mercoledì, Agosto 4

Congo-Brazzaville, esodo forzato di 80mila congolesi Preludio di una crisi regionale?

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COngo-Brazzaville

Kampala – Un drammatico esodo forzato è in corso dallo scorso aprile. Ottantamila cittadini della Repubblica Democratica del Congo provenienti da Brazzaville,  la capitale della Repubblica del Congo, hanno attraversato l’omonimo fiume che divide le capitali dei due Pesi gemelli storicamente denominati Congo Belga e Congo Francese. L’esodo ha raggiunti proporzioni maggiori rispetto alle espulsioni di massa di immigrati ruandesi attuate dal Governo Tanzaniano nel settembre 2013.

I cittadini congolesi, spesso appartenenti alle stesse tribù dei cittadini di Brazzaville con cui dividono stessa lingua (lingala) e stessa cultura, sono ritornati in patria a causa della Operazione Mbata Ya Bakolo (Operazione Schiaffo dei Vecchi in lingala) iniziata il 3 aprile. Trattasi di una operazione di polizia decisa dal Governo della Repubblica del Congo contro i 500.000 immigrati provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo accusati di essere per la maggior parte illegali e di aumentare la criminalità e il mercato nero. L’operazione durerà fino alla fine di giugno con l’obiettivo di ridurre sensibilmente gli immigrati congolesi sul territorio nazionale.

Solo 4.000 persone del Congo-Kinshasa sono state ufficialmente espulse, mentre la maggioranza dei 80.000 ha preferito rientrare in patria a seguito delle gravi violazioni dei diritti umani compiute contro di loro dalle autorità del Congo-Brazzaville. Oltre 5.000 congolesi al loro arrivo hanno denunciato la polizia di Brazzaville di aver stracciato i loro passaporti e visti per poterli accusare di essere clandestini. Un’accusa indirettamente confermata dalla Responsabile dell’Organizzazione Mondiale per l’Immigrazione  Florian Morier: «Migliaia di congolesi rientrano a Kinshasa senza nessun documento di identità creando un serio problema per noi e le autorità congolesi nel stabilire esattamente la loro nazionalità», afferma in una recente intervista su Radio France International (R.F.I.).

Il rapporto del Consiglio dei Ministri di Kinshasa di martedì 6 maggio ha accusato il governo di Brazzaville di aver permesso alla polizia di attuare gravi violazioni dei diritti umani contro gli immigrati congolesi: espropri, saccheggi, estorsioni, torture e linciaggi. Crimini compiuti anche grazie alla collaborazione con bande giovanili xenofobe formate dalla stessa polizia di Brazzaville. Le accuse del Governo e dei immigrati rimpatriati trovano parziale eco dalle organizzazioni umanitarie internazionali quale la Croce Rossa che stanno registrando tutte le violazioni dei diritti umani compiute dal Governo del Congo-Brazzaville. «Varie sono le prove evidenti. Per esempio un ragazzo ha subito un tentativo di linciaggio a cui é miracolosamente sopravvissuto. I traumi attorno alla sua gola evidenziano un tentativo di strozzarlo. In tutto il corpo vi sono evidenti segni di pestaggio», spiega Doris Muyemba, responsabile della Croce Rossa a Kinshasa. L’organismo internazionale ha aperto un’indagine su presunte violenze sessuali e stupri collettivi attuati dalla polizia e dalla bande paramilitari giovanili di Brazzaville a seguito di 3.230 denunce di presunte vittime.

Indipendentemente dalla rinomata propaganda del Governo Kabila e da eventuali esagerazioni dei congolesi rimpatriati dovute dal trauma psicologico subito, i sospetti di gravi violazioni dei diritti umani sono stati indirettamente confermati dal Governo del Congo-Brazzaville. La Magistratura di Brazzaville due settimane fa ha processato 17 poliziotti accusati di violenze sui immigrati clandestini condannandoli alla espulsione dalle forze dell’ordine. Il numero elevato dei poliziotti condannati rivela che il fenomeno é generalizzato tra la polizia di Brazzaville in quanto ogni governo al mondo, Italia compresa, tende a coprire e proteggere gli abusi delle proprie forze dell’ordine fin quanto rimangono ad un livello “accettabile”.

Le testimonianza raccolte dai giornalisti di R.F.I. presso i congolesi vittime di questo esodo presso la spiaggia di Ngobila, il porto di Kinshasa, sono drammatiche. «Prima si stava bene a Brazzaville. Dal 2011 sono iniziati i problemi. Quando andavo al mercato e le venditrici capivano che venivo da Kinshasa dal mio accento, si rifiutavano di vendermi gli alimenti insultandomi. I nostri cugini e fratelli di Brazzaville hanno iniziato ad accusarci di aver invaso il loro paese portando criminalità e prostituzione» testimonia una donna sui quarant’anni sfuggita assieme ai suoi quattro bambini. «In Congo si mangiava e dormiva bene. Poi hanno iniziato ad insultarci per strada solo perché eravamo di Kinshasa. Sono rientrato perché la situazione si è talmente deteriorata che temo per la mia vita e quelle della mia famiglia» spiega Barnabé, un pescatore di 46 anni.

Il flusso migratorio dal Congo-Kinshasa al Congo-Brazzaville è iniziato durante la Prima Guerra Pan Africana, 1996, che ha sancito la caduta del regime di Mobutu Sese Seko. Causa la totale incapacità della Dinastia Kabila di assicurare uno sviluppo economico alla sua popolazione, il flusso migratorio è progressivamente aumentato arrivando ufficialmente a 500.000 persone. In realtà nella Repubblica del Congo potrebbero esserci circa 600.000 immigrati congolesi. Una percentuale non sostenibile nella ex colonia francese che conta un totale di 4 milioni di abitanti.

A parte i tre  principali flussi migratori di rifugiati causati dalle tre battaglie di Kinshasa (1997, 1998 e 2007), la maggioranza dei congolesi che hanno oltrepassato il fiume Congo per raggiungere Brazzaville rientra nella classica migrazione economica. Migliaia di giovani sono stati attirati dal boom economico che il Presidente Denis Sassou Nguesso è riuscito parzialmente a garantire al suo paese grazie allo sfruttamento del petrolio. La maggioranza di questi immigrati hanno trovato lavoro come donne delle pulizie, tassisti, carpentieri e piccoli commercianti.

La campagna xenofobica lanciata dal 2012 dai media del Congo-Brazzaville ha avuto terreno facile a causa della mentalità che Mobutu e successivamente la Dinastia Kabila hanno creato nel loro Paese. Una mentalità basata sul famoso “Article 15”: l’arte dell’arrangiarsi dove anche l’illegalità diventa un mezzo accettabile per assicurarsi il pane quotidiano.

Dagli anni ottanta in poi si è assistito nella Repubblica Democratica del Congo ad un progressivo degrado sociale e morale che ha contribuito all’aumento della criminalità e prostituzione sia tra i 12 milioni della capitale Kinshasa sia tra gli immigrati. La percentuale di immigrati congolesi detenuti nelle prigioni di vari paesi compresi quelli Americani ed Europei per spaccio di droga, piccola criminalità, truffe finanziarie e prostituzione ha raggiunto livelli allarmanti. Ormai il cittadino congolese è internazionalmente associato alla criminalità e alle truffe. Diretta conseguenza del degrado istituzionale e sociale mantenuto dalla Dinastia Kabila che, anch’essa, basa le sue fortune sulla sistematica rapina delle risorse naturali all’est del paese danneggiando direttamente la sua popolazione.

Flussi migratori, razzismo e xenofobia non sono le cause di questo esodo biblico ma solo le conseguenze di una pericolosa crisi tra i due Stati gemelli, iniziata il 26 marzo 2011 quando il Governo di Kinshasa decise di richiamare il suo ambasciatore dalla Repubblica del Congo Madame Esther Kirongozi a seguito della accuse lanciate contro il Congo-Brazzaville di essere implicato nell’attentato al  Presidente Kabila avvenuto il 27 febbraio 2011.

Dal marzo 2011 in poi si è assistito ad una escalation della guerra fredda tra i due Congo che ha già raggiunto le dimensioni di una guerra per procura con  forti rischi di una guerra diretta tra i due Paesi. La crisi ruota sul controllo dei due principali fiumi della regione: il fiume Congo e il fiume Oubangui. Il primo demarca la frontiera naturale tra Kinshasa e Brazzaville e il secondo le frontiere a nord. Un fattore secondario ma importante consiste sulle differenze ideologiche tra i Presidenti Nguesso e Kabila, il primo storicamente alleato al regime Mobutu e avverso alla Dinastia Kabila.

Dall’introduzione di restrizioni di navigazione e barriere doganali si é passato alla guerra per procura. Il Governo di Kinshasa sta attivamente supportando la guerriglia congolese Ninjas creata dal ex Primo Ministro in esilio Bernard Kolelas e principale attore della guerra civile del Congo-Brazzaville (1997 – 2003). I Ninjas, definitivamente sconfitti nel 2010 con la conquista della regione Pool a sud di Brazzaville, sono ora protetti dal Governo di Kinshasa nella provincia del Bas-Congo da dove lanciano ancora gli attacchi contro Nguesso.

A sua volta il Congo-Brazzaville ospita alcuni reparti della Divisione Speciale Presidenziale (DSP), il corpo d’élite di Mobutu, sfuggiti dopo la caduta di Kinshasa nel 1997 che sancì l’inizio della Dinastia Kabila e sostiene finanziariamente e politicamente il partito congolese Movimento di Liberazione del Congo (MLC) fondato da Jean-Pierre Bemba, attualmente sotto processo presso il Tribunale dell’Aia per crimini di guerra compiuti nella Repubblica Centroafricana nel 2004.

Il MLC, ex movimento guerrigliero controllato dall’Uganda durante la Seconda Guerra Pan Africana (1998 – 2004) aveva accettato di trasformarsi in un partito politico e il suo leader Bemba partecipò alle elezioni presidenziali del 2006, ottenendo molto probabilmente la vittoria, usurpata dal Joseph Kabila con l’appoggio delle Nazioni Unite e delle potenze occidentali. All’epoca l’occidente intravvedeva Kabila come l’unico personaggio politico capace di offrire una relativa stabilità alla Repubblica Democratica del Congo, sconvolta da due guerre civili.

La guerra per procura tra Kinshasa e Brazzaville sta rivelando un aspetto molto interessante e finora minimizzato, se non occultato, dai media congolesi, compreso l’emittente radiofonica delle Nazioni Unite, Radio Okapi. Il MLC è ritornato alla lotta armata dopo essere stato costretto alla semi clandestinità politica dal Governo Kabila. Dal 2012 i guerriglieri MLC operano a nord di Kinshasa nelle zone adiacenti alla città di Bolobo, attaccata dal MLC nel agosto 2012. Le operazioni militari di questo storico gruppo armato congolese partono dalla zona di Gamboma, situata nel centro del Congo-Brazzaville. Il MLC opererebbe in collaborazione con i reparti della ex DSP che hanno il loro quartiere generale a  Impfondo e Dongou, nord del Congo-Brazzaville ai confini con la Provincia dell’Equatore, Congo-Kinshasa.

La guerriglia portata avanti da MLC e DSP, anche se volutamente ignorata dai media nazionali congolesi, sta assumendo dimensioni preoccupanti nonostante l’offensiva della FARDC (esercito del Congo-Kinshasa) attuata nel 2012 che causò 45.000 sfollati interni che successivamente si rifugiarono nel Congo-Brazzaville. Nel 2013 la FARDC a più riprese ha oltrepassato la frontiera per combattere i guerriglieri MLC-DSP nelle località del Congo Brazzaville adiacenti al fiume Oubangui. Diversi scontri tra FARDC ed esercito congolese sono avvenuti anche se non hanno dato via ad una escalation militare diretta tra i due paesi. Nel febbraio 2013 un elicottero da combattimento della FARDC è stato abbattuto dalla difesa del Congo-Brazzaville presso la località di Ndolé a 30 km da Mossaka, la principale città della regione di Likouala, nord del Congo-Brazzaville. Come rappresaglia Kinshasa ha sequestrato un battello congolese accusato di trasportare armi destinate ai reparti MLC presenti nel territorio della Repubblica Democratica del Congo. Il battello è stato restituito alle autorità di Brazzaville dopo tre mesi. Kinshasa non è stata in grado di presentare prove concrete della presenza di armi sul battello.

