venerdì, Ottobre 22

Commonwealth: e dopo l’era elisabettiana? Con Lucia Scaffardi (Università di Parma) analizziamo gli aspetti giuridici del Commonwealth

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Nonostante si eviti di parlarne apertamente, in Inghilterra si è cominciato a riflettere sulla questione degli scenari che si verranno a presentare al momento della morte dell’attuale Regina, Elisabetta II. Si è discusso molto su questioni tutto sommato leggere, come ad esempio l’eventualità di un’abdicazione dell’erede diretto, Carlo, figlio della Regina, e dell’eventualità di un salto di generazione; molto meno si è parlato di una questione più seria: la successione alla guida del Commonwealth.

Il termine ‘Commonwealth’ venne introdotto durante la breve parentesi repubblicana (1653-59), che vide l’Inghilterra guidata da Oliver Cromwell, ed è una sorta di traduzione letterale del latino Res Publica. L’attuale organizzazione, però, non ha nulla a che fare con quella fase storica: il Commonwealth of Nations è una sorta di erede del vecchio Impero Britannico.

Fondato nel 1926, è composto di cinquantadue Stati, quasi tutti ex-colonie britanniche. Basandosi su di un sistema di cosiddetta ‘common law‘ (ordinamento giuridico che si basa su precedenti giuridici anziché su codici fondamentali), il Commonwealth si è modificato molto nel tempo: dal modello originale, che distingueva tra Domini e Colonie soprattutto in relazione al livello di ‘sviluppo’ economico e alla vicinanza ad un modello sociale europeo, si è gradualmente passati all’attuale sistema, ovvero ad una sorta di libera associazione di Stati indipendenti che riconoscono nella Corona inglese il simbolo della loro unione. L’uscita e l’ingresso, nel corso degli anni, di diversi Paesi da questa associazione (il caso più interessante è quello di Mozambico e Ruwanda, che non sono mai stati parte dell’Imparo Britannico) è la dimostrazione di quanto la struttura normativa del Commonwealth sia elastica.

È necessario, però, fare alcune distinzioni giuridiche tra i Paesi del Commonwealth. A questo fine, un utile aiuto è venuto dalla Professoressa Lucia Scaffardi, del Dipartimento di Giurisprudenza, Studi Politici e Internazionali dell’Università di Parma.

Il centro del Commonwealth, per ragioni storiche, culturali ed economiche, è naturalmente il Regno Unito di Gran Bretagna (Inghilterra, Galles, Scozia ed Irlanda del Nord). La gran parte degli altri Paesi associati è, formalmente, del tutto indipendente (cinque di questi Paesi sono retti da monarchie con proprie dinastie, altri trentuno hanno Governi repubblicani).

Una posizione molto particolare è quella dei sedici Reami del Commonwealth: si tratta di Stati indipendenti e sovrani che, però, fanno formalmente parte della Corona Britannica. Tra questi, figurano alcuni degli Stati più importanti dell’associazione: Canada ed Australia, solo per citare i più estesi. Come scrive la Professoressa Scaffardi in un suo articolo, i Reami del Commonwealth “riconoscono in modo unilaterale la Regina come Capo di Stato, anche se ‘ogni Stato mantiene la propria Sovranità e resta un soggetto internazionale distinto e separato’. La Corona Britannica è rappresentata nel Reame da un General Governor, con ruolo delineato dalle singole Costituzioni. I Governors hanno poteri ampi in casi eccezionali, che possono essere esercitati senza il consenso dell’esecutivo nazionale”.

Si tratta di un’ipotesi più teorica che pratica, ma ci sono altri aspetti che non vanno sottovalutati: si tratta del cosiddetto soft power, ovvero della capacità di influenzare le scelte politiche di un Paese attraverso pressioni non esplicite, di carattere diplomatico, economico o culturale. Il forte legame storico, linguistico, e, in parte, giuridico (la gran parte dei Paesi del Commonwealth ha ordinamenti basati sulla common law), fa sì che Londra possa sperare di avere riscontri positivi riguardo a sue eventuali pressioni o, in ogni caso, possa aspirare a mantenere un rapporto privilegiato, in ambito internazionale, con i Paesi in questione. Non stupisce che, come riportato dalla Professoressa Scaffardi nel proprio studio,il Commonwealth sia stato individuato come soft power network” dalla stessa Camera dei Comuni (HOUSE OF COMMONS – FOREIGN AFFAIRS COMMITTEE, The role and future of the Commonwealth, Fourth Report of Session 2012–13, Novembre 2012, p. Ev-159).

In vista della successione al Trono d’Inghilterra, però, vengono ad aprirsi alcune questioni.

In primo luogo, la successione non automatica per quei Paesi che non fanno parte dei Reami del Commonwealth (la maggior parte) e, in secondo luogo, gli effetti della Brexit sull’essenza stessa dell’istituzione.

