martedì, Settembre 28

Con Belén il pensiero unico imperversa Povere ragazze, che hanno bisogno di un oracolo seduttivo per credere in sé stesse!

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Belen come mi vorrei

L’imperversare dei social network presenta un effetto collaterale non di poco momento: l’interrelazione con gli altri ci spinge a sottoporci al loro giudizio e coloro che hanno una spiccata sensibilità possono anche esagerare l’impatto delle critiche (o delle lodi). Ne sono stata un’egocentrica vittima anch’io allorché, gasata da un giorno di allegra vanità, sulla mia bacheca feisbukkiana ho postato un selfie in alta uniforme.

A parte il fatto che rileggo la frase e mi avvedo che quello che ho scritto non è in lingua italiana e se fossi stata ancora al liceo, il mio adorato professore Giuseppe Grimaldi mi avrebbe pubblicamente fustigata (e avrebbe fatto bene), questo fatto minuscolo e autobiografico è metaforico di una realtà che sta avendo il sopravvento sulla nostra identità. Ovvero, la sfilza di ‘mi piace’ che ne ho ricavato, i commenti spiritosi o complimentosi che hanno gratificato il mio ego (e a volte ciò è terapeutico) sono diventati una sorta di elemento genetico della nostra vita. O, almeno, lo sono per chi ha un lavoro talmente interconnesso con gli altri – com’è il mio – che si riduce ad avere le stesse addiction di un’adolescente (e ormai, l’adolescenza è un’età indefinita che lascia il passo alla maturità persino oltre la trentina) che, ancora non dotata di un’identità definita, soggiace all’influenza delle altrui opinioni.

Me ne sono resa conto e faccio autodafé, dopo aver postato su FB un’altra di queste foto autoreferenziali. Ma, nei confronti di me stessa utilizzo sempre una sincera autoironia e, dunque, non mi sottraggo all’autocritica. Chissà se tali riflessioni, fra il giocoso (ma non troppo) e l’amaro, faranno un plissé a chi ha voluto inventarsi il ‘one woman show’ su Italia 1, incentrato sulla fatale Belén Rodriguez, sempre là là per mollare quel bamboccione Stefano che s’è sposata, oppure per bissare la gravidanza – a scelta, fra i giornali di gossip, ci sono scuole di pensiero diverse che costituiscono il cosiddetto ‘intrattieni’, parola vernacolare che considero assai efficace, nei miei sabbatici dal coiffeur sotto casa, Nicola Faragalli – e intitolata, questa trasmissione, ‘Come mi vorrei’.

Lungi da avere il tempo di … perdere tempo il pomeriggio appresso a tale programma, che ha un titolo assolutamente mendace – e poi vi spiego perché -, ne ho letto una recensione di Michela Marzano su ‘Repubblica’ che mi pare assai veritiera.

Tanto, il personaggio baricentrico del programma è quello che è, e, dunque, non ci vuole una fantasia troppo fervida per immaginare quale sia il filo conduttore di chi fa i testi… Copio un pezzettino dalla Marzano, ma poi mi scateno di mio: ‘Nella trasmissione, alcune ragazze si rivolgono alla showgirl per risolvere problemi estetici o esistenziali. Ecco allora che c’è chi non sa scegliere se uscire con il ragazzo più carino o con quello più simpatico, chi si interroga sul proprio potere di seduzione, chi cerca di migliorare la propria immagine per apparire più sexy, e così via. Dopo essere state selezionate da Belén, le ragazze ospiti in trasmissione assistono in diretta al proprio cambio di look: dall’abbigliamento al trucco passando per i capelli, Belén stravolge tutto e aspetta il celebre “Mi piace” con cui termina la trasmissione’.

Partiamo dall’inganno del titolo: chiariamo una prima cosa. Le ragazze che si rivolgono alla showgirl-oracolo sono attappetate alla sua volontà. Acriticamente si attengono all’immagine che, attraverso trucco & parrucco e abiti, la loro Madonna della Seduzione impone a ciascuna, e si auto convincono di essere diventate, grazie a lei, le ‘mejo fighe der bigoncio’, quantunque il look suggerito miri unicamente ad un registro di seduttività, per cui Belén sembra avere una sorta di Master, e abbia un che di ammiccante e di passaporto alla disponibilità.

Mai un filino di dubbio che i suggerimenti siano l’imposizione artificiosa dell’altrui visione e, magari, l’esteriorità che tutti vedono non rappresenti la ragazza nella sua personalità. Sempre che ce l’abbia, una personalità. Ed è questo il punto della questione: una piccola trasmissione pomeridiana è il sensore di una tendenza all’omologazione che si ravvisa nell’esasperazione della socializzazione, di cui anch’io sono consapevole attrice. E non lo rinnego. Pura filosofia?

Vi do un altro esempio di come il web influenzi senza che lo percepiamo razionalmente le nostre vite. Un collega, ieri mattina, si lamentava di aver effettuato, su un certo tema, una ricerca su Google in due giorni differenti e di averne avuto risultati e informazioni diverse. La seconda volta cercava i link che gli erano apparsi la prima e non è riuscito a ritrovarli. Da questa circostanza, se uno ci riflette su, trae la conclusione che il fornitore di nozioni sovrintende a ciò che puoi sapere.

Faccio la catastrofista? Stiamo arrivando ad una sorta di deriva per cui ciò che non si ritrova sul web, non esiste. Insomma, al Grande Fratello che ci concede o meno la conoscenza. Un Grande Fratello che non è la trasmissione tv a picco di ascolti – finalmente un po’ di gente si è annoiata di fare la guardona, oppure ha trovato altre fonti di spionaggio . ma un’entità nebulosa che indirizza le informazioniò che ciascuno di noi ha.

Mi risponderete che anche le vecchie, gloriose enciclopedie cartacee potevano essere ideologizzate. C’era, però, l’opportunità di consultarne più d’una – si perdeva tempo? Ma almeno non si era schiavi di un pusher d’informazioni! – e fare i dovuti confronti, usando il proprio cervello per l’operazione di sintesi. In questo modo, invece, si rischia la sindrome da pensiero unico. Insomma, mutatis mutandis, ci ritroviamo ad essere teleguidati da una Grande Belén che indirizza il look della nostra conoscenza.

 

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