mercoledì, Maggio 12

Competitività: Italia, un passo avanti e due indietro

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Marchi e brevetti: competitività italiana penalizzata

Dici competitività e pensi a strategie lungimiranti e processi di sviluppo delle imprese. Non quelli italiani però. Per una volta non siamo noi a far pesare le stime negative sulle scelte politiche del nostro Paese. La clava arriva da oltreoceano. Si chiama International Property Rights Index 2014 (IPRI) ed è uno strumento in grado di misurare la capacità di crescita di un Paese rispetto alla difesa dei propri attestati di creatività e ingegno. In pratica più si tutelano marchi e brevetti – ad esempio i “made in” per intenderci – e più un Paese ha garanzie di prosperità.  

A sostenerlo è la nota organizzazione indipendente americana, la Property Rights Alliance, con sede a Washington DC, che da anni si batte per la difesa fisica ed intellettuale della proprietà, informando i legislatori americani ed internazionali sui vantaggi e rischi per la crescita in conseguenza delle decisioni adottate dai governi nazionali.  

Tutela dei brevetti, delle tecnologie immateriali e di quelle visibili, tutela dei mercati, tutela dei prodotto “made in”, difesa delle imprese. Sono queste alcune delle azioni che andrebbero prese in considerazione per proteggere la struttura del nostro sistema produttivo e quindi la singolarità di alcuni prodotti nazionali.

Impresa non facile per l’Italia se si considera che oltre al flusso di dati non incoraggianti pubblicati di recente dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), anche lo studio americano descrive un’immagine alquanto negativa e penalizzante dello stivale: nel 2014 il nostro posto in classifica è il quarantesimo su 97 Paesi presi in considerazione. A pari merito con il Costa Rica e la Giordania, dopo ben 20 Paesi membri dell’Unione Europea i cui governi, evidentemente, hanno fatto della difesa della proprietà una priorità delle politiche di governo, e addirittura venti posizioni dietro gli altri Paesi del G7, il gruppo di coordinamento tra le maggiori potenze economiche mondiali di cui il nostro Paese fa pure parte insieme a Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti.  

Il distacco sembra ancor più marcato se si guarda ai numeri felici dei Paesi che guidano la classifica, quali Finlandia, prima con 8.5, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia con 8.3 e Svizzera, cioè la regione più competitiva al mondo che insieme a Singapore ottiene un punteggio di 8.2. Migliora la classifica della Gran Bretagna, all’undicesimo posto assieme alla Germania, entrambe con un punteggio pari a 7.8. Gli Stati Uniti invece restano stabili al diciassettesimo posto con 7.7, così come la Francia, al ventesimo con 7.3, e la Spagna che rispetto all’anno scorso sale al trentunesimo posto con 6.5.  

A guidare il calcolo dell’indice è innanzitutto l’indicatore sull’ambiente politico e giuridico dei 97 Paesi: stabilità politica, corruzione, indipendenza della magistratura, stato di diritto. E’ qui che Roma ottiene il segno rosso più marcato: 5.5. Mentre Parigi guadagna un 7.1, Londra 7.8, Berlino addirittura 8.1. Come dire che la stabilità/instabilità politica e le scelte politiche di un Paese hanno una buona parte di meriti o colpe su questi numeri.  

Insomma, il messaggio è scolpito a chiare lettere anche all’estero: l’Italia resta fanalino di coda delle classifica perché pecca di stabilità e competitività. A confermarlo è anche il professor Cesare Galli, Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e il cui contributo specifico sulla realtà italiana è incluso nella nuova edizione 2014 dell’IPRI. “Come è evidente dai dati dell’Ufficio europeo dei brevetti (EPO)” – spiega Galli a L’Indro -” l’Italia è dietro la Germania e la Francia nel numero di brevetti registrati, e arretrerebbe ulteriormente se il numero di brevetti fosse calcolato pro capite. Ci sono diverse ragioni per cui ci troviamo in questa situazione svantaggiosa, che sono legati a strutture sociali ed economiche sostanzialmente fragili e peculiari: industrie, scuole e istituzioni governative. Nel settore, le difficoltà sono da attribuire ad una mentalità manageriale lassista e a dinamiche organizzative interne: le aziende creano molto, ma non brevettano, cioè non proteggono adeguatamente i propri prodotti dalle violazioni di proprietà intellettuale“.

Sempre secondo l’Ufficio dei brevetti, quelli richiesti nel 2013 presso il Ministero dello Sviluppo Economico sono stati circa 68.000. Inoltre, i dati raccolti da focus group e indagini condotte per la ricerca dell’IPRI 2014, che comprendevano top-manager di piccole e medie imprese in diversi settori, dimostrano che i motivi del basso numero sono da collegarsi principalmente a tre fattori. Innanzitutto l’ignoranza; in particolare all’interno di micro-imprese, ma non solo, dove il concetto di conservazione e tutela dei prodotti realizzati è praticamente assente. In pratica il rischio di cedere la propria tecnologia ad eventuali concorrenti non sembra essere un problema significativo.

