martedì, Novembre 30

Conferenza NCUSAR: Arabia Saudita nuovo leader

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del corrispondente da Washington Ghassan Michel Rubeiz – A grande rischio, l’Arabia Saudita si confronta con l’Iran nella retorica e sul campo di battaglia in Siria e nello Yemen. Il Consiglio nazionale sulle relazioni Usa-Arabia, NCUSAR, è un’agenzia interculturale di stanza a Washington focalizzata sugli interessi del Golfo arabo. Quest’anno la riunione sull’Iran (14-15 ottobre) è stata la 24esima conferenza tra i responsabili politici arabo-americani. Durante questa conferenza di due giorni tre le osservazioni emerse relative agli affari in corso in Medio Oriente: in primo luogo, che il Golfo arabo si scaglia contro l’Iran; secondo, i palestinesi dichiarano che la nonviolenza è il loro cammino verso la liberazione; terzo, L’Arabia Saudita vuole condurre gli arabi ad affrontare Washington.

E’ noto che molti governanti arabi del Golfo vedono la Repubblica sciita, l’Iran, come uno stato predatore. Nonostante la loro accettazione all’esterno del piano d’azione globale sul nucleare, gli statisti sauditi continuano ad etichettare l’Iran come uno stato terrorista. E’ stato Al Faisal, ex ambasciatore saudita in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, a creare questa atmosfera anti-Iran durante il suo discorso programmatico. Al Faisal ha accusato l’Iran per le due crisi in Siria e Yemen, per i suoi piani in campo arabo, per la ricerca di armi nucleari, e per alimentare le divisioni settarie. Un secondo oratore, Khalaf Al Habtoor degli Emirati Arabi Uniti, ha anche lui criticato aspramente l’Iran e l’accordo nucleare raggiunto dal Presidente americano Barack Obama con Teheran. L’Iran ha certamente un regime problematico e un record di non buone relazioni con i vicini, ma i sauditi sembrano non essere disposti a riconoscere alcuna responsabilità nell’inimicizia con l’Iran nel passato, la loro poca comprensione e la pratica dell’islam politico, il loro sostegno a Saddam Hussein nella sua guerra con Iran e la loro intolleranza nei confronti delle minoranze sciite.

Per quanto riguarda invece la sessione sul futuro palestinese, quattro relatori hanno convenuto che la non-violenza è la più efficace strategia di resistenza all’occupazione israeliana. James Zoghbi, il presidente della American Institute, è stato chiamato per l’approfondimento sul movimento di non-violenza palestinese. Zoghbi ritiene giustamente che i palestinesi siano in grado di porre fine all’occupazione con la ‘forza morale’. Il rappresentante dell’OLP, Maen Areikat, ha affermato che Israele non sta prendendo sul serio il processo di pace, aggiungendo che l’attuale esplosione di violenza a Gerusalemme Est riflette l’insostenibilità della occupazione dei territori arabi. Tom Mattair, direttore del Middle East Policy Council, invece, si è chiesto come facciano i funzionari israeliani a negare che l’espansione degli insediamenti mini i colloqui di pace. È interessante notare che, così come la leadership dell’OLP finalmente sta sostenendo una stretta aderenza alla non violenza per ottenere la soluzione dei due stati, anche la popolazione palestinese stia agendo allo stesso modo, iniziando a chiedere i loro semplici diritti umani come residenti in un singolo Stato.

Infine il tema secondo cui l’Arabia Saudita sembra aver sostituito l’Egitto come la voce araba più vicina agli USA Gli stati arabi del Golfo, guidati dai sauditi, stanno facendo pressione collettivamente attraverso la piattaforma del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC). Escludendo lo Yemen, il GCC è una unione di questi sei Paesi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrein e Oman. Il GCC ha marginalizzato la divisione della Lega Araba, portata avanti dall’Egitto, che dovrebbe rappresentare l’intero mondo arabo. In effetti, la GCC sta agendo come l’Unione europea del mondo arabo. E’ mancato il ruolo di moderazione dell’Oman. L’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Oman, Richard Schmierer, ha richiamato l’attenzione sulla posizione neutrale dell’Oman nel conflitto iraniano-saudita.

Di certo c’è una cosa: secondo gli esperti dovevano avvisare i sauditi di investire con forza nella promozione del loro piano di pace araba del 2002, piuttosto che condurre una guerra di coalizione controproducente e spietata nello Yemen. In contrasto con i sauditi, gli omaniti stanno giocando un ruolo utile nel Golfo, alla ricerca di un terreno comune tra persiani e arabi, sciiti e sunniti. Indipendentemente dalla retorica contro l’Iran, colpisce poi l’irruzione prepotente del concetto della nonviolenza come strategia di risoluzione dei conflitti.

Traduzione di Daniele Petroselli

 

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