giovedì, Ottobre 21

Comunione e Liberazione: la ruvida ma necessaria carezza di Papa Francesco Il provvedimento di papa Francesco, che formalmente riguarda i Memores Domini, offre una possibilità irripetibile all’intero Movimento

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Ispirato dai recenti provvedimenti di Papa Francesco verso i Memores Domini di Comunione e Liberazione, questo articolo di Domenico Barrilà parte da una precedente riflessione dello stesso autore, apparsa su questo  giornale e andata perduta a seguito di un guasto tecnico.

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La decisione di commissariare i Memores Domini, assunta negli ultimi giorni da Papa Francesco, può diventare una grande opportunità di revisione all’interno di Comunione e Liberazione, che alcuni anni fa avevo descritto come “una buona intenzione rimasta a metà strada”, non per caso ma “a causa del difficile rapporto con l’ingrediente che in in genere ci separa dalla realtà, ossia l’autocritica. Un’abitudine tra i gruppi integralisti, ragione del loro successo e premessa del loro decadimento”.

Nessuno può progredire in solitudine all’interno di una specie, la nostra, ostinatamente cooperativa, dove unicamente l’apertura a istanze sempre più grandi determina fatti evolutivi. Postulare il contrario, soprattutto spacciandolo come una conseguenza logica del Vangelo, rappresenta una grave falsificazione.

Il Movimento è maturato nei pensieri di un prete, deluso della qualità della presenza dei cattolici nella società a cavallo tra gli anni Cinquanta/Sessanta, periodo in cui la religione cattolica sentiva bussare il mondo alla porta e non sembrava attrezzata per guardarlo in volto. I tempi erano quelli bipolari della guerra fredda, lo spazio per le sfumature, caratteristica del pensiero adulto, era minimo, c’erano i nostri e i nemici. Secondo don Luigi Giussani i cattolici dovevano giocarsi le proprie carte qualificando la loro presenza, ‘facendosi cultura‘, indicazione presto trasformatasi nel più aggressivoimporrela propria cultura, rovesciando così le finalità del cristianesimo, nato per incontrare l’Uomo senza alcuna pretesa egemonica, a differenza degli integralisti che vorrebbero fare collassare il mondo nel loro punto di vista, ridurre la mongolfiera alle dimensioni dell’atomo.

Colpisce l’enfasi posta dal Movimento sul principio di sussidiarietà, ossia il maggiore non intervenga quando il minore è in grado di cavarsela in proprio. Principio, però, curiosamente eluso nell’ambito pedagogico, dove vale esattamente il contrario, al seguace viene chiesto di confidare ciecamente in una guida, abbandonandosi ad essa . Mi chiedo, come si faccia a pervenire ad un risultato come la sussidiarietà se lo strumento pedagogico utilizzato per trasmetterla la contraddice. È come se un genitore volesse educare un figlio alla non violenza percuotendolo a ripetizione.

«Educare vuol dire far seguire e basta», scrive, sconcertandoci, don Giussani una sessantina fa. Rileggere quelle parole non può che suscitare angoscia in chi crede in una educazione bidirezionale, capace di alimentarsi anche del contributo originale che arriva dal minore. Non è un caso che il Movimento si presenti fortemente gerarchizzato e sotto l’ala di una guidacarismatica‘, dinamica teorizzata e incoraggiata dallo stesso fondatore, che vantava un considerevole vantaggio culturale sui seguaci. Troppo grande l’asimmetria, incrementata per giunta dai continui inviti a ‘fidarsi’ della guida. Tuttavia, non si tratta di una novità, in questi gruppi tendono sempre a sposarsi due finalismi complementari generando effetti perversi, da una parte il desiderio di potenza delle guide, dall’altra il bisogno di appartenenza dei seguaci.
Un incastro perfetto, un delitto perfetto.

La sussidiarietà, però, non può essere applicata selettivamente e si fonda su una genuina fiducia nell’altro, per questo mi auguro che i periti impegnati nella causa di beatificazione di don Giussani leggano attentamente i suoi scritti più antichi, rivelatori di una visione educativa fondata sul controllo integrale delprocesso‘.
Nel saggio del 1960, ‘Il valore educativo della scuola libera‘, egli afferma: «Ebbene, soltanto una scuola impostata con una preoccupazione ideologica precisa, il più possibile in connessione con l’ambiente in cui il ragazzo è sorto… può normalmente offrire un’educazione intensa e feconda…», «Il giovane diventa tanto più se stesso, quanto più rimane innanzi tutto fedele alla realtà da cui è sorto».

Evidentemente al prete di Desio non piaceva una scuola popolata di studenti e di insegnanti con diverse provenienze culturali e ideologiche, perché questo, seguendo il suo ragionamento, avrebbe disorientato il ragazzo: «L’esperienza infatti insegna che il risultato del prematuro confronto con contrastanti idee sui problemi fondamentali dell’interpretazione della vita disorienta il giovane, non lo orienta: il che non è confortante risultato per una educazione».

Ora, se l’educazione, come egli affermava, è un’introduzione alla realtà, sarebbe interessante sapere quale realtà avesse in mente e quando pensava che una persona potesse cominciare a ‘contaminarsi’ del prossimo più distante. A leggere quelle parole si avverte un senso claustrofobia, di estraneità rispetto al fascino rivoluzionario del cristianesimo, che nell’incontro fiducioso con l’altro e con la diversità feconda del genere umano, si esalta trovando la ragione stessa del proprio esistere.
In sostanza, la ragione per la quale don Giussani sembrava credere nella scuola privata, riguardava la preoccupazione che il contatto con il mondo potesse inquinare gli sforzi pedagogici della famiglia. Mi chiedo quale sarà il rapporto dei frutti di questo sottoinsieme con l’insieme del genere umano e quale grado di solidarietà un ragazzino così educato sentirà istintivamente per coloro che non provengono dall’ambiente «da cui è sorto». Il punto è che una tale premessa, spinta alle sue conseguenze estreme, porta alla segregazione, esattamente il contrario di ciò che sostiene l’impianto stesso del cristianesimo, fondato su una verità elementare, un solo Dio dunque tutti fratelli.

Ecco perché il provvedimento di papa Francesco, che formalmente riguarda i Memores Domini, offre una possibilità irripetibile all’intero Movimento.
L’unico modo in cui è possibile diffondere il cristianesimo, così come l’unico modo di educare, ètestimoniale‘, ossia la riproduzione nel proprio comportamento del dettato che si vuole trasferire. Penso al drammatico scollamento tra il detto e il fatto nell’esercizio del potere pubblico da parte dai seguaci del Movimento, in particolare in Lombardia, dove la prossimità è diventata il solo criterio di selezione del personale, generando un senso di ingiustizia così sfacciato da essere insopportabile. Per ogni persona favorita arbitrariamente è stato creato un danno ad un altro individuo -forse più meritevole- e in definitiva all’intera collettività. Se per un posto pubblico posso scegliere un genio e invece viro su un amico, magari privo di talento, forse non sto perseguendo esattamente intenti cristiani, che dovrebbero innanzi tutto prevedere la pratica della giustizia sociale, incompatibile con raccomandazioni e favoritismi, che tutelano i propri figli uccidendo la speranza di quelli altrui. Fratelli, non per prossimità ma per comune origine.

Quando si entra nelle istituzioni attraverso un pretesto religioso non si può invocare alcuna giustificazione, anzi, la colpa in questi casi è moltiplicata per mille perché si è usato il nome di un Amico autorevole, lo stesso Dio, per saccheggiare la casa, infangando il nome dell’Amico stesso.

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