mercoledì, Maggio 12

Congo: la minaccia non è il Profeta di Dio field_506ffb1d3dbe2

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Paul Joseph Mukungubila

 

Kigali  – Per la Repubblica Democratica del Congo il 2013 é stato un anno decisamente negativo. Inauguratosi con l’escalation della guerra all’est, iniziata nel aprile 2012  dalla ribellione Banyarwanda del Movimento 23 Marzo, si conclude con un tentativo di colpo di Stato del Pastore Paul Joseph Mukungubila, il Profeta di Dio.

Il 30 dicembre 2013 la popolazione di Kinshasa si sveglia nel bel mezzo di un violentissimo tentativo di cambiamento di regime. Alle prime ore dell’alba persone armate, inizialmente non identificate, attaccano simultaneamente il quartiere generale dell’Esercito congolese, l’aeroporto internazionale di N’djili e la radio televisione nazionale RTNC.

Dopo ore di intensi combattimenti, il Portavoce del Governo, Lambert Mende, annuncia, presso gli studi di RTCN2, che la situazione é sotto controllo e i golpisti sono stati sconfitti.

Ad entrare in azione sono stati reparti scelti della Polizia nazionale e della Guardia Presidenziale. La maggioranza dell’Esercito é rimasto confinato nelle caserme poiché all’inizio il Governo non sapeva se la ribellione provenisse all’interno della FARDC (Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo) o da forze esterne. Secondo testimonianze pervenuteci da Kinshasa, consiglieri militari francesi avrebbero coordinato le operazioni.

Nel bel mezzo della bufera si sono trovate 23 famiglie italiane, bloccate da un mese e mezzo dalle autorità congolesi a causa della decisione di annullare le adozioni di bambini congolesi precedentemente autorizzate dalle stesse autorità governative. Presi dal panico da una situazione pericolosa a loro aliena, vari genitori italiani hanno richiesto alla Farnesina di essere evacuati assieme ai propri figli adottivi. Richiesta saggiamente rifiutata dal Ministero degli Affari Esteri italiano per salvaguardare l’incolumità dei cittadini italiani e non compromettere gli sforzi diplomati tra i due Paesi per risolvere il delicato contenzioso effettuati durante la recente visita visita della delegazione italiana inviata dal Presidente del Consiglio Enrico Letta. Farnesina e Ambasciata Italiana a Kinshasa hanno comunque offerto tutto il sostegno e appoggio necessario alle famiglie italiane come a tutti i connazionali residenti in Congo, monitorando costantemente l’evolversi della crisi.

Il colpo di Stato non é stato tentato da gruppi ribelli conosciuti o da Paesi vicini ostili quali Rwanda e Uganda, bensì da una figura politica pittoresca, ma estremamente pericolosa, il Pastore Paul Joseph Mukungubila, candidato alle ultime elezioni presidenziali del Novembre 2011. Il Pastore Mukungubila, noto oppositore politico del Presidente Joseph Kabila, originario di Lumumbashi e fondatore di una propria setta cristiana, si era recentemente proclamato Presidente dell’Africa. Onnipresente su internet e su diversi social network,  Mukungubila ha dichiarato che il colpo di Stato aveva l’obiettivo di liberare il Congo dal dominio ruandese, riprendendo una teoria del complotto completamente infondata ma molto popolare a Kinshasa che dipinge il Presidente Kabila come un agente segreto del Rwanda. L’ultima lettera aperta alla Nazione pubblicata dal Pastore il 5 dicembre scorso non era stata presa sul serio, pur essendo il chiaro preambolo di questo folle gesto anticostituzionale.

Mentre il Presidente Kabila si é trincerato in un classico silenzio per tutta la durata della crisi, Laurent Mende ha immediatamente tentato di minimizzare l’accaduto, parlando di una forza d’assalto composta da 40 giovani armati di machete e armi automatiche. Affermazione che faticava già dall’inizio ad essere credibile, visto i tre punti strategici della capitale attaccati simultaneamente e dagli intensi combattimenti seguiti per riprendere il controllo.
Con il passare delle ore, e nonostante la disattenzione dell’opinione pubblica internazionale, la grave situazione é progressivamente venuta alla luce.
Il tentativo di rovesciare il regime di Kabila non é stato attuato solo presso la capitale ma anche nella seconda città del Paese, Lumumbashi, e in due altre importanti città, Kolwezi e Kindu, dimostrando che non si trattava di un disperato gesto di un prete visionario ma di un piano precedentemente studiato che ha rappresentato un pericolo mortale per la sopravvivenza della Repubblica.

In una conferenza stampa del 31 dicembre  il Ministro Lambert Mende ha affermato che il bilancio definitivo dell’atto insurrezionale del Pastore Nukingubila é di centotredici morti, di cui 94 tra le forze ribelli. Tra le vittime delle forze governative si registra anche un alto ufficiale dello Stato Maggiore della FARDC di cui identità non é stata ancora divulgata. Anche questi dati sono considerati dagli esperti regionali una sottostima dettata dalla classica tattica della propaganda del regime congolese di negare l’evidenza.

Nonostante la priorità di contenere il disastro, Lambert  Mende é stato costretto a riconoscere che esiste un serio problema sulla capacità delle forze dell’ordine di garantire la sicurezza nazionale. Problema evidenziato dalla situazione di far west che regna dal 1996 all’est del Paese.  «Esiste un reale problema sull’efficacia della sicurezza nazionale. Questo é l’obiettivo principale dell’inchiesta in corso. Se occorreranno delle punizioni, esse verranno attuate. Occorre però sottolineare che le forze armate hanno reagito tempestivamente contro i terroristi», ha dichiarato Mende.

Nel breve discorso alla Nazione di fine anno il Presidente ha appellato la popolazione alla massima vigilanza contro tutti i tentativi di destabilizzazione della Repubblica, esaltando la vittoria militare all’est contro le ‘forze del male’ rappresentate dalla ribellione del M23. Un discorso non convincente che ha avuto come effetto rafforzare il distacco e i risentimenti della popolazione verso un regime autoreferenziale, ormai concentrato in inutili opere di propaganda per creare realtà artificiali.

Accuse di incapacità e inettitudine provengono dal principale partito d’opposizione, ormai posto in una posizione di semi clandestinità, il Movimento di Liberazione del Congo (MLC) di cui leader, Jean Pierre Bemba, é sotto processo presso il Tribunale dell’Aia con l’accusa di crimini contro l’umanità commessi nel 2004 in Repubblica Centroafricana.

Sotto accusa sono é stato posto solo il servizio di sicurezza, ma anche i servizi segreti. Le intenzioni sovversive del Profeta di Dio erano state esternate in diverse occasioni. Nella lettera aperta alla Nazione del 5 dicembre 2013 il  Pastore Mukungubila aveva apertamente invitato la popolazione a scacciare il Presidente Kabila e tutti i traditori del Congo. I servizi segreti avevano archiviato queste aperte minacce considerandole frutto di una mente confusa. Il Governo ha promesso di istituire una Commissione per chiarire gli innumerevoli lati oscuri dell’atto insurrezionale di fine anno. “Questo equivale a dire che non faranno nulla. Conosciamo le Commissioni del Governo Kabila”, afferma un abitante di Kinshasa, esprimendo il sentimento di frustrazione diffuso tra la popolazione non solo nella capitale ma anche nelle Provincie centrali e quelle del est. Nel novembre scorso la popolazione di Goma (Nord Kivu) e di Bukavu (Sud Kivu) aveva accolto freddamente il Presidente Kabila nonostante la vittoria militare riportata sul M23.

Mentre l’Eliseo preferisce non pronunciarsi sugli avvenimenti di fine anno, il responsabile della missione ONU di pace MONUSCO, Martin Kobler, ha condannato fermamente il tentativo eversivo, qualificando come ‘inaccettabile’, mentre le Nazioni Unite hanno richiesto al Governo congolese di fare al più presto luce su questi incidenti.

Il tentativo insurrezionale del Pastore Mukungubila non mette in discussione la capacità reale delle Forze Armate e dei servizi segreti, ma l’incapacità del Governo di controllare il Paese, Governo che di fatto non possiede il controllo sul settore strategico della sicurezza e sulla sovranità, nonostante i milioni di euro spesi dall’Unione Europea per formare un valido  Esercito repubblicano.

