giovedì, Settembre 23

Comuni spina dorsale d’Italia Intervista al sindaco di Giulianova, Francesco Mastromauro

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 Francesco Mastromauro

 

Oltre 23mila abitanti, affacciata sull’Adriatico, fondata come una sorta di ‘città ideale’ da Giulio Antonio Acquaviva e le imponenti architetture di Francesco di Giorgio MartinoGiulianova è un centro turistico di richiamo, oltre che un punto di riferimento commerciale e culturale per una vasta area al confine tra Abruzzo e Marche. E’ stata definita la ‘cittadella dei saperi’ per la presenza di ben quattro biblioteche. Al governo della città c’è Francesco Mastromauro, avvocato di professione, esponente del Partito Democratico, che torna in lizza in questi giorni per le amministrative di maggio.

 

Sindaco  Mastromauro, oggi i sindaci sembrano essere diventati improvvisamente di ‘moda’, è un ruolo che sta assumendo una connotazione particolarmente positiva nell’opinione pubblica nazionale. Nella sua realtà è così? E cosa significa fare il sindaco per lei?
I Sindaci normalmente amano la loro città, e quindi meglio di altri la comprendono tentando di migliorarla. E poi sono vicini alla comunità che rappresentano, ne condividono i drammi come gli entusiasmi. Sono in prima linea, insomma. Per questo, come dice lei, vanno di moda in un’Italia in cui si sente sempre di più la distanza tra eletti ed elettori. Giulianova non fa naturalmente eccezione. Per ogni questione, grande o piccola, ci si rivolge al sindaco. Che è giusto debba essere a disposizione. Anche magari per uno sfogo. Io ricevo due volte a settimana, per 4-5 ore. Vorrei fare di più ma non posso sia per gli impegni istituzionali, davvero numerosissimi e sempre più gravosi, sia perché la mia professione di avvocato, con la quale vivo non essendo un professionista della politica e che quindi non posso abbandonare, non me lo permette. Però mi dicono che altri colleghi, di città più importanti, ricevono una sola volta a settimana. E con un forte ‘filtraggio’. Cosa significa per me, nato e cresciuto a Giulianova, fare il sindaco della mia città? E’ ovviamente un grande onore, una straordinaria gratificazione ma anche fonte di grande responsabilità. Mi considero come un innamorato, che vuole per la sua sposa tutto il meglio. Felice, quindi, quando è nella condizione di poterlo fare. Addolorato quando è impossibilitato a farlo. Ed oggi, con il Governo e la Regione che tagliano fondi ogni mese agli Enti locali, dissanguandoli, bisogna fare i salti mortali per continuare a garantire la stessa qualità nei servizi erogati. Ancor più difficile, anche se non impossibile, migliorare l’esistente.

Nei Comuni spesso la battaglia amministrativa vede scendere in campo liste civiche. Quale resta il ruolo dei partiti tradizionali per il governo dei Comuni? E il civismo quali i limiti e quali le potenzialità nell’amministrazione locale?
Le liste civiche sono un fenomeno non recente: esistevano già nel secondo dopoguerra ed anche allora, come si legge in un bel libro di Matteo Mannelli uscito lo scorso anno, avevano la loro origine da una frammentazione dell’offerta partitica riconducibile a varie cause. Le liste civiche, volendo fare un esempio, possono essere un jolly o la carta truccata del baro. A seconda dei casi, quindi, le possiamo considerare come un modo di approccio diciamo più gioioso alla politica, oppure la manifestazione visibile del fallito obiettivo di trasformare i sudditi in cittadini responsabili. Quando questo avviene è fonte di tristezza, sia in uno scenario nazionale che nei ristetti confini di una piccola città. Quanto ai partiti, credo siano l’espressione alta di democrazia. Però hanno bisogno di un profondo rinnovamento, nel segno della prossimità. Basta con gli apparati. Basta con logiche misere di bottega, altrimenti si spiana la strada ai populismi. Che sono un cancro per la democrazia.

