lunedì, Settembre 20

Congo, la crescita economica che produce povertà field_506ffb1d3dbe2

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congo economia miniere

Kampala – Analizzando i dati economici della Repubblica Democratica del Congo dal 2001 al 2011 si nota che la crescita annuale del PIL è del 7,5%. I settori produttivi, hanno registrato una crescita del 7,23% mentre il settore terziario ha conosciuto un boom spropositato e quasi incredibile: 490%. L’indice più contraddittorio riguarda la produzione mineraria che si attesta al 2,6%, nonostante l’abbondanza di minerari, di attività estrattive e commerciali e la presenza della Gegamines una tra le più importanti società minerarie autoctone nel continente. Con questi dati il governo congolese è considerato il miglior allievo della istituzione Bretton Woods, riuscendo cosí ad ottenere nuovi prestiti. La crescita economica mantenuta negli ultimi 8 anni dovrebbe aver diminuito la povertà del 50%. Al contrario il Congo rimane uno tra i Paesi più poveri in Africa dove il 71% della popolazione vive al disotto della soglia di povertà (1,5 euro al giorno), la disoccupazione raggiunge il 70% e le aspettative di vita non superano i 57 anni. Quali sono le ragioni di questa crescita economica che produce solo povertà?

Franklin Kyayima Muteba, economista presso l’Università di Kinshasa ci spiega i fattori che hanno portato ad un simile paradosso. La domanda di forza lavoro è in funzione alla capacità di produzione e vendita dell’azienda. Più l’azienda ottiene mercati e si rafforza più necessita di aumentare la produzione e di conseguenza la mano d’opera. Normalmente il fattore tecnologico, che riduce il ricorso alla mano d’opera, nel continente incide relativamente rispetto ai Paesi occidentali. Le attività industriali e manifatturiere della maggioranza dei Paesi africani si basano su tecnologie degli anni Novanta e il ruolo della mano d’opera (specializzata e non) rimane fondamentale. Nel caso del Congo il corollario tra crescita industriale e occupazione non si è verificato causa la natura distorta di questa crescita. Il principale motore di sviluppo nel Paese è il terziario, essenzialmente costituito da società di telecomunicazione e banche che solitamente richiedono un ridotto numero di dipendenti.

La scelta delle società di telecomunicazione di affidare a ditte internazionali i servizi di assistenza clienti ha impedito lo sviluppo di call center nazionali, l’unico frammento del settore capace di creare occupazione in percentuali significative. Il settore minerario, che se ben gestito potrebbe essere il primo motore di sviluppo nazionale, soffre di quattro cancri divoratrici di benessere: incapacità del governo di gestire una politica mineraria nazionale, mancato sviluppo di società nazionali, corruzione e commercio illegale in mano a vari gruppi armati (40 solo nelle due province del Kivu). Nonostante alcune leggi recentemente varate, il governo di Kinshasa ha ampiamente dimostrato di essere incapace di regolare il settore minerario aumentando il potere delle multinazionali che si dedicano puramente ad una politica economica coloniale basata sulla estrazione della materia grezza e l’esportazione in Occidente o Asia per ottenere i prodotti finiti.

Nessuna regolamentazione finanziaria di rilievo è stata introdotta permettendo così che i profitti prodotti dalle multinazionali nel settore siano per la maggior parte esportati all’estero  e non reinvestiti nell’economia nazionale. Non essendo stati fissati limiti di esportazione di capitali il paese rientra nella triste categoria dei paesi africani dove la fuga di capitali impera, assieme a Liberia, Nigeria, Sud Sudan, Zimbabwe. Il governo è stato incapace di sostenere l’unica società mineraria nazionale, la Gegamines, nonostante le sue enormi potenzialità. Il suo bilancio fallimentare registrato dal 2010, in assenza di una volontà politica di risanare l’azienda, sta creando le condizioni per la svendita della Gegamines alle multinazionali straniere già presenti all’interno del Consiglio di Amministrazione di questa società semi statale. Il commercio illegale dei minerali preziosi (oro e diamanti) e rari (coltan, casserite, uranio) supera di gran lunga quello legale. È organizzato da una mafia creatasi dall’alleanza tra i gruppi armati nazionali e regionali presenti nel paese e la famiglia presidenziale Kabila. Alleanza favorita dal mancato intervento della missione di pace ONU in Congo, MONUSCO.

All’est del Paese si registra la presenza del 54% delle risorse naturali fino ad ora scoperte in Congo, eppure le aziende legalmente operanti  sono solo 14 e di modeste entità tolto la joint venture tra Anglo-American e Group 5 del Sud Africa che gestisce un’immensa cava d’oro nel Nord Kivu confini con l’Uganda. Oltre il 74% dei minerali del Kivu rientra nel mercato illegale. Questa particolare attività richiede intermediari e compratori disponibili nelle immediate vicinanze e privi di scrupoli. Questa esigenza ha creato il secondo paradosso nazionale. I principali Paesi che partecipano all’instabilità dell’est del Congo, Rwanda e Uganda, sono anche i principali compratori dei minerali illegali provenienti dal Congo. Se dal 1996 al 2004 per assicurarsi i minerali i due paesi si sono coinvolti in due guerre pan africane, ora non vi è più necessità di interventi militari in quanto i minerali, che rientrano nell’immenso saccheggio ai danni del Congo, arrivano comodamente a Kampala e Kigali venduti dagli imprenditori congolesi in stretta collaborazione con le autorità del loro paese, compreso il vertice. Gli immensi giacimenti petroliferi presenti nelle acque territoriali congolesi del Lago Alberto sono stati praticamente venduti all’Uganda dallo stesso presidente Kabila nel marzo 2011. Se il meccanismo si inceppa, basta attivare qualche ribellione per far ritornare i congolesi a più miti consigli.  

Un’ottima soluzione per le multinazionali che necessitano queste risorse naturali ma che non possono direttamente entrare in affari con gruppi terroristi o genocidari per ragioni di immagine pubblica. Una manna per il Rwanda e Uganda che vedono aumentare le entrate nazionali grazie al sovraccarico del prezzo dei minerali e delle tasse di esportazione. Una fortuna per la famiglia Kabila, di cui impero finanziario è ormai arrivato a dimensioni faraoniche. Una rovina per la popolazione del Kivu costretta a vivere nell’assoluta povertà, nell’instabilità più totale caratterizzata da continue violazioni dei diritti umani, massacri e stupri collettivi, senza reali istituzioni statali e difesa delle forze armate che non adeguatamente pagate si accaniscono sui civili. Mentre nella parte occidentale del paese non si registrano conflitti di rilievo dopo la fine della seconda guerra panafricana (2004) l’est del paese tecnicamente non è mai uscito dalla situazione bellica che dura dal 1996. Il mercato illegale dei minerali all’est è facilitato dalla natura geologica dell’area. La maggior parte dei giacimenti di oro, coltan, casserite sono collocati ad una profondità relativamente modesta che permette il proliferarsi delle miniere artigianali, mentre i diamanti sono principalmente ricavati da depositi alluvionali e possono essere raccolti setacciando il letto dei fiumi. Queste caratteristiche geologiche rendono le attività minerarie estremamente semplici.

Qualsiasi banda armata, in grado di difendere qualche chilometro quadrato di terreno e di catturare un numero di prigionieri sufficienti per la mano d’opera che esegue il lavoro sotto minaccia delle armi, può gestire le attività minerarie ricavando immense fortune grazie alla complicità del governo congolese e la prossimità geografica dei paesi ricettatori. Le risorse minerarie danno un profitto di gran lunga superiore al costo degli investimenti grazie alle scorte limitate dalla natura capaci di creare profitti in eccesso che sfuggono dal contesto concorrenziale. Purtroppo l’intenzionale mal gestione delle risorse, le incomprensibili esenzioni fiscali offerte alla multinazionali e royalities ridicole rispetto al valore dei minerali estratti, fanno si che il settore registra la crescita più bassa negli indicatori economici generali del paese. La corruzione è l’ingrediente che rende possibile questa situazione ai danni della nazione e della popolazione. Alcune ditte straniere, anche italiane, che recentemente stanno tentando di entrare nel mercato congolese dei minerali rispettando le regole internazionali e nazionali, evitando di addentrarsi nel mercato “parallelo”, informano di riscontrare seri ostacoli da parte dello stesso governo che, teoricamente, dovrebbe favorire tali onorevoli propositi.