L’Operazione Mbata Ya Bakolo attuata contro gli immigrati congolesi oltre a rappresentare una vergogna regionale sta accelerando i rischi di conflitto tra i due Paesi. Secondo vari osservatori regionali i rispettivi Stati Maggiori sono già in fase di allerta e piani di difesa sono già in fase di studio da entrambe le parti. Il patto di non aggressione stipulato tra Kinshasa e Brazzaville nel dicembre 1988 sarebbero a forte rischio. Secondo questo accordo eserciti e governi dei rispettivi Paesi si erano impegnati a non supportare eventuali guerriglie o ad offrire loro basi sicure nei rispettivi territori. Per monitorare il rispetto dell’accordo si dovevano costituire pattuglie miste di polizia ed esercito per garantire la sicurezza delle frontiere in comune.  Questo patto di non aggressione fu rafforzato nel maggio 2012 attraverso la firma di accordi di cooperazione militare firmati in Angola.

Da questa crisi entrambi i Congo hanno tutto da perdere. Brazzaville sta già subendo forti conseguenze economiche causate dall’attuale guerra fredda, dipendendo dal suo vicino gemello per il trasporto di prodotti petroliferi già lavorati. Pur essendo un importante produttore petrolifero regionale il Congo-Brazzaville importa il carburante, imprigionato nella classica economia coloniale imposta dalla multinazionale francese Total in stretta collaborazione con il Presidente Nguesso e della sua famiglia, divenuti multi miliardari proprio grazie alla manna petrolifera.

Kinshasa non si può permettere un conflitto aperto con il vicino Congo-Brazzaville in questo momento di estrema instabilità politica nella capitale e militare all’est. La precarietà del Governo Kabila e la volatile situazione militare nelle provincie del Kivu renderebbero praticamente impossibile sostenere un conflitto aperto contro Brazzaville. Il Presidente Kabila sta cercando ogni mezzo per assicurarsi un terzo mandato contrariamente a quanto stabilito dalla Costituzione. Per facilitare il compito, sarebbe imminente lo scioglimento dell’attuale governo e la creazione di uno nuovo. All’est l’alleanza voluta dal Presidente Kabila con il gruppo terroristico ruandese FDLR sta rischiando la ripresa delle ostilità con la guerriglia Banyarwanda M23 o una invasione preventiva dell’esercito ruandese. Un conflitto tra i due Congo sconvolgerebbe i piani geo-strategici della France Afrique nella regione essendo entrambi i paesi alleati della Francia.

La crisi Brazzaville – Kinshasa si aggiunge a quella con l’Angola e sottolinea che il Governo di Kabila sta sempre più diventando un imbarazzante e serio problema per la stabilità regionale, che non riguarda più Uganda e Rwanda ma la maggioranza dei Paesi confinanti con la Repubblica Democratica del Congo. Motivi che possono far nascere un’alleanza politica tra i vari paesi della regione, Stati Uniti e Francia per attuare un cambiamento di regime a Kinshasa nella speranza di poter contribuire all’ascesa al potere di un Presidente e di un Governo meno cleptomani e corrotti, più attenti allo sviluppo nazionale e alla loro popolazione e alla collaborazione economica regionale.

Nel frattempo che gli esperti stanno studiando quale piega prenderà l’escalation della crisi Brazzaville-Kinshasa, l’esodo forzato dei congolesi è destinato a continuare, mentre è già iniziato un contro esito dei congolesi di Brazzaville che fuggono da Kinshasa per paura di rappresaglie da parte del Governo Kabila. 

 

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