Destra, Sinistra. Sono categorie che hanno ancora senso? E quanto senso hanno nell’amministrazione locale?
Le definizioni di Destra e Sinistra, si sa, nascono con gli Stati Generali del 1789. Oggi non credo abbiano più senso. Però sarebbe un errore pensare di governare in modo neutrale. Ed allora io dico che la distinzione semmai va fatta su un punto chiave: cioè eguaglianza e diseguaglianza. Chiaramente, come sosteneva Norberto Bobbio, si tratta di concetti relativi: né la sinistra pensa che gli uomini siano in tutto eguali, né la destra pensa che essi siano in tutto diseguali. Ma coloro che si proclamano di sinistra danno maggiore importanza, nella loro condotta morale e nella loro iniziativa politica, a ciò che rende gli uomini eguali, o ai modi di ridurre le diseguaglianze. Mentre coloro che si proclamano di destra sono convinti che le diseguaglianze siano ineliminabili e che non se ne debba neanche auspicare necessariamente la soppressione. Io sono convinto che le diseguaglianze non siano ineliminabili, per cui, in base a questa distinzione, posso senz’altro definirmi di sinistra. E se la distinzione ha un senso, questo senso lo conserva anche in una realtà locale come quella di Giulianova, dove pure a fare la differenza sono magari sfumature.

Qual è il suo giudizio sulla trasformazione delle Province e l’istituzione delle città metropolitane?
Il 3 aprile scorso, come è noto, è stato dato il via libera al Decreto Delrio-Renzi sull’abolizione delle province. Non l’unico ma il più vistoso effetto sarà il taglio di tremila consiglieri (2159 quest’anno, 751 fra 2015 e 2016). Con l’entrata a regime di questa “rivoluzione”, si calcola in un miliardo di euro il risparmio totale. Penso che fosse una decisione non rinviabile, da molti voluta ma, lo ricordo, attuata concretamente dal solo Renzi. Per giudicarne gli effetti occorrerà aspettare. Però chi oggi attacca il Ddl ieri sembrava che avrebbe fatto le barricate per abolire le province. Mah.

In discussione c’è anche la riforma del titolo V della Costituzione una diversa redistribuzione delle competenze Stato-Regioni. Le chiedo: quale la sua proposta in materia?
Credo che sia necessario migliorare il testo del disegno di legge sulle riforme istituzionali, nelle parti che riguardano proprio il rapporto Stato-Regioni. Fondamentale è infatti una definizione chiara delle competenze gestite dallo Stato e di quelle affidate alle amministrazioni regionali. Penso anche che si debba ridurre il numero dei senatori, ben 21, nominati dal Capo dello Stato: è mia convinzione, ma credo non solo mia, che per le Regioni il numero sia sproporzionato.

Quali dovrebbe essere dal suo punto di vista il rapporto tra Comuni e Stato centrale?
Certamente non quello di considerare i Comuni alla stregua di uffici periferici tributari per la raccolta dei gettiti fiscali. I Comuni rappresentano la spina dorsale dell’Italia, e quindi il rapporto dovrebbe essere non ancillare, ma su livelli di pari dignità. Oggi si tende a scaricare sugli Enti locali responsabilità e pesi che i Comuni non possono obiettivamente affrontare; non senza le necessarie risorse economiche. Faccio un esempio tra tanti: alcuni uffici Inps sono a rischio chiusura, a ameno che i Comuni non offrano in comodato gratuito i locali. E noi, già stritolati dal patto di stabilità, dovremo anche accollarci i costi che l’Inps evidentemente non è in grado di affrontare. Ma le pare possibile?

I Comuni e l’Europa. Questa istituzione, vista da un Sindaco, quale futuro è destinata ad avere e di quali riforme necessita?
Sono d’accordo con Ennio Triggiani, ordinario di Diritto dell’Unione Europea nel Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari: l’Unione Europea, vagheggiata già da Giuseppe Garibaldi, è un esperimento senza precedenti, ed è nata con un obiettivo fondamentale: la pace. Oggi abbiamo la “fortuna” di vivere in un presente e di avviarci ad un futuro “non ingabbiato dalle frontiere nazionali”. Come sindaco sono quindi convinto che l’Europa stia ai Comuni come i Comuni stiano all’Europa: una ricchezza, quindi. A patto che sia un’Europa di popoli e non di banche.

Quali sono le difficoltà dei Comuni a redigere progetti in grado di attrarre fondi europei sul territorio?
I Comuni hanno chances solo unendosi in una progettualità seria: è impensabile che ciascuno vada per la sua strada trincerandosi dietro logiche di campanile, davvero ridicole. Poi è necessario che si lavori sui progetti, con metodo, con capacità e professionalità. Per questo a Giulianova ho voluto che si attivasse “Giulia.Eu”, una struttura ad hoc, chiamiamola Ufficio Europa, che funga da riferimento per gli altri Comuni viciniori che tuttora ne sono sprovvisti e per gli imprenditori, le associazioni e le scuole. Insomma per tutti coloro che, come noi, siano interessati ad intercettare i fondi e le opportunità che la Unione europea mette a disposizione. Molti fondi oggi tornano indietro per la mancanza o la scarsa valenza dei progetti. Ma in uno scenario in cui sempre meno saranno i trasferimenti statali e regionali in settori nevralgici, come il sociale, gli Enti locali debbono puntare decisamente sui fondi europei. Come noi, appunto, stiamo facendo.

Si parlava un tempo di autonomia impositiva dei Comuni. Ma dall’Ici all’Imu o alla Tasi odierna il passaggio non è stato indolore. I Comuni sono oggi costretti a fare cassa vessando i propri cittadini per garantire i servizi essenziali. Perché, a suo avviso, è fallito il federalismo fiscale e cosa propone per una fiscalità più a misura dei Comuni?
Approssimazioni, frequenti dietro-front e confusione da parte del Governo hanno caratterizzato gli ultimi anni, mettendo i Comuni, già strangolati dal patto di stabilità, in seria difficoltà. E non solo sotto un profilo schiettamente organizzativo. Il termine vessazione è corretto. Ed il fare cassa è una drammatica realtà, perché i Comuni si sono trovati a fronteggiare le spese per garantire i servizi patendo però tagli draconiani ai fondi. Il federalismo fiscale è fallito perché non ci si è creduto, e anche perché non si avevano idee chiare in proposito. Se lo Stato e le Regioni tagliano, è giusto che i Comuni almeno possano contare su entrate garantite da una fiscalità trasparente, tale per cui se il cittadino paga almeno deve poter vedere in quali servizi finiscono i suoi soldi. Come Comune di Giulianova abbiamo applicato una riduzione delle spese correnti più netta di quella del Governo Nazionale; siamo riusciti anche a contenere la pressione tributaria senza rinunciare tuttavia alle politiche di investimento. Però abbiamo necessità di semplificazione normativa e legislativa e di flessibilizzazione dei vincoli del Patto di Stabilità; non può un Comune virtuoso non investire ed assumere per contro il ruolo di esattore unico e pressante nei confronti dei suoi amministrati.

Il Federalismo demaniale sta portando alcuni risultati. Alcuni beni immobili statali oggi inutilizzati stanno per essere trasferiti ai patrimoni dei Comuni che ne hanno fatto richiesta. Cosa accade nel suo Comune?
I dati in mio possesso dicono che sono 2.860 le domande di trasferimento di immobili inviate dagli enti locali e già accolte dall’Agenzia del Demanio, nell’ambito della ‘finestra’ del federalismo demaniale. Da Giulianova non sono partite richieste perché semplicemente non esistono immobili demaniali mobilizzati.

Tra le novità anche le Unione dei Comuni. E’ favorevole o contrario? E perché?
A dire il vero non è propriamente una novità giacché l’unione di Comuni, intesa come forma associativa, era già contemplata nella legge 142 del 1990, sulla quale nel 2000 è intervenuta una necessaria riforma correttiva e migliorativa. Io sono ovviamente favorevole perché superando le barriere politiche, che molto spesso hanno impedito di dare risposte ai problemi delle collettività, che prescindono ovviamente da vessilli e coloriture politiche, consentono di unificare i servizi, creando un risparmio e superando le difficoltà economiche delle singole amministrazioni. Inoltre l’Unione dei Comuni permette di portare avanti appalti e studi di settore, di ridurre il numero di segretari comunali, revisori e responsabili dei servizi.

