sabato, Dicembre 4

Congo-Brazzaville: desideri di potere eterno

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Nessuna manifestazione popolare si registra in Rwanda, non per assoluto controllo del regime, ma per l’acquisito senso civico dei cittadini che preferiscono testimoniare il consenso o il dissenso al progetto di revisione costituzionale attraverso il referendum, segno di maturità democratica acquisita dopo aver superato le orrende prove della divisione etnica e del genocidio. Nel Congo-Brazzaville la popolazione considera il referendum una buffonata e preferisce il confronto diretto scendendo in piazza. Martedì 20 ottobre la capitale, Brazzaville, Port Noir e altre importanti città del Paese sono state teatro di violenti scontri tra la popolazione e le forze dell’ordine. Quattro i morti ufficialmente riportati. Almeno trenta secondo il network di informazione non ufficiale. La gravità degli scontri è intuibile dalle dichiarazioni ufficiali del Governo.

Nella serata del 20 ottobre il Ministro degli Interni Raymond Mboulou è intervenuto a reti unificate per un messaggio alla Nazione. Ha invitato al rispetto delle regole democratiche bollando le proteste di piazza come un tentativo organizzato ed eversivo di insurrezione. Una insurrezione che è oggetto di un esplicito appello lanciato dalla opposizione. Pascal Tsaty Mabiala, Segretario Generale del principale partito di opposizione, Unione Panafricana per la Democrazia Sociale, ha incitato la popolazione a instaurare la democrazia facendola finita con il potere dispotico della famiglia Nguesso. Il referendum è stato definito senza mezzi termini un volgare colpo di stato costituzionale.

Nessun dato credibile sulla affluenza alle urne e sugli esiti del referendum è stato ancora comunicato, ma una cosa è certa: l’arma referendaria non sarà in grado di risolvere l’instabilità politica sorta nel Paese, in quanto il conflitto non si basa su divergenze di interpretazione della Costituzione ma sull’insanabile contrasto tra il desiderio di potere assoluto di Denis Nguesso e il desiderio di democrazia di gran parte del suo popolo. Nelle prossime settimane e mesi il Congo-Brazzaville occuperà a pieno titolo pagine della cronaca internazionale, in quanto il referendum non è l’epilogo ma il preludio della lotta per la democrazia sorta nel Paese. Una lotta di cui il regime ha preso piena coscienza della gravità in essere. La rete telefonica dei messaggi SMS, i social network e vari siti di informazione, compreso quello di Radio France International, sono stati già resi inaccessibili. Il regime ha iniziato a isolare il Paese dal resto del mondo sul piano telematico adottando stesse tattiche delle dittature di Kabila in Congo e di Nkurunziza in Burundi.

Nguesso sta serrando le fila contando chi, all’interno del Governo e del partito, è fedele al suo piano di potere eterno e chi no. Nessuna pietà per i fedeli servitori sospettati di tentennamenti. Chi non è con Nguesso è contro Nguesso. Questa è la logica che ha portato il Presidente padre della Nazione a dimissionare Guy Brice Parfait Kolelas, Ministro dei Servizi Civili, e Claudine Munari, Ministro del Commercio. Non erano stati abbastanza chiari nell’esporre la loro incondizionata fedeltà ai progetti presidenziali. Il dissenso non è gradito dai megalomani presidenti africani, sopratutto se proviene dall’interno. Viene vissuto come un insulto, una prova di slealtà e un tradimento etnico o di clan. Come nel sistema di potere democristiano, di passata memoria italiana, risulta difficile comprendere le diserzioni di chi fino a un minuto prima ha goduto dei privilegi elargiti per la sua fedeltà al potere.

Qualche settimana fa il Partito Socialista Francese si è dissociato dalle manovre di Nguesso nel rendere eterno il potere e sulla chiara operazione mistificatoria del referendum, richiamando il Congo-Brazzaville al rispetto della Costituzione e delle regole democratiche. Una presa di posizione di poca importanza, considerando che la Francia ha adottato l’ipocrisia come arma principale per i rapporti diplomatici con le sue colonie africane. Basta osservare il comportamento di Parigi nella crisi in Burkina Faso: prima finanzia e organizza un golpe militare e poi (a tentativo eversivo fallito) esalta la volontà popolare per la democrazia. Una politica della volpe e della uva che risulta grottesca quanto degna di compassione. È dura per il Governo francese ammettere il tramonto dell’Impero Coloniale e il declino della suo controllo politico, economico e culturale sui ‘Petits Negres’ desiderosi (secondo il suo immaginario) della civilizzazione francese.

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