martedì, Settembre 28

Competizione fiscale: un gioco a somma zero Chi vince e chi perde dalla corsa generalizzata all'abbassamento delle tasse

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Una recente analisi del ‘Financial Times‘ mostra come gli oneri fiscali a carico delle imprese multinazionali siano fortemente diminuiti rispetto al periodo antecedente la crisi del 2008 per effetto delle riforme tributarie rivolte a ridimensionare i deficit introdotte in questi anni in tutti i Paesi Ocse e dei sistematici tentativi delle società di aggirare l’imposizione fiscale. Nello specifico, la quota di profitti che le grandi aziende transnazionali pagano allo Stato sotto forma di tasse è calata del 9% dall’avvento della crisi. Nello specifico, «il contributo apportato dalle multinazionali alle finanze pubbliche si è fortemente contratto in rapporto ai profitti – sia che si misurino le aliquote principali, i tassi effettivi dichiarati o l’aliquota effettivamente pagata ai governi. Le norme che consentono alle società di posticipare il pagamento delle imposte testimoniano che le aliquote dichiarate e gli importi effettivamente pagati possono variare di parecchio in un dato anno. La tendenza di lungo periodo è anche più pronunciata, con l’aliquota societaria effettiva dichiarata che dal 2000 è diminuita di un terzo, dal 34% al 24%». Per le imprese hi-tech, le aliquote sono crollate addirittura del 13%.

Il fenomeno segnala la necessità di imprimere una brusca accelerata all’iniziativa promossa dall’Ocse e dal G-20 finalizzata ad armonizzare le leggi tributarie in vigore nei vari Paesi così da impedire alle multinazionali di spostarsi laddove vi siano condizioni fiscali maggiormente vantaggiose. Uno degli approdi preferiti è indubbiamente l’Irlanda, dove l’aliquota sulla corporate tax è passata dal 50% negli anni ’80 al 12,5% del 2000. Qui, un numero impressionante di multinazionali hanno spostato la propria sede legandosi a controparti locali. L’economista Michael Devereux si aspetta che l’introduzione in tutti gli Stati del G-20 di leggi anti-elusione modellate sul calco del piano in 15 punti stilato dall’Ocse possano produrre l’effetto sperato mentre il commissario dell’Unione Europea Pierre Moscovici ha puntato pubblicamente il dito contro gli accordi sottobanco raggiunti tra governi ed aziende che permettono a queste ultime di spostare a proprio piacimento gli utili.

Gli sforzi per semplificare le norme tributarie e costruire una rete fiscale anti-dumping rischiano tuttavia di essere vanificati dalla radicale riforma introdotta negli Stati Uniti, dove l’abbassamento dell’aliquota fiscale per le società dal 35 al 21% accompagnato da un prelievo una tantum sulla liquidità parcheggiata all’estero potrebbero sì permettere agli Usa di guadagnare circa 400 miliardi di dollari di gettito, ma consentirebbero anche alle imprese multinazionali di risparmiare fino  500 miliardi. Alcuni studi ritengono inoltre che la riforma di Trump potrebbe incoraggiare un rimpatrio degli utili offshore di dimensioni decisamente imponenti, e che le agevolazioni ad investire negli Stati Uniti contenute nel Tax Cuts and Jobs Act (Tcja) si tradurranno non solo in una netta diminuzione degli investimenti diretti esteri (Ide) dagli Usa verso l’esterno, ma anche in un considerevole aumento degli Ide da tutto il mondo industrializzato.

L’Unione Europea sarebbe verosimilmente il soggetto più colpito, cosa che costringerà i Paesi del ‘vecchio continente’ ad apportare a loro volta sostanziali modifiche ai propri regimi fiscali per reggere la competizione con gli Stati Uniti ed evitare un deflusso di capitali che potrebbe assumere dimensioni altamente destabilizzanti, ma ciò implicherebbe una forte caduta delle entrate tributarie. Era, del resto, proprio questo l’obiettivo di Washington: restituire competitività al sistema-Usa inasprendo la ‘competizione fiscale’ con l’estero. Il Tcja, con misure quali il taglio radicale della corporate tax e l’esenzione dei dividendi e delle plusvalenze sulle cessioni di partecipazioni, risulta del tutto funzionale allo scopo e va quindi ad allargare la frattura tra Stati Uniti ed Unione Europea proprio nel momento in cui gli Usa appaiono sempre meno inclini a sostenere i costi impliciti (come la Nato) della propria supremazia geopolitica.

Il problema è che in presenza di una progressiva caduta del contributo (in rapporto ai profitti) delle multinazionali alle finanze pubbliche, l’onere dell’aggiustamento fiscale tende giocoforza a trasferirsi sul groppone dei lavoratori e dei pensionati.  A partire dal 2008, nei Paesi Ocse le principali imposte societarie sono crollate del 5% a fronte di un innalzamento delle tasse sulle pensioni del 6%. Per accorgersene basta considerare l’andamento dell’Iva, passata da un’aliquota media del 17,6% nel 2008 al 19,2% nel 2015. A lungo andare, la situazione non potrà che divenire insostenibile.

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