L’Italia si fa sempre più povera, i sindaci sono in prima linea. Come agire per tamponare i problemi dell’emergenza sociale in atto?
Attivando collaborazioni ad ogni livello. A fine 2012 il Comune di Giulianova, a fonte della dilatazione del disagio socio-economico, ha realizzato un progetto innovativo potendo contare sulle associazioni di volontariato e su una azienda sensibile come la PAP Ristorazione. Siamo così riusciti a fornire quotidianamente, e gratuitamente, pasti a domicilio a 62 persone e nuclei familiari in stato di indigenza o, comunque, con gravi difficoltà economiche. E nel 2013 abbiamo avviato il “condominio solidale” a favore delle fasce deboli della popolazione e per contrastare il fenomeno di vulnerabilità sociale che negli ultimi anni sta interessando molti nuclei familiari ma anche persone sole. In sostanza, abbiamo messo a disposizione tre stanze con 9 posti letto complessivi e servizi igienici relativi da destinare a nuclei familiari o a persone sole che versino in stato di disagio sociale, economico ed abitativo, assistiti dal nostri Servizi sociali. Naturalmente il “condominio solidale” non sostituisce i servizi di accoglienza che il Comune assicura direttamente; piuttosto è un’alternativa agli interventi temporanei di emergenza abitativa. Non dimenticando poi i progetti, dal “Trans.Care” a quello per l’assistenza alle persone affette da SLA, da “Casa con TE” all’inserimento lavorativo dei disabili a Casa Maia per donne maltrattate, approntati, in molti casi, insieme con altri Enti.

Quale capacità politica e quale forza operativa ha un Comune per intervenire sull’economia del proprio territorio?
Diciamolo: molto limitata. Il Comune, come abbiamo fatto a Giulianova, può agevolare o incentivare le attività commerciali in talune zone, come il centro storico, mettendo a disposizione risorse economiche, prevedendo agevolazioni sotto il profilo dei tributi. Può studiare strategie con soggetti rappresentativi di categoria. Ma oltre ciò non ha molti altri spazi di manovra. Se una città ha una vocazione turistica, ed è il caso di Giulianova, può e deve fare in modo che sia assicurata una elevata qualità della vita e ambientale, per renderla appetibile. Noi abbiamo conquistato, e contemporaneamente, i principali riconoscimenti: Vele di Legambiente, bandiera Blu e Bandiera Verde. Abbiamo creato una Bambinopoli con giochi riservati anche ai diversamente abili; potenziato le piste ciclabili. Aumentato il numero di parchi pubblici. Puntato sull’assistenza sanitaria ai bagnanti con il servizio “Giulianova Spiaggia Sicura” d’intesa con la Croce Rossa. E poi wi-fi gratuito, bike sharing, servizio gratuito bus navetta e tanto altro ancora. Poi entra in gioco la capacità dei singoli imprenditori, la originalità delle loro proposte, il loro attivismo.

Non c’è bilancio comunale che non preveda fondi per la riqualificazione e la messa in sicurezza delle scuole. Cosa è che richiede questo continuo stanziamento di risorse?
Alcuni edifici sono per così dire datati, e quindi necessitano non solo di manutenzione ma altresì di interventi di adeguamento rispondenti alle normative per la messa in sicurezza anche sotto il profilo sismico. C’è oggi, e per fortuna, una maggiore consapevolezza circa i possibili rischi, penso all’amianto, cui sono esposti alunni e personale, e quindi rispetto al passato si impongono interventi in linea con le accresciute esigenze. Nel mio Comune, per fare un esempio, negli ultimi quattro anni abbiamo riservato agli edifici scolastici, sia materne che elementari, risorse ammontanti a quattro milioni di euro circa.

