata massacrata non durante la manifestazione, ma all’interno del campo di accoglienza in due distinti attacchi. Il primo perpetuato nella serata di venerdì 15 settembre e il secondo durante la giornata di sabato 16 settembre. I rifugiati burundesi abbandonano il campo. Alcuni si danno alla macchia mentre la maggioranza si reca davanti alla postazione militare tenuta dai Caschi Blu pakistani in cerca di protezione. Gli attacchi ai rifugiati cessano e solo domenica mattina arrivano gli elicotteri MONUSCO da Bukavu per soccorrere i feriti. Le fotografie giunte alla Redazione testimoniano orribili ferite molte delle quali non provocate da proiettili di armi automatiche ma da armi bianche, più precisamente da machete. Alcune foto che la Redazione ha deciso di non pubblicare, causa l’impatto emotivo che possono creare, mostrano teste di alcune vittime aperte a metà da pesanti lame. Altre mostrano due bambini tagliati a pezzi.

I nostri testimoni rivelano l’identità degli aggressori. Tutte le testimonianze concordano che l’eccidio non è stato opera dei soldati congolesi ma di individui sconosciuti che indossavano uniformi dell’Esercito regolare. Gli ordini per coordinare l’attacco non venivano impartiti in Lingala (lingua ufficiale del Congo usata dall’Esercito) o in Swahili (lingua ufficiale del Congo parlata nelle province est). Gli ordini venivano impartiti in Kirundi, la lingua ufficiale burundese totalmente sconosciuta ai soldati congolesi. La lingua Kirundi, come quella parlata in Rwanda (Kinyarwanda) contiene suoni difficili da pronunciare per le popolazioni bantu. Le due lingue sono quasi impossibili da apprendere per gli occidentali o altri stranieri, africani compresi. Chi le usa è necessariamente burundese o ruandese.

I testimoni concordano che gli aggressori siano stati dei burundesi, ma non sanno se a massacrare i rifugiati siano stati soldati regolari di Nkurunziza o miliziani Imbonerakure. Escludono che siano stati i terroristi  delle FDLR. Molti di loro sono ruandesi che parlano Kenyaruanda. Qualsiasi ruandese che tentasse di parlare il Kirundi del Burundi verrebbe riconosciuto per la sua scorretta pronuncia. Inoltre, almeno il 40% dei terroristi FDLR sono dei giovani congolesi dell’est, reclutati negli ultimi anni che non conoscono le lingue burundese o ruandese ma solo lo swahili.

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