In secondo luogo i costi e le procedure: la maggior parte degli imprenditori intervistati ritengono i costi di registrazione esorbitanti, e non calcolano la possibilità di un futuro ritorno a seguito di tale investimento, anche a lungo termine.

Infine la gestione fragile: piccole e medie imprese italiane, spesso non possono contare su di una gestione strutturata per una serie di motivi, imperniati attorno al fatto che sono spesso imprese a conduzione familiare.  

Nonostante queste resistenze, si spera che il nuovo governo di Renzi sosterrà la piena adesione dell’Italia al sistema europeo del Brevetto Unitario”, dice Galli. “In effetti si tratta di un sistema che, sulla base di procedure di brevetto con concessione a livello di UE, fornirà a molte imprese innovative italiane che operano nel mercato europeo una comoda alternativa al sistema attuale, dal momento che, l’applicazione di un brevetto unico per l’intera Unione europea, riuscirebbe a ridurre i costi e gli oneri burocratici e servirebbe da barriera contro l’importazione di prodotti contraffatti al di fuori dell’Unione europea.”  

La contraffazione internazionale. Altra gogna che ha danneggiato e danneggia il mercato italiano in particolar modo nei settori dell’agroalimentare, design e moda: esattamente il parco di eccellenza italiana che arricchisce le produzioni italiane e proietta i nostri prodotti verso le esportazioni oltreoceano.  

Il brand del Made in Italy, vale a dire tutti i prodotti che riguardano lo stile di vita e produttivo italiano costituiscono, ancora oggi, e in tempi di penuria, un punto di riferimento fondamentale per l’alto livello di creatività, la qualità, l’originalità e la singolarità”, sostiene Pietro Paganini, presidente del think tank italiano Competere.eu e anch’egli, insieme a Galli, autore della pagina tutta tricolore del rapporto IPRI 2014.  

L’italianità può essere considerata un marchio (anche se non un brevetto)”, afferma  Paganini a L’Indro. “Il Belpaese potrebbe potenzialmente dominare la classifica dell’IPRI ed emergere come uno dei Paesi che brevetta la stragrande maggioranza dei nuovi prodotti. In quanto tale, dovrebbe preoccuparsi di prendere misure più grandi per proteggere i processi di produzione e di proprietà intellettuale. Purtroppo ciò non avviene con la dovuta regolarità. Se vogliamo tornare a crescere dobbiamo intervenire in maniera più determinata per favorire e tutelare brevetti e marchi della nostra industria”.  

Il quadro che emerge non è certo roseo. E guai ad illudersi del fatto che nell’ultimo rapporto IPRI l’Italia abbia visto avanzare di 7 unità la propria posizione rispetto all’Indice del 2013. “Ciò è infatti dovuto” – spiega Roberto Race, segretario generale di Competere.eu – “alla scomparsa dalla classifica di ben 34 Paesi i cui dati non sono stati ritenuti accurati o completi”. “Quel che è certo”, precisa Race, “è che si tratta del peggior punteggio ottenuto dall’Italia, perché  va a smorzare l’entusiasmo di qualche mese fa per la rimozione del nostro Paese dalla watchlist della United State Trade Rapresentative che misura l’efficacia e l’adeguatezza della tutela della proprietà intellettuale dei partner commerciali degli Stati Uniti”.    

Le piccole e medie imprese sono il cuore dell’economia italiana” – continua Pietro Paganini. “Ogni giorno mettono sul mercato prodotti unici di grande qualità apprezzati in tutto il mondo. È il Made in Italy. imprese grandi e piccole che siano o università tutelano poco le proprie invenzioni, per una serie di ragioni che abbiamo ben evidenziato nel nostro studio. Purtroppo anche il sistema regolamentare resta debole. Le Autorità di regolamentazione si sono impegnate per ridurre la contraffazione e la pirateria online, insieme all’adozione di un insieme di passi normativi volti a favorire l’innovazione. Resta tuttavia molto da fare, rispetto, per esempio, al Patent Unitary System introdotto dalla UE per ridurre i costi di registrazione e facilitare l’innovazione”.  

E’ chiaro che “– aggiunge Race –”la relazione positiva tra un regime di protezione dei diritti di proprietà da un lato e la crescita economica dall’altro, l’Italia deve fare di più per creare un ambiente normativo favorevole alla crescita ed all’attrazione degli investimenti esteri”.  

Alla fuga di cervelli più volte additata dai nostri vertici istituzionali come una delle cause principali del mancato sviluppo italiano, si aggiunge, quindi, quella delle imprese. Piccole e medie realtà faticano a brevettare o perché ignorano l’importanza di questa pratica oppure perché la vedono come un procedimento estremamente lungo e complesso.  

È certamente colpa di un fattore culturale, ma anche dell’assenza di visione strategica del nostro Paese. Perché, come precisa Paganini “sono diversi i governi che hanno intuito che la proprietà è una leva e da ciò hanno imparato non solo a fare business, ma anche ad attrarre business”.  

Che dire. L’Italia non ha certo bisogno di iniezioni di ingegno. A far scalare la classifica servono coraggio, riforme e solidità politica. E’ questo l’avviso che ricercatori italiani ed internazionali hanno affisso sulle porte dei palazzi romani.    

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