I Comuni sono spesso anche dei centri di cultura, sostengono l’associazionismo locale, organizzano manifestazioni ed eventi. Cosa significa continuare a fare cultura in presenza di continui tagli da parte degli enti sovraordinati? Ma, soprattutto, di cosa avrebbero bisogno i Comuni su queste voci di spesa, sia in termini economici sia in termini normativi.
Crediamo molto nella cultura, sia perché garantisce la crescita umana, sia perché costituisce una voce economicamente importante. Giulianova ha origini romane, ed è stata ricostruita in età rinascimentale secondo un piano di fondazione originalissimo che oggi viene studiato nelle università italiane e straniere. Inoltre vanta una tradizione culturale importante. Dopo sette anni di chiusura abbiamo riaperto la biblioteca comunale, tra le strutture più importanti della regione. Abbiamo ristrutturato e riaperto la Sala conferenze “Buozzi”, facendo così del centro storico una “cittadella” della cultura. Abbiamo organizzato eventi di spessore, presentazioni di libri, mostre, concerti; con le associazioni possiamo oggi garantire una offerta culturale interessante, e molto apprezzata, nonostante risorse economiche sempre più esigue. Sulla cultura oggi si risparmia, e invece bisognerebbe investire. Il discorso è nazionale, non locale. Credo, spero che il Governo nazionale abbia compreso e quindi adotti una linea in controtendenza. Quanto a noi, andiamo avanti. Come? Attivando sinergie con le realtà più ricettive presenti sul territorio. Per fortuna non ci mancano le risorse umane, né la buona volontà. E nemmeno una progettualità seria.

Sindaco, quanti cittadini di origine straniera ci sono nel suo comune? Cosa pensa del dibattito attorno alla questione dello ius soli? E oltre la cittadinanza, quali le politiche funzionali a far sì che i ‘nuovi italiani’ crescano sentendosi effettivamente come nuovi italiani?
I dati in mio possesso, aggiornatissimi, indicano la presenza di 1.331 stranieri su una popolazione di 23.945 abitanti. Non moltissimi, ma comunque una presenza significativa. Tanto vero che come amministrazione abbiamo detto sì, nel Consiglio comunale del luglio 2012, alla cittadinanza italiana per i figli degli immigrati. Una vera integrazione ci può essere solo garantendo, a chi contribuisce alla crescita del nostro Paese in modo determinante, pari dignità e diritti. D’ altro canto, la normativa che regolamenta il diritto di cittadinanza risale a vent’anni fa. Nel frattempo il mondo è cambiato, e il fatto che oltre il 70 per cento degli italiani si dichiari d’accordo con il principio dello ius soli, è il segnale che i tempi per una nuova legge sono maturi.

L’articolo 32 della Costituzione che garantisce il diritto alla salute ai cittadini in molte realtà territoriali è svilito dalla carenza di servizi. Quale dovrebbe essere secondo lei il modello di sanità da mettere in atto?
E’ un tasto assai dolente, questo. Oggi lo Stato arretra sulle tre “S” fondamentali: cioè sicurezza, scuola e, appunto, salute. Il nostro ospedale, un vero gioiello di efficienza sino a una ventina di anni fa, ha subito un progressivo impoverimento, sia in termini di servizi che di personale. E ciò per ragioni efficientistiche o per logiche politiche? Io propendo decisamente per le seconde. Hanno svilito un Centro nutrizionale d’eccellenza, e a nulla sono valse le mie proteste. Stanno sopprimendo il SERT, nonostante sia tra i più vasti per competenza territoriale in Abruzzo. E potrei continuare con gli esempi, purtroppo numerosissimi. No, questo non è un giusto modo di fare, perché a pagare sono i cittadini. Vogliamo creare una grande struttura provinciale? Va bene. Ma almeno non desertifichiamo i territori. Lasciamo dei presidi, spalmiamo sui territori le strutture specializzate. Garantendo almeno i pronto soccorso. E soprattutto si abbattano le liste d’attesa, che oggi sono davvero uno dei grandi scandali della sanità. Non è possibile prenotare una colonscopia e sentirsi dire “passi tra un anno”. In Veneto, con l’apertura serale e notturna, mi sembra che i tempi siano stati abbattuti enormemente.

 

 

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