martedì, Ottobre 26

Con Draghi, il tempo delle scelte impopolari, ma non anti-popolari La paziente e astuta politica di Draghi difronte a una classe politica che annaspa e cerca di sopravvivere

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L’insopportabile bla-bla di una classe politica che dice tutto e il suo contrario, convinta in questo modo di esistere. Servizievoli, i notiziari televisivi ne raccolgono le dichiarazioni guardandosi bene dall’azzardarsi dal fare anche una semplice domanda.

Così un po’ tutti i politici si producono in spot su quello che secondo loro occorre fare. Ogni tanto, con ferma educazione, bisognerebbe provare a domandare perché non lo si è fatto e che cosa si aspetta a farlo. Un bla-bla in cui si produce, primeggiando, il leader della Lega Matteo Salvini: un giorno sostiene che l’euro non è eterno; l’altro promette che ritorneranno al Viminale, l’altro ancora chiede la testa del commissario straordinario Domenico Arcuri. Si capisce: Salvini deve marcare una sua differenza in un governo che lo accomuna al Partito Democratico e al Movimento 5 Stelle; e deve in qualche modo marcare che ilcapoè sempre lui, indiscusso e indiscutibile, e non gli fanno ombra i ‘governativi’, Giancarlo Giorgetti in testa: il silenzioso leghista cui fanno riferimento i governatori delle regioni del Nord Italia, e il ceto industriale. Un nervoso agitarsi che tradisce il timore di una sostanziale impotenza politica.

La stessa impotenza politica che paralizza il Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo non riesce più a governare il suo movimento. Ormai consumata in modo definitivo la rottura con Davide Casaleggio, il gran patron del movimento Rousseau, i grillini sono spaccati in due, anche se i ‘puri’, epurati dal capo politico Vito Crimi, cercano una ragion d’essere attorno ad Alessandro Di Battista. L’altra ‘stella’ del movimento, Luigi Di Maio, da tempo gusta il sapore delle ‘istituzioni’, ed è un sapore che una volta assaporato, non si dimentica. Gli uni e gli altri sono la plastica rappresentazione che a volte, spesso, ‘uno vale zero’ e ‘zero vale zero’.

Del Partito Democratico si potrebbe dire: «incapace di intendere, ma non di volere». Nicola Zingaretti tiene alla bell’e meglio un caravanserraglio dove ognuno va per sé, senza sapere bene dove.

E’ questo guazzabuglio che si trova a governare un paziente e astuto Mario Draghi. Il neo-presidente del Consiglio nel suo discorso al Senato non ha solo chiesto una fiducia (scontata). Impartisce una vera e propria lezione di strategia politica. Anche se tutti i partiti e movimenti (a eccezione dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni), con i loro discorsi gonfi di retorica, parlano ad ogni piè sospinto di afflato rifondativo che deve riguardare più che loro, il Paese. E’ di tutta evidenza che non sanno di che cosa parlano. In un Paese ‘rifondato’, per molti di loro non c’è spazio. Draghi, da politico di razza, li blandisce, li rassicura. La sua è una politica che può essere riassunta in: «Dite pure quello che credete; quello che conta è che alla fine si faccia quello che credo si debba fare».
I vari leader, quelli almeno più smaliziati, non possono non sapere che loro suonano gli strumenti della composita orchestra, ma tempi e ritmi sono dettati dal Maestro Draghi.
«L’unità non compromette la vostra identità», dice mieloso ‘Super Mario’. Ma tutti i partiti sanno che l’unica carta a loro disposizione per giustificare la loro esistenza è distinguersi. Si spiega così come mai questa classe politica, consapevole del suo fallimento, annaspa e cerca disperatamente di salvare il mediocre salvabile.
Draghi dice che se ci si vuole salvare, occorre scegliere; che questo è appunto il tempo delle scelte. La sua ‘agenda’ sarà scandita da ‘scelte’, e le forze politiche che lo sostengono non potranno che seguirlo; con molti mal di pancia, ma non hanno scelta. Gioco forza dovranno non solo baciare il rospo, ma ingoiarlo.

I punti dell’agenda Draghi‘ in buona sostanza sono altrettanti capitoli del fallimento dei due precedenti governi di Giuseppe Conte e delle forze politiche che lo hanno sostenuto. Per paradosso: più i sostenitori esaltano pregi e qualità di Draghi, più certificano la loro drammatica impotenza.
I primi passi sono indicativi. Per quel che riguarda la pandemia si indica un recupero di ‘normalità’, anche istituzionale: ritorno in campo della Protezione civile; ripudio delle ciclopiche quanto inutilmente costose opere come i capannoni ‘Primula’; bando ai decreti ministeriali e un uso più accorto della legislazione ‘normale’, in raccordo con il Parlamento e i corpi intermedi, non necessariamente rappresentati a palazzo Madama e Montecitorio.
Dunque, gli architrave sono sanità, scuola, lavoro/occupazione, riscrittura robusta del Recovery Plan: progetti che sappiano coniugare le risorse con un piano di riforme credibili e necessarie. Un impegno particolare sul versante della giustizia. Essersi assicurato al vertice del Ministero di via Arenula una personalità come Marta Cartabia è un buongiorno che si vede dal mattino. Sarà una scommessa non facile, quella di riformare la giustizia in un Parlamento venato da arroganti e posizioni giustizialiste che fanno a cazzotti con il buon senso più elementare, ma godono ugualmente di largo seguito in questo Parlamento.

Chissà: forse per disperazione, può anche accadere che, dopo una quantità di scelte sbagliate e tecnicamente irresponsabili, le forze politiche, non fosse altro per puro istinto di conservazione, si decideranno a compiere le scelte giuste e necessarie. Forse, per una volta, è giunto con Draghi il tempo delle scelte impopolari, ma non anti-popolari.

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