sabato, Ottobre 23

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Nel 2012, in un momento storico particolarmente difficile nasce una nuova associazione di imprese. Il nome è CONFIMI IMPRESA – Confederazione dell’Industria Manifatturiera Italiana e dell’Impresa Privata e associa esclusivamente le imprese del manifatturiero. Confimi aggrega associazioni territoriali e di categoria in prevalenza provenienti dal sistema Confapi. L’obiettivo di CONFIMI – lo estrapoliamo dalla presentazione ufficiale – è quello di rappresentare le «imprese italiane manifatturiere e delle attività ad esse collegate che si pongono come primo obiettivo quello di tornare ad essere il “sindacato” degli imprenditori in grado di rispondere concretamente alle esigenze dei propri associati».

Il Presidente di CONFIMI, Paolo Agnelli, indica nella grande omogeneità tra le imprese rappresentate una delle specificità della sua associazione. Il Gruppo che porta il suo cognome è nato nel 1907 con la Baldassarre Agnelli S.p.A e comprende 13 aziende operanti nel settore dell’estrusione dell’alluminio e della produzione di pentole professionali. Gli interessi del gruppo si estendono «nel campo dell’editoria, della finanza e dello sport professionistico e dilettantistico. Complessivamente il Gruppo Agnelli occupa 350 persone con un fatturato nell’anno 2012 di circa 130 milioni di euro».

Paolo Agnelli è anche Presidente di Apindustria Bergamo (Associazione Industriali delle Piccole e Medie Imprese della provincia di Bergamo) dal 2000, componente della Giunta della CCIAA di Bergamo e Presidente della società TECNODAL S.p.A. società partecipata dalla Provincia di Bergamo e dalla C.C.I.A.A. di Bergamo. Siede inoltre nel Consiglio di Amministrazione della Banca Popolare di Bergamo – Gruppo Ubi  Banca.

Abbiamo incontrato Paolo Agnelli nel suo ruolo di Presidente di CONFIMI IMPRESA e gli abbiamo chiesto come è nata l’idea di fondare un’associazione di categoria proprio nel momento in cui il mondo della rappresentanza associativa è in una crisi profonda.

In questi anni di crisi strutturale mancava un’associazione di riferimento per le PMI, in un momento nel quale, nonostante i notevoli ostacoli statali al mondo delle imprese (dalle tasse sul lavoro ai diversi vincoli alla crescita) nessuna delle associazioni che le avrebbero dovute difendere ha saputo far nulla. Non è stato fatto niente contro la disordinata globalizzazione, per esempio, e le imprese italiane sono precipitate nell’attuale crisi. Gli Stati Uniti o il Regno Unito hanno previsto a tutela delle loro aziende dei dazi: da noi questo non è accaduto. Avevamo due alternative: lasciare l’Italia o cercare di cambiare le cose e abbiamo scelto di farlo uscendo dalle nostre associazioni di riferimento per fondare CONFIMI IMPRESA. 

Come siete organizzati?

La nostra principale caratteristica è che solo gli imprenditori manifatturieri possono sedere nella nostra governance, perché solo chi proviene dal nostro settore capisce di che cosa parliamo. In altre strutture abbiamo notato che questa omogeneità non esiste, ma è il solo modo per eliminare i conflitti di interesse o gli interessi impropri. Nella costruzione della nostra associazione abbiamo inoltre voluto ‘rovesciare’ la piramide organizzativa tradizionale. Roma è la base, il vertice è distribuito. Abbiamo dunque la struttura centrale di Roma che è piccola, anche se è il centro dei contatti con il Governo e i parlamentari, ma siamo molto radicati nel territorio ed è esattamente il contrario di quanto si fa in genere. Il territorio deve ‘tenere’ il contatto con le imprese e la punta della piramide rovesciata è dove le imprese fanno confluire le problematiche concrete, che vanno comunicate nei tavoli specifici. 

Abbiamo rilevato molta ignoranza negli operatori, che non conoscono i problemi dell’economia reale e conoscono solo un’economia virtuale, falsa, legata a dichiarazioni sentite in tv dai grossi economisti che non sono vicini all’economia del manifatturiero piccolo ma piuttosto alle banche e alla finanza. Hanno una visione distorta della realtà. Per parlare con loro delle cose reali abbiamo fatto un ragionamento ‘inverso’ in termini organizzativi.

Ci dica il suo punto di vista sulla realtà delle cose.

Dal 2008 in Italia hanno chiuso mezzo milione di imprese, con 10/15 dipendenti ciascuna. Le multinazionali se ne vanno all’estero, qui non si può più fare industria e questo andrebbe osservato dalle associazioni che ci rappresentano. Invece, nonostante questi dati siano evidenti, con la disoccupazione generale che ha superato il 12%, quella giovanile è oltre il 43, mentre 2milioni e 800 mila operai presso imprese italiane delocalizzate (tutti dipendenti italiani in meno), nonostante tutto ciò escono leggi come quella sulla stabilità che è una legge contro l’impresa. Non so se sia un fatto di irresponsabilità o di cos’altro. Vediamo che le imprese, in un momento in cui le situazioni sono davvero drammatiche, arriva per esempio l’acconto dell’IRES , che supera il saldo. La situazione è incredibilmente grave.

Ci descrive il bacino di imprese associate?