L’economia congolese è stata trasformata dalla dirigenza del Paese in un immenso granaio quasi gratuito dove gli investitori stranieri più scaltri e coraggiosi possono produrre immensi profitti da reinvestire all’estero a condizione che ingrassino la famiglia presidenziale e i cortigiani ad essa collegati. La scandalosa concentrazione di minerali all’est del Congo invece di creare ricchezza nazionale e divenire un motore di sviluppo regionale, crea una concorrenza distruttiva tra le varie bande armate, multinazionali, proprietari della terra, lavoratori e Paesi confinanti. La principale ragione della perenne instabilità del Kivu risiede nella estrema libertà e facilità per i gruppi armati di finanziare le loro operazioni belliche con le risorse naturali vendute all’esterno del Paese. Se non vi sarà un radicale cambiamento sull’amministrazione delle risorse naturali da parte del governo, l’instabilità e i periodici conflitti all’est possono continuare a tempo indeterminato”, spiega l’economista Muteba.

Serie distorsioni e carenze sono registrate anche presso le società straniere che si occupano di altri settori. Spesso queste società impiegano una ridotta mano d’opera di cui i quadri ben pagati sono stranieri e i subalterni sono nazionali a cui sono riservati stipendi mediocri. Tutte le aziende straniere dispongono di conti bancari esteri e utilizzano le banche nazionali solo come veicolo finanziario per la fuga dei capitali. Il 86% dei profitti generati in Congo spariscono dal Paese.Questo fenomeno viene incoraggiato e favorito dalle autorità congolesi, incapaci di canalizzare l’economia nazionale verso obiettivi ben definiti. Le autorità congolesi si accontentano della semplice installazione di nuove società straniere che aumentano il PIL rendendolo irreale in quanto manca la ricaduta positiva sulla popolazione. Ogni nuova azienda straniera rappresenta per il governo non una opportunità di crescita nazionale e diminuzione di disoccupazione e povertà ma un aumento dei profitti personali derivanti dalla corruzione. Oltre la fuga di capitali si registra anche il fenomeno inverso. L’arrivo di ingenti capitali che vengono subito investiti in attività del terziario e nel mercato edile. I profitti di queste attività vengono immediatamente trasferiti su conti esteri. Trattasi dei proventi delle varie mafie internazionali. Le autorità di Kinshasa hanno trasformato il paese in uno dei posti più sicuri per il riciclaggio di denaro al mondo. La popolazione di certo non beneficia di questo movimenti di capitali in entrata ed uscita in quanto alle mafie internazionali è sufficiente stringere intese con governo  e sistema bancario congolesi, senza dover creare una assistenza sociale per crearsi un sostegno popolare che è nel caso del sud dell’Italia”, spiega Muteba.

La canalizzazione dell’economia verso l’industrializzazione e il rilancio dell’agricoltura potrebbe essere la soluzione ai problemi e garantirebbe l’aumento del tenore di vita della popolazione. Purtroppo il governo di Kinshasa non possiede una seria strategia industriale e l’agricoltura è ai minimi livelli per due ragioni contrapposte che convivono nel Paese. All’est la perenne instabilità che impedisce le attività agricole nei campi e costringe la popolazione rurale a cercar rifugio nei principali centri urbani: Butembo, Beni, Bunia, Bukavu, Goma, Uvira. All’ovest la mancanza di infrastrutture, strade e la precisa volontà del governo di impedire l’accesso ai mercati nazionali in quanto spesso i dirigenti del paese hanno interessi e quote di profitti derivanti dall’importazione di prodotti alimentari dai paesi vicini. Questo crea la situazione paradossale che il Congo, granaio regionale, viene alimentato dai paesi confinanti che traggono tutto il profitto. Kinshasa (12 milioni di abitanti) vive delle derrate alimentari provenienti da Angola, Congo-Brazzaville, Sud Africa. I capoluoghi delle province del Nord e Sud Kivu: Goma e Bukavu, dipendono dalle derrate alimentari provenienti da Kenya, Rwanda e Uganda. Questa dipendenza ha anche seri risvolti sulla sicurezza nazionale.

Uno dei fattori che possono accelerare l’industrializzazione del Paese è la sicurezza energetica. Il Congo possiede una capacità di produzione energetica quasi illimitata grazie alla presenza di innumerevoli ed importanti fiumi. Eppure le principali centrali idroelettriche lavorano in uno stato di sottoproduzione e sono antiquate. Solo il 12% della popolazione accede alla elettricità, garantita nei principali centri urbani qualche ora al giorno. Il progetto di rinnovamento della colossale diga di Inga,situata nella prossimità della capitale, Kinshasa, è gestito da multinazionali sud africane con capitali forniti dalla Banca Mondiale. A lavori terminati la diga potrebbe fornire elettricità a tutto il paese e rimarrebbe ancora un 40% da destinare alla vendita ai paesi vicini, fonte di valuta pregiata. Al contrario le autorità congolesi stanno firmando accordi di vendita della futura elettricità prodotta con Angola e Sud Africa per ovvie convenienze personali. Mentre l’energia che sarà destinata al fabbisogno nazionale non sarà sufficiente per assicurare costantemente elettricità alla sola capitale, le industrie angolane e sud africane beneficeranno di un aumento produttivo grazie all’elettricità fornita dal Congo.

La crescita economica congolese è virtuale e manca di consistenza. È una crescita che non riduce la povertà. Gli indirizzi economici strategici sono sostituiti dalla speculazione personale dei dirigenti. Il sistema bancario e finanziario facilita fuga di capitali e riciclaggio di denaro. Il sistema fiscale è irrisorio e governato dalla corruzione. Non esistono politiche ambientali e di sviluppo rurale ed urbano. La disoccupazione sembra non rappresentare una preoccupazione per il governo obbligando i cittadini ad arrangiarsi all’interno del settore della economia informale che in realtà è un universo oscuro ed estremamente fragile dove il confine tra legalità ed illegalità viene spesso superato causa la necessita di sopravvivere. Una crescita economica che non crea nuovi posti di lavoro e non riduce la povertà è destinata a trasformarsi nel suo contrario a breve termine minando seriamente le future possibilità economiche e l’indipendenza del paese. Il Congo è una cassaforte aperta a disposizione delle multinazionali e dei paesi confinanti. La ridicola percentuale di profitti che rimane nel paese viene incanalata nelle tasche del presidente, ministri, governatori e amministratori locali che non rinvestono i soldi derivati dalla corruzione in attività produttive, come succede in Uganda, ma a loro volta trasferiscono i capitali all’estero in quanto sono i primi a non credere al miracolo congolese” spiega con mal celato senso di frustrazione l’economista Muteba.

Questa disumana e disastrosa situazione, che sta creando le condizioni per un genocidio economico della popolazione congolese, sembra destinata a durare indipendentemente da eventuali cambiamenti di regime in quanto creata da un storico meccanismo di corruzione e totale mancanza di patriottismo della classe dirigente. Un meccanismo non creato dall’attuale regime del Presidente Joseph Kabila, ma semplicemente ereditato e mantenuto. Mentre il Congo sprofonda nel barato e nel rischio di future guerre i paesi vicini prosperano. Angola, Congo-Brazzaville, Rwanda e Uganda si sono avviati verso la trasformazione da paesi sottosviluppati a paesi emergenti con forti possibilità di entrare nel club del Primo Mondo tra il 2025 e il 2040, ironicamente grazie alle disgrazie del Congo e alla criminale miopia della sua classe dirigente. 

 

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