Il fallimento del Governo di Kinshasa era già stato evidenziato dal analista Marc-André Lagrange in un articolo pubblicato il 23 aprile 2013 sul mensile politico ‘Afrikarabia’. “Quale é la capacità del Presidente Joseph Kabila di esercitare la sua autorità nella Repubblica Democratica del Congo? Poca cosa. Lo Stato Centrale non esiste più e le provincie sono sempre più indipendenti anche sulla gestione dei problemi di sicurezza. Progressivamente le Nazioni Unite e i poteri locali si stanno sostituendo al governo assente. Le capacità istituzionali del Governo sono sempre più deboli e dipendono completamente da sostegni esterni. ”, ci spiega Marc-André Lagrange.

Gli esperti geopolitici James Fairon e David Laitin spingono oltre la loro analisi sul fallimento del regime kabilista, affermando che é in atto un trasferimento di sovranità di questo Stato fallito. Fairon e Laitin affermano che la Francia e parte della Comunità Internazionale stanno attuando forme di tutela istituzionale dove le decisioni politiche ed economiche vengono decise all’Eliseo, mentre la sicurezza e la difesa nazionale sarebbe affidata agli eserciti africani che collaborano con le Nazioni Unite.

Dalla parte opposta gli strateghi della Casa Bianca e del Pentagono dal 2012 sono convinti che occorre affidare la responsabilità della stabilizzazione dello Stato congolese a potenze regionali, al fine di evitare che il Congo diventi una minaccia per la sicurezza regionale. Nonostante le condanne di facciata contro Uganda e Rwanda, il riferimento a queste due potenze regionali é evidente.

Francia e Stati Uniti hanno visto fallire i loro sforzi di stabilizzare il Congo dopo la guerra fredda 1994-2004. L’alleanza Franco-Americana per la stabilità del Paese e per quella regionale tentata dal 2004 al 2012 é stata vanificata dall’irresponsabilità del regime kabilista, una tra i più criminali e corrotti regimi ancora esistenti in Africa. Ora si sta assistendo alla ripresa della guerra fredda tra le due potenze occidentali che rischia di infiammare la Regione dei Grandi Laghi. Al posto di una nuova devastante guerra fredda, combattuta sul terreno dagli eserciti africani, Parigi e Washington farebbero meglio a pianificare una balcanizzazione controllata di questo Paese africano attuata tramite la creazione di una Repubblica Federale. In gioco vi sono gli interessi economici mondiali nel Congo.  Nessuno dei contendenti o potenze regionali possono gestire contemporaneamente il pantano congolese e le crisi del Sud Sudan e della Repubblica Centroafricana. Il Federalismo é divenuto una necessità per impedire una violenta ed anarchica  frammentazione del Paese di cui i primi segnali sono già evidenti”, ci dice un docente di politica internazionale dell’Università di Makerere, in Uganda, intervenuto con garanzia di anonimato.

Un’altra drammatica notizia aggiunge tensione alla fragile ed instabile situazione politica del Congo. Giovedì 02 gennaio il  Colonnello Mamadou Ndala, comandante della Brigata Comando Unità di Reazione Rapida dell’Esercito congolese, é morto in una imboscata del gruppo ribelle ugandese ADF (Alliance Defence Force)  tenuta presso il villaggio di Ngadi, tra l’aeroporto regionale di Mavivi e la città di Beni, Nord Kivu.  Molti soldati della sua scorta sono stati uccisi e altri feriti gravemente. Una carneficina provocata da tiri incrociati di lancia razzi RPG e armi automatiche.

Vari osservatori regionali e un ex Consigliere del Presidente Désidé Kabila, padre dell’attuale Presidente del Congo assassinato nel 2001, pensano che l’imboscata si tratti di una messa in sena per camuffare un assassinio politico. Il Colonnello Ndala, autore della vittoria contro la ribellione Banyarwanda del M23, dal luglio scorso era in forte contrasto con il Governo di Kinshasa, che cercava di ritirargli il comando delle operazioni militari all’est del Paese per proteggere gli interessi della famiglia Kabila nel traffico illegale di minerali preziosi garantito grazie ad associazioni economiche clandestine con vari gruppi ribelli operanti all’est, tra i quali il gruppo terroristico ruandese FDLR.

Alcuni osservatori regionali sono propensi a non scartare l’ipotesi che l’assassinio politico del Colonnello Mamadou Ndala sia dovuto anche dalla sua popolarità che poteva rappresentare a medio termine un pericolo per il fragile e corrotto regime della famiglia Kabila.

 

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