Parliamo di un bacino imprenditoriale con 26.350 dipendenti e 70 miliardi di euro di fatturato. Le associazioni territoriali sono 22, cioè associazioni che si sono staccate dalle loro associazioni di riferimento e sono venute in CONFIMI. Associamo dunque anche associazioni di imprese, non solo imprese singole e all’ultimo dato avevamo 250 funzionari sul territorio nazionale, vicini alle imprese. Copriamo quasi tutta Italia come geografia del territorio ed entro la fine dell’anno integriamo un altro ‘pezzo’ territoriale. Siamo attenti a selezionare i nostri associati e vogliamo con noi solo associazioni ‘sane’.

I cosiddetti ‘tagliatori di teste’ si riuniscono e propongono attività di sostegno anche alle PMI. Cosa fanno le PMI per ristrutturarsi?

Chi ha detto che si debbano ristrutturare le imprese? Se qualcuno si deve ristrutturare è il governo, che sta riducendo le imprese in condizioni terribili. Bisogna che capiscano che sono le imprese che ‘tengono in pancia’ i lavoratori e tutti i disoccupati escono proprio dalle PMI. Le PMI possono migliorare, certo,  ma è qualcun altro che ha bisogno dei tagliatori di teste. Noi pretendiamo una bilateralità che sia di servizio all’impresa e all’operaio, vogliamo avere gli strumenti della formazione sotto controllo perché se ne è fatto un uso spensierato. Tutto ciò che viene prelevato alle imprese in termini di contributi va reinvestito in servizi, iniziative e formazione. Si tratta di contributi dati dalle imprese per i lavoratori e a loro devono tornare. I mediatori di questo meccanismo sono le imprese e i sindacati.  Anche in questo mondo ‘disordinato’ va messo ordine. Lo Stato ha fatto un uso un po’ troppo ‘allegro’ di queste sostanze. Proprio ieri c’è stata una dichiarazione anche di Renzi su questo punto, ed è una questione vera.

Dopo un anno di attività si può tracciare un bilancio?

Il primo agosto di quest’anno abbiamo firmato con CGIL, CISL e UIL il riconoscimento della nostra associazione imprenditoriale e datoriale, riconoscimento che non veniva dato da mezzo secolo, mentre il primo di ottobre abbiamo firmato il primo contratto di CONFIMI IMPRESA Meccanica, che consideriamo importante perché introduce innovazioni in termini di flessibilità sull’orario di lavoro in dipendenza dalla quantità di lavoro delle commesse. In caso di difficoltà economica dell’azienda, in accordo con sindacati, territorio e operai l’azienda può addivenire a variazioni contrattuali che cambiano le normative e i fattori economici tanto da ricevere sostegno per il tempo necessario senza mettere in cassa integrazione o licenziare, ma riducendo i salari volontariamente alla ricerca di ricette per risolvere le crisi in modo concreto. Questo, oggi, secondo gli altri contratti non è possibile.

Le imprese chiudono, i lavoratori vanno a casa, il mercato rallenta, la crescita si ferma. Uno degli obiettivi è evitare la fuga delle imprese per questioni fiscali o amministrative?

Partiamo invece dal fatto che aziende sono senza lavoro, devono espellere la manodopera e da là tutte le difficoltà: mancanza di consumo interno, mancanza di denaro, crisi. Perché le aziende sono senza lavoro? Anzitutto perché abbiamo aperto le frontiere alla globalizzazione prendendola alla leggera. Abbiamo aperto a Paesi che non riconoscono principi etici dei diritti sul lavoro, sull’ambiente, Kyoto e quant’altro. Sfruttano anche lavoro minorile, li abbiamo lasciati ipocritamente entrare in un mondo che ‘noi’ abbiamo costruito etico e ne abbiamo firmato le norme. Riconosciamo tutto ciò anche a livello culturale, ma poi apriamo a nazioni che non fanno altrettanto. Accogliere i prodotti provenienti da quei Paesi equivale a non sanzionare la loro mancanza di etica. Pertanto gli permettiamo di farci concorrenza sleale: i nostri supermercati sono pieni di prodotti cinesi, indiani, pakistani e così via. Chi produce per il mercato interno non ce la fa più a reggere la concorrenza.

Anche per esportare bisogna essere competitivi. A parte il Made in Italy che supera il problema del costo elevato, così come i prodotti ad alta tecnologia, tutto il resto è legato al costo del lavoro che è il più alto in Europa e anche quello dell’energia in Italia è altissimo. Manifattura, materia prima ed energia sono i tre fattori produttivi dai quali dipende la nostra mancanza di competitività. Inoltre il costo del lavoro è in Italia del 246% (negli USA il costo è 130%). L’energia costa del 68% in più del resto d’Europa (in Polonia è del -17% e un operaio costa un quinto di un nostro operaio). In questa situazione come si può pensare che qualcuno venga in Italia ad investire? La burocrazia e la giustizia sono problemi marginali, alla fine.

Come vedete la questione etica? Avete una carta dei valori?

Cancelliamo l’idea del povero italiano vessato. Chi evade lo metterei in prigione. Bisogna pagare le tasse, ma la situazione non è semplice perché dove si annida il ‘nero’ si sa, ma manca la volontà politica di combattere l’evasione fiscale in modo efficace. Anche in questo caso è soltanto un problema di ipocrisia. Siamo ipocriti anche quando accogliamo persone straniere che rischiano di morire di fame o di vivere in modi non dignitosi. CONFIMI IMPRESA ha una carta dei valori e le imprese che si associano devono sottoscrivere a adottare tassativamente il nostro codice etico nei loro rapporti con i clienti, i concorrenti e i partner, ma anche in relazione a dipendenti, collaboratori, ambiente e territorio, nei riguardi dei rapporti con la pubblica amministrazione.

 

 

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