Il primo aspetto, sembrerebbe il più semplice. Come sottolineato dallo studio della Scaffardi, “Oggi Elisabetta II è Head of the Commonwealth in virtù del fatto che alla morte di Giorgio VI nel 1952, i Capi di Governo scelsero di designarla tale”. Se per i Reami del Commonwealth la successione al trono è automatica, per tutti gli altri Stati associati non è così: a questo punto, potrebbe esistere la possibilità che alcuni Paesi decidano di non accettare di conferire tale carica a Carlo e, addirittura, di uscire dal Commonwealth? L’eventualità sembrerebbe alquanto improbabile, proprio in virtù di quei legami di soft power che legano questi Stati a Londra e, soprattutto, del vantaggio economico che ne deriva.

Bisogna però considerare che alcuni di questi Paesi cominciano ad avere un peso internazionale alquanto rilevante e, in virtù della propria potenza economica, potrebbero ambire ad aumentare il proprio ruolo politico. India e Sudafrica, ad esempio, fanno parte del gruppo dei Paesi emergenti, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica): se la crisi economica internazionale, unita ad una crisi politica interna, ha fortemente ridotto le ambizioni di Città del Capo, lo stesso non si può dire per Nuova Delhi. L’India ha tuttora un grande potenziale economico e ha recentemente dimostrato, in più occasioni, di voler dire la propria a livello internazionale intrattenendo rapporti bilaterali con molti Paesi UE: stando così le cose, potrebbe cogliere l’occasione della successione alla testa del Commonwealth per fare pressioni su Londra ed ottenere vantaggi consistenti.

Non sarebbe assurdo, inoltre, immaginare una situazione simile in un altro Stato economicamente molto rilevante come il Canada che, pur facendo parte dei Reami del Commonwealth, ha una discreta storia di tendenze indipendentiste nella regione francofona del Quebec: si tratta di una fetta sicuramente minoritaria del Paese ma anche della parte più ricca ed industrialmente avanzata.

Inoltre, il legame del Quebec con la Francia è sempre restato forte. Qui si aggancia il secondo punto della questione della successione: gli effetti della Brexit sul Commonwealth. Nei mesi precedenti e successivi al Referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la parte più conservatrice della politica inglese ha più volte fatto riferimento al cosiddetto Empire 2.0: si tratta di una visione che, mescolando aspirazioni economiche e politiche di stampo tendenzialmente nostalgico, auspicava un cambio di rotta della politica britannica in direzione del Commonwealth piuttosto che della UE; in quest’ottica, si era anche parlato del progetto di un’unione doganale tra i Paesi del Commonwealth che, però, sembra di difficile applicazione. Le principali difficoltà su questa via derivano, da un lato, dal volume comunque non immenso di scambi commerciali tra i Paesi in questione e, dall’altro, dalla sostanziale contrarietà della gran parte dei Paesi e delle istituzioni del Commonwealth all’uscita dalla UE: molti Paesi africani, per ragioni storiche ed economiche, hanno rapporti molto stretti non solo con Londra, ma anche con altri Paesi europei, il già citato Canada ha espresso preoccupazione per le conseguenze del divorzio tra l’Inghilterra ed il resto del Vecchio Continente e, infine, lo stesso Segretario Generale del Commonwealth, Patricia Scotland, si è pronunciata contro la Brexit, affermando che “Commonwealth e Comunità Europea non sono in competizione, piuttosto hanno una vera e propria partnership. Di più: non si può sostituire la UE con il Commonwealth, piuttosto si dovrebbero integrare”.

Inoltre c’è la questione di Cipro e Malta, Paesi che aderiscono sia alla UE che al Commonwealth e che, nel caso in cui le trattative tra Londra e Bruxelles dovessero prendere una piega sgradevole, si potrebbero trovare in difficoltà, chiusi tra due fuochi: secondo la Professoressa Scaffardi, “è evidente che i rapporti economici dei due Paesi in questione potrebbero subire riflessi con Bruxelles qualora ci fosse una forzatura degli stessi a favore di Londra, ma al momento non esistono elementi che comprovino una tale dinamica”. Gli eventuali problemi, dunque, non deriverebbero dall’appartenenza contemporanea a due organismi internazionali, bensì dalla natura del rapporto che potrebbe venirsi a creare tra UE e Commonwealth. In quest’ottica, non è da escludere che, al momento della successione, anche questi Paesi possano cogliere l’occasione per barattare una conferma del nuovo Re alla guida del Commonwealth con la garanzia di una linea morbida sulla questione del distacco dalla UE utilizzando, a loro volta, una strategia di soft power.

Allo stato attuale, però, la cosa più probabile è che a prevalere sia l’interesse economico che, sempre di più, ha caratteristiche sovranazionali.

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