mercoledì, Agosto 4

Congo: infranti i sogni di potere della Chiesa cattolica locale Quella del 31 dicembre è stata una fuga in avanti della Chiesa locale non concordata con il Vaticano che ha ottenuto il rafforzamento di Kabila

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Il mancato coordinamento con la Santa Sede sarebbe dovuta dalla ben nota bramosia di potere che da sempre il clero cattolico congolese nutre, e dal desiderio di realizzare il sogno di trasformare il Congo in uno Stato cristiano da loro controllato.  In pratica, la marcia del 31 dicembre è la copia esatta della Marcia dei Cristiani, avvenuta il 16 febbraio 1992, un anno dopo che la protesta universitaria contro il regime di Mobutu fu repressa nel sangue.  La tattiche organizzative (compreso la creazione di un Comitato di Laici Cattolici) sono identiche a quelle dell’epoca e descritte dal quotidiano congolese ‘Le Phare’ in occasione del ventesimo anniversario, il 16 febbraio 2012.  Nel 1992 la risposta del potere fu identica a quella del 31 dicembre scorso. Con la violenza, Mobutu all’epoca e Kabila oggi, hanno chiarito che lo Stato detiene l’esercizio del potere politico e che la Chiesa Cattolica non ha alcun diritto di contrastarlo.

Dopo la Marcia dei Cristiani del 1992, il clero cattolico si piegò alla volontà del dittatore Mobutu Sese Seko, in quanto era stato messo dinnanzi alla scelta improponibile (proprio come ora) di rispondere al dispotismo e alla violenza con la lotta armata. La Santa Sede dinnanzi alla disfatta del 16 febbraio 1992 scelse la strada del dialogo, che portò ad una collaborazione forzata con il regime che mascherava una contrapposizione che covava sotto le ceneri ma impotente di esprimersi apertamente. Il Vaticano tentò di appoggiarsi a intellettuali d’opposizione, come  Étienne Tshisekedi (deceduto lo scorso febbraio), nella speranza di cambiare dall’interno il regime di Mobutu, di renderlo più umano e aprire la strada alla democrazia senza rivoluzioni e uso della violenza.

La partecipazione della Chiesa Cattolica e dei suoi intellettuali alla Conferenza Nazionale, al contrario, rafforzò il regime di Mobutu. Molti vescovi si adattarono e, abbandonate le politiche di opposizione ad oltranza, optarono per una comoda collaborazione con il regime. Mobutu concesse alla Chiesa Cattolica di riempire il vuoto creato da un Governo allo sfacelo e incurante dello stato sociale. Furono create scuole e ospedali privati e semi privati che hanno rappresentato la base dell’attuale giro d’affari della Chiesa congolese tramite le sue opere caritatevoli. Un giro d’affari nel business della educazione e sanità che tutt’ora è soggetto ad una opaca gestione e da interessi economici e di potere di vari vescovi locali.

L’atteggiamento di collaborazione e antagonismo sorto dopo la Marcia dei Cristiani del 1992 ha caratterizzato il rapporto tra Stato e Chiesa in Congo fino ai nostri tempi. La dittatura di Mobutu non cadde grazie alla Chiesa. Nel maggio del 1997 le truppe ribelli guidate da Laurent-Désiré Kabila, (padre dell’attuale Presidente) entrarono vittoriose a Kinshasa, grazie al supporto degli eserciti di Angola, Burundi, Rwanda e Uganda, mentre Mobutu fuggiva in Marocco, dove sarebbe morto  il 7 settembre 1997. Quando i Vescovi bussarono alla porta di Desire Kabila nella speranza di poter instaurare un dialogo e una collaborazione di potere non seppero rispondere alla secca domanda: «Voi che avete realmente  fatto per far cadere Mobutu?» Da quell’incontro Laurent Desire Kabila venne considerato dai vescovi un politico ostile alla Chiesa Cattolica e nuovo dittatore.

