giovedì, Aprile 22

Comincia l’era Mattarella-Draghi-Letta Tre anomalie + una: Mario Draghi, il primo governo repubblicano retto da due presidenti, Enrico Letta, Elly Schlein

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La situazione indubbiamente è straordinaria, e quando ci sono emergenze, le soluzioni sono conseguenti. Ma l’emergenza ormai, dopo due anni, è un qualcosa di ordinario: ‘normali’ anomalie. Prima Sergio Mattarella, poi Mario Draghi: il Presidente della Repubblica, dopo aver preso atto (senza affidargli neppure formalmente il reincarico) che Giuseppe Conte non aveva margini per un terzo mandato, lo ha affidato -senza troppe consultazioni neppure di rito- a un ‘alieno’ dai partiti, Draghi appunto. Prima anomalia, dettata dall’emergenza.

Draghi forma un Governo i cui ministeri che contano sono guidati da persone ‘sue’ (e del Presidente Mattarella), lasciando a partiti e movimenti il resto: dicasteri fumo con ben poco arrosto.
Mattarella e Draghi procedono di perfetta intesa. Di fatto costituiscono il primo governo repubblicano retto da due presidenti: entrambi discreti, cauti, prudenti, pesano parole e gesti. E’ la secondanormaleanomalia. Le emergenze (il Covid è quella più vistosa, ma ce ne sono svariate) hanno portato a questa situazione e in certa misura la ‘giustificano’; ma è un processo che viene da lontano. Quasi cinquant’anni fa Mario D’Antonio scriveva di ‘Costituzione di carta’. Oggi anche quel testo premonitore appare superato. Le Costituzioni reali mutano sotto i nostri occhi senza bisogno diriformee referendum.

Ieri un Partito Democratico al collasso ha eletto come suo segretario Enrico Letta. Richiamato per disperazione da Parigi dove si eraesiliato‘, Letta ha messo subito in chiaro che non ha alcuna intenzione di essere un segretario reggente, e che chiede i ‘pieni poteri’. Per ora tutti i satrapi del Partito gli hanno giurato sostegno e appoggio; e l’elezione è avvenuta con una maggioranza che un tempo si sarebbe definita ‘bulgara’. Si vedrà nei fatti concreti; ma intanto è scattata la terzanormaleanomalia: niente primarie, elezione in pochi minuti di un segretario senza concorrenti, e senza seguire nessuna delle procedure ‘normali’ finora seguite: la base (o se si vuole, quello che ne resta) cui viene scodellato un segretario che da anni di fatto viveva fuori dal partito, e a cui nessuno, solo un paio di mesi fa, avrebbe mai pensato. Lo stesso Letta lo sottolinea: «Lo ammetto. L’emozione non manca a salire di nuovo al Nazareno, più di sette anni dopo».

Ieri il neo-segretario del PD ha scandito il suo programma: l’aver ricordato «i centomila morti e al mezzo milione di italiani che hanno perso il lavoro», significa che la segreteria di Letta intende dare priorità al lavoro, all’occupazione, alle donne e ai giovani; non a caso promette, tra i vari prossimi impegni, il il voto ai sedicenni e per lo Ius Soli; aggiunge che la liberazione dal Covid è vicina, grazie al vaccino. Taglio europeista.
Insomma: perfetta sintonia con Mattarella e Draghi; per quel che riguarda il PD «occorre fare un partito che abbia le porte aperte. L’apertura sarà il mio motto: spalanchiamo le porte del partito». Tra questo dire e un concreto fare c’è di mezzo un Oceano più vasto del Pacifico; e chissà fino a che punto i satrapi del partito asseconderanno questo proposito: il PD, pur da anni al governo, non riesce a dettare l’agenda; è sfibrato da un gioco al massacro di anni; non si comprende bene quale sia la sua idea di Paese (e quella che si comprende è largamente deficitaria). Da ultimo, grava sulla testa di tutti i capibastone la ‘maledizione’ scagliata da Nicola Zingaretti, assieme alle sue dimissioni. Letta rassicura: non ci saranno vendette; gli si può credere. Il solo fatto che sia tornato chiamato a gran voce, dopo che era stato cacciato, è di per sé una vendetta.

Letta, nel suo abile intervento vellica la platea virtuale e sostiene che più di un segretario serve un nuovo partito. Non proprio: servono entrambi. Serve una leadership per assicurare una guida sicura al partito; che sappia indicare la rotta da seguire, e ne sia il garante. Da questo punto di vista, il compito che Letta si è assunto è qualcosa da far tremare le vene ai polsi. Europa e Next Generation Eu, il collante proposto per tenere uniti i ‘cocci’ del partito.

Forze fresche. Quelle che qualche giorno fa ha invocato Elly Schlein, vice presidente della Regione Emilia Romagna, ex eurodeputata eletta con il PD e determinante per l’elezione di Stefano Bonaccini. Schlein lancia la proposta di una mobilitazione per rispondere all’attuale terremoto politico che scuote il centrosinistra. Per ricostruire il fronte ecologista e progressista: «Sono giorni molto complicati, in cui siamo molto impegnati nella gestione del Covid, in particolare in Emilia le varