martedì, Agosto 3

"Con la cultura si mangia" field_506ffb1d3dbe2

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Andrea Vignini

Centro etrusco tra i più noti al mondo, Cortona, comune tra Toscana ed Umbria è forse un simbolo di quell’Italia che potrebbe vivere di beni culturali. A governarla, in vista delle elezioni amministrative di maggio, il sindaco Andrea Vignini esponente dichiarato del Partito Democratico. Nel 2012 Vignini ha proposto, ottenendo un consenso unanime dalla sua giunta, il riconoscimento della cittadinanza onoraria per il magistrato Raffaele Cantone che trascorre alcuni soggiorni a Cortona, nominato oggi dal premier Renzi a capo dell’Autorità Nazionale Anticorruzione e per la valutazione e la trasparenza delle Amministrazioni Pubbliche. Gli Etruschi sono senz’altro il valore aggiunto della città. In questi giorni è stata inaugurata la mostra “Seduzione Etrusca” una mostra-evento, a Palazzo Casali fino al 31 luglio che ricostruisce tra dipinti, disegni, reperti archeologici, documenti e oggetti, la nascita dell’etruscologia moderna nel XVIII secolo e la passione degli anglosassoni e dell’Europa per gli Etruschi. Prestiti eccezionali per la prima volta in Italia dal British Museum e dalla residenza di Holkham Hall e i più noti capolavori etruschi accostati ai disegni originali del “De Etruria Regali’”.

 

Sindaco Andrea Vignini, oggi i sindaci sembrano essere diventati improvvisamente di ‘moda’, è un ruolo che sta assumendo una connotazione particolarmente positiva nell’opinione pubblica nazionale. Nella sua realtà è così? E cosa significa fare il Sindaco per lei?

Il ruolo del Sindaco è l’unico che sfugge oggi al generale discredito della politica, forse perché è ancora legato al fare le cose, a risolvere i problemi quotidiani dei cittadini, o anche perché la sua presenza è reale, ci si può parlare, ci si può confrontare, si può anche criticare. Il sindaco oggi è il ruolo di frontiera di chi combatte in prima linea e si assume responsabilità concrete. E’ così anche nella mia realtà. Per me fare il sindaco significa avere un progetto per il governo del territorio e realizzarlo giorno per giorno, sapendo che alla fine non lascerò dietro di me solo parole vuote, ma anche opere concrete, che avrò comunque determinato un cambiamento.

Un Presidente del Consiglio può essere un sindaco d’Italia? E quali, a suo avviso, le condizioni perché questo accada per davvero? Per esempio: il presidenzialismo o il semipresidenzialismo?

Si tratta di una formula suggestiva e mi piacerebbe che si potesse realizzare, ma la condizione preliminare e imprescindibile è un profondo rinnovamento dell’architettura istituzionale dello Stato. Personalmente non ho particolari pregiudiziali verso una riforma in senso presidenziale, purché non venga meno un ruolo significativo e di garanzia del Parlamento. D’altra parte anche nei Comuni la mancata approvazione di provvedimenti fondamentali (penso per esempio al Bilancio di Previsione) comporta lo scioglimento automatico del Consiglio Comunale e l’indizione di nuove elezioni.

Nei Comuni spesso la battaglia amministrativa vede scendere in campo liste civiche. Quale resta il ruolo dei partiti tradizionali per il governo dei Comuni?

Considero ancora fondamentale il ruolo dei partiti come sancito dalla nostra Costituzione. La nascita e l’affermarsi di Liste Civiche rappresenta plasticamente l’attuale difficoltà della politica e la scarsa fiducia che su di essa ripone l’opinione pubblica, ma la verità è che il più delle volte dentro queste liste il tasso di democrazia reale è nettamente inferiore a quello che, nonostante tutto, si ritrova nelle formazioni politiche tradizionali. In generale le Liste Civiche rappresentano spesso l’affermazione del particolarismo localistico, talvolta addirittura del personalismo.

Il civismo. Prima che sulla scena nazionale irrompesse la figura di Renzi, che sembra aver catalizzato, almeno nell’immaginario politico comune, l’antipartitismo (prima che cadesse nell’antipolitica), il civismo ha vissuto una stagione di ottimo protagonismo. Tanto che prima dell’esplosione mediatica e elettorale del 2013 del M5S si era ipotizzata una lista civica nazionale. Le chiedo: il civismo quali i limiti e quali le potenzialità nell’amministrazione locale

Il civismo ha svolto un ruolo importante soprattutto nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, è stato palestra di cambiamento e ha rappresentato la volontà della parte migliore dell’opinione pubblica di riappropriarsi delle istituzioni democratiche screditate da Tangentopoli. Poi però questo movimento spontaneo è stato imbrigliato e addirittura strumentalizzato e si è trasformato spesso in mero qualunquismo, oppure al contrario (ma sempre in negativo) si è rinchiuso all’interno di recinti ristretti fatti di radicalismo intellettuale. Si tratta di dinamiche che si stanno ripetendo in questi ultimi anni, proprio con il M5S, e temo che l’esito possa essere lo stesso. Nell’amministrazione locale sono convinto che serva molto di più il “senso civico” che è una qualità culturale di cui la politica italiana, a tutti i livelli, non è sempre provvista.

Destra, Sinistra. Sono categorie che hanno ancora senso? E quanto senso hanno nell’amministrazione locale?

Hanno ancora senso per me, ma non le considero più legate alle ideologie del diciannovesimo e ventesimo secolo che ormai si sono dissolte per tutti, tranne che per ristretti manipoli di nostalgici. Considero la contrapposizione dialettica di destra e sinistra, come sinonimo di quella fra conservatori e progressisti, tra chi vuole cambiare i rapporti di forza politici ed economici e chi vuole perpetuarli. A differenza del passato però il riferimento è assolutamente interclassista, si basa sull’analisi di un contesto mutevole e può contare anche su un maggiore dinamismo e una più veloce mobilità elettorale. Nella mia esperienza amministrativa essere progressista (così mi considero) ha significato prendere atto dei cambiamenti in corso e tentare di adattare ad essi la politica dei servizi e degli investimenti.

Abolizione delle Province. Quale la Sua opinione in materia?

Sono favorevole, ma ho molti dubbi sulla loro sostituzione così come è stata immaginata. La creazione di Enti di secondo livello rischia di essere l’ennesimo carrozzone che non libererà i cittadini dalle pastoie burocratiche e anzi rischia di instaurare una tecnocrazia che non è necessariamente migliore della partitocrazia che si vuole combattere. Avrebbe avuto più senso redistribuire le competenze (e le risorse necessarie) a Regioni e Comuni, magari obbligando questi ultimi a consorziarsi.

Dovrebbero essere al momento 15 le Città Metropolitane previste dal disegno di legge in discussione al Senato. Come vede questo nuovo ente territoriale?

Innanzitutto mi sembrano un po’ troppe, aldilà di questo sono favorevole, anche se vedo il rischio concreto di creare territori di serie A e di serie B. Per esprimere un giudizio si dovrà attendere che ne vengano formalizzate definitivamente le funzioni e che venga chiarito il loro reale incardinamento nella struttura istituzionale dello Stato.

In discussione c’è anche la riforma del titolo V della Costituzione una diversa redistribuzione delle competenze Stato-Regioni. Le chiedo: quale la sua proposta in materia?

Non spetta a me fare proposte. Posso esprimere un’opinione e una speranza ed è quella che si evitino d’ora in avanti quei conflitti di attribuzione che spesso hanno bloccato l’attività istituzionale in questo Paese. Penso che bisognerebbe definire nettamente le competenza evitando la cosiddetta potestà legislativa concorrente. A ciascuno il suo.

Quali dovrebbe essere dal suo punto di vista il rapporto tra Comuni e Stato centrale?

Penso che questo sia attualmente un vero paradosso. Negli ultimi venti anni uno dei temi centrali del dibattito politico è stato il federalismo. Tutte le forze politiche, seppur con sfumature diverse, si dichiaravano almeno a parole federaliste. Ma la crisi economica con il suo portato di tagli indiscriminati ai bilanci degli Enti Locali e il famigerato Patto di Stabilità ci hanno nei fatti trascinato dentro il più bieco centralismo della storia della Repubblica. Se è lo Stato e non il Comune a decidere quando come e quanto si può spendere delle proprie risorse (peraltro provenienti ormai in gran parte dalla fiscalità locale) è chiaro che non può esistere alcun reale federalismo. Questo stato di cose deve cessare, ne va della funzionalità dei Comuni. Allo stesso modo non si può chiedere agli Enti Locali di partecipare allo sforzo di risanamento del bilancio statale (spesso ben al di là della loro effettiva responsabilità su di esso) senza riconoscere poi a quelli virtuosi nessun autentico vantaggio. In questo caso l’egualitarismo diventa ingiusta omologazione tra coloro che, con grande sacrificio, hanno tenuto i conti in ordine e hanno rispettato norme spesso vessatorie e coloro che invece se ne sono allegramente infischiati.

I Comuni e l’Europa. Questa istituzione, vista da un sindaco, quale futuro è destinata ad avere e di quali riforme necessita?

Come sindaco, ma soprattutto come cittadino, vorrei un’Europa dei Popoli e non solo un’Europa della Finanza. Vorrei più politica e più integrazione europea e meno controllo ossessivo sui conti pubblici degli Stati membri. La cessione di sovranità che si è di fatto determinata con l’avvento dell’euro può essere positiva solo se rappresenta il primo passo di un percorso che dovrebbe portare in tempi non biblici alla realizzazione del sogno degli Stati Uniti d’Europa, altrimenti non è accettabile.

Quali sono le difficoltà dei Comuni a redigere progetti in grado di attrarre fondi europei sul territorio?

La maggiore difficoltà, specie per i Comuni piccoli e medi (che sono la stragrande maggioranza), sta nel non potersi permettere uffici dedicati a questa mission e di conseguenza di non possedere le specifiche competenze e professionalità per seguire iter che sono quasi sempre estremamente complessi.

Si parlava un tempo di autonomia impositiva dei Comuni. Ma dall’Ici all’Imu o alla Tasi odierna il passaggio non è stato indolore. I Comuni sono oggi costretti a fare cassa vessando i propri cittadini per garantire i servizi essenziali. Perché, a suo avviso, è fallito il federalismo fiscale e cosa propone per una fiscalità più a misura dei Comuni?

Credo di avere già in gran parte risposto in precedenza. Aggiungo però che la situazione è, a mio modesto parere, peggiore di quella che viene descritta nella domanda. La verità è che le ultime normative hanno trasformato i Comuni in veri e propri esattori per conto dello Stato. Infatti il più delle volte la parte più cospicua dell’introito prodotto da questo regime fiscale non finisce nelle nostre casse e quando accade ci viene comunque impedito di spenderlo dal Patto di Stabilità. La mia proposta è semplice: consentire ai Comuni di decidere da soli le aliquote e permettere di spendere i soldi delle tasse dei nostri cittadini per le opere e i servizi di cui hanno effettivamente bisogno. Se questo accadesse, io sarei disposto anche a rinunciare ad una quota sostanziosa di trasferimenti statali (non ad una quota equivalente però, visto che è di tutta evidenza che i cittadini pagano anche tasse direttamente allo Stato e di queste almeno una parte, nel rispetto del principio di sussidiarietà, dovrebbe tornare nei territori).

Il Federalismo demaniale sta portando alcuni risultati. Alcuni beni immobili statali oggi inutilizzato stanno per essere trasferiti ai patrimoni dei Comuni che ne hanno fatto richiesta. Cosa accade nel suo Comune?

Anche nel mio Comune è in atto questo processo che giudico positivo. E’ giusto che la gestione e la valorizzazione di questi beni sia affidata direttamente alle comunità che li abitano e li conoscono.

Tra le novità anche le Unione dei Comuni. E’ favorevole o contrario? E perché?

Sono favorevole. In questo momento così difficile per l’economia nazionale è l’ora di capire che non si può più agire entro compartimenti stagni, come se i confini amministrativi fossero mura invalicabili. Fare sistema è l’unica possibilità per ridurre i costi e aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione.

L’Italia si fa sempre più povera, i Sindaci sono in prima linea. Come agire per tamponare i problemi dell’emergenza sociale in atto?

La soluzione passa sempre dalla concessione di una maggiore autonomia di spesa ai Comuni, ma anche da provvedimenti statali che mancano in Italia da troppi anni, penso ad esempio ad un Piano Casa che consenta di dare risposte concrete ai tanti cittadini che attendono da anni un alloggio popolare. In ultimo, ma primo per importanza, si deve mettere mano a concrete politiche per il lavoro e a provvedimenti che garantiscano una rete economica protettiva per chi perde il lavoro e per chi non riesce a trovarlo.

Cosa può fare un Comune per favorire la crescita e l’occupazione? Quale capacità politica e quale forza operativa ha un Comune per intervenire sull’economia del proprio territorio?

A costo di sembrare pessimista, direi che un Comune da solo può fare molto poco. Ci sono interi settori che stanno vivendo una crisi strutturale e sui quali si può intervenire solo con politiche statali (penso ad esempio all’edilizia) o addirittura europee (e il pensiero in questo caso va all’agricoltura). Un settore dove un Ente Locale può invece fare la differenza è, a mio parere, il turismo, specie se legato alla cultura. E’ quello che stiamo tentando di fare a Cortona.

Non c’è bilancio comunale che non preveda fondi per la riqualificazione e la messa in sicurezza delle scuole. Cosa è che richiede questo continuo stanziamento di risorse?

Per la mia esperienza personale posso dire che la maggior parte delle scuole del territorio cortonese sono state edificate negli anni ’70 e spesso con modalità di costruzione che oggi sono considerate giustamente da correggere (penso all’uso dell’amianto che era del tutto normale a quei tempi). La sicurezza degli studenti e il progredire della legislazione (per esempio le norme antisismiche) impongono interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria continui ed onerosi.

Il Premier Renzi ha fatto dell’edilizia scolastica il suo primo punto forte programmatico. I Comuni sono stati invitati a presentare progetti e definire le richieste economiche. Le chiedo: visto dai Comuni questa operazione che cos’è? E cosa vi aspettate dopo la grande operazione mediatica del governo Renzi su questa materia?

Ritengo che si sia trattato di una formidabile intuizione, mi aspetto ora semplicemente che dalle parole si passi ai fatti, noi abbiamo già fatto la nostra parte.

I Comuni sono spesso anche dei centri di cultura, sostengono l’associazionismo locale, organizzano manifestazione ed eventi. Cosa significa continuare a fare cultura in presenza di continui tagli da parte degli enti sovraordinati? Ma, soprattutto, di cosa avrebbero bisogno i Comuni su queste voci di spesa? Sia in termini economici sia in termini normativi.

E’ un tema questo che mi è particolarmente caro. Cortona è una Città d’Arte dalla storia millenaria. In questi ultimi dieci anni siamo stati protagonisti di interventi strutturali poderosi, abbiamo creato, restaurato o rifunzionalizzato musei, auditorium e palazzi storici e abbiamo investito moltissimo in mostre, festival e iniziative culturali di livello internazionale. Ciò di cui avremmo bisogno è innanzitutto una sburocratizzazione complessiva che rendesse più semplice quel rapporto pubblico-privato dal quale oggi non si può prescindere e che defiscalizzasse le donazioni e le sponsorizzazioni come accade in tutti i Paesi più avanzati. In generale l’Italia dovrebbe finalmente capire prima di tutto che la cultura è premio a sé stessa e poi che con la cultura si mangia. Infine qualche investimento statale in più non guasterebbe, visto che siamo ultimi in Europa per la percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura.

Sindaco, quanti cittadini di origine straniera ci sono nel suo comune? Cosa pensa del dibattito attorno alla questione dello ius soli? E oltre la cittadinanza, quali le politiche funzionali a far sì che i ‘nuovi italiani’ crescano sentendosi effettivamente come nuovi italiani?

I cittadini stranieri a Cortona sono poco più del 10 per cento dell’intera popolazione residente. Personalmente sono favorevole allo ius soli. Non capisco infatti perché figli di genitori stranieri che sono nati nel nostro Paese, parlano la nostra lingua, leggono gli stessi libri e ascoltano la stessa musica dei loro coetanei non possano essere considerati italiani a tutti gli effetti. Per quanto riguarda le politiche di integrazione, si tratta di un tema molto vasto, penso comunque che in questo ambito le comunità locali possano fare molto, l’integrazione infatti non avviene in astratto, ma in luoghi reali e ben determinati: la scuola, gli impianti sportivi e i centri di socializzazione. Tengo comunque a precisare che l’integrazione non si impone, è un percorso biunivoco, l’incontro di due disponibilità entrambe necessarie.

L’articolo 32 della Costituzione che garantisce il diritto alla salute ai cittadini in molte realtà territoriali è svilito dalla carenza di servizi. Quale dovrebbe essere secondo lei il modello di sanità da mettere in atto?

Potrei cavarmela dicendo che sono per una sanità pubblica e gratuita, ma sarebbe troppo facile e anche un tantino demagogico. Vista la domanda precedente mi viene da dire che anche qui è una questione di integrazione, in questo caso tra servizi ospedalieri e servizi di prevenzione. Sui secondi si deve investire decisamente di più, è qui infatti che deve sapersi esprimere la vocazione dei territori e delle comunità locali.

 

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