La fuga in avanti dei vescovi congolesi, molti di essi ostili alla nuova politica di apertura al Rwanda voluta da Papa Francesco, non apre un periodo di speranze per il Paese, né mette la Chiesa Cattolica nella posizione di assicurare pace e democrazia. Kabila è uscito rafforzato dalla prova di forza tentata dai vescovi congolesi. La popolazione ora è consapevole che il rais non ha scrupoli nè limiti. Kabila deve aver sorriso beffardamente alla minaccia del Vaticano di interrompere tutti i servizi sociali che la Chiesa Cattolica gestisce nel Paese da 30 anni. Una minaccia impossibile da attuare perché nessun Vescovo congolese è disposto a rinunciare ai milioni di dollari e al potere sui poveri che la gestione dei servizi sociali garantisce a loro.

Il Cardinale Laurent Monsengwo, Arcivescovo di Kinshasa, è ben noto. Fu lui che, dinnanzi alla sconfitta della Marcia dei Cristiani e alla fine del sogno di un Stato cristiano nello Zaire, inaugurò la politica di collaborazione con il dittatore Mobutu, nella speranza che intellettuali come Tshisekedi potessero creare tempi migliori per la Chiesa. Vice Presidente di Pax Cristi International, nel 2002 tentò di influenzare gli accordi di pace che posero fine alla Seconda Guerra Pan Africana (1998 – 2004) nella speranza di controllare il Governo del giovane e inesperto Joseph Kabila. Tentò anche di presentarsi alle elezioni presidenziali del 2005, ma abbandonò rapidamente l’idea. Dinnanzi alla sconfitta politica in quanto il giovane Kabila ben presto dimostrò la sua chiara intenzione di non volere farsi controllare dal clero cattolico, ma di volerlo solo utilizzare, Monsengwo dichiarò: «Non aspiro al potere politico. Se lo avessi desiderato lo potevo ottenere nel 1997 con la caduta di Mobutu ma non l’ho fatto poiché il mio potere ecclesiale è mille volte superiore al potere politico». Dichiarazione inverosimile in quanto Mobutu fu abbattuto da Museveni e Kagame che mai avrebbero permesso al Cardinale Monsengwo di sostituire il loro uomo (Laurent Desire Kabila) visto il profondo odio che Monsengwo nutriva verso l’etnia tutsi.

Ora l’Arcivescovo di Kinshasa è sulle prime pagine dei quotidiani mondiali a condannare il brutale regime di Kabila, sperando che nessun gli ricordi il felice periodo di collaborazione con il dittatore, quando si promuoveva senza pudore una politica ambigua a fasi alterne pro e contro Kabila tra cui il controllo da parte della Chiesa Cattolica della CENI (Commissione Elettorale Nazionale Indipendente), principale mezzo per avvallare i scandalosi brogli elettorali di Kabila. Una politica ambigua sostenuta da oscure eminenze grigie quali il ruandese hutu (naturalizzato congolese) Padre Minani, elevato dall’Arcivescovo di Kinshasa a personaggio chiave della strategia cattolica della conquista del potere in Congo, e sospettato di simpatie per l’ideologia razial-nazista del HutuPower.

In Congo la storia si sta ripetendo. Come Mobutu, anche per cacciare Kabila occorrerà la forza. È questa l’opzione presa in seria considerazione dagli Stati Uniti. A differenza del 1996, il Presidente Donald Trump non può contare sui suoi alleati regionali. Abilmente Kabila sta pagando i due nemici storici per non innescare una ribellione a lui fatale. Il commercio illegale di oro e coltan con Uganda e Rwanda è triplicato dal 2016, oramai si aggira attorno ai 42 milioni mensili. Quantità impressionanti di oro e coltan sono ora riciclate a Kampala e Kigali per essere emesse sui circuiti puliti dei mercati mondiali.

Con questo scambio pace-minerali Kabila ha allontanato il pericolo di una risoluzione militare esterna, in quanto Museveni e Kagame non hanno alcuna intenzione di iniziare l’ennesima guerra in Congo per compiacere il Presidente Trump, quando possono avere le risorse naturali a basso prezzo e possono decidere ogni  operazione militare preventiva necessaria per debellare i loro nemici in territorio congolese senza alcuna reazione di Kinshasa.

Nonostante gli sforzi della diplomazia vaticana (probabilmente rovinati dall’impulsività del clero congolese) Kabila è destinato a durare. Non ci sarà da meravigliarsi se le elezioni fissate il 23 dicembre 2018 verranno nuovamente rinviate. Kabila non considera più elezioni -e relative frodi- come mezzi appropriati per mantenere un potere che già ora è saldo tra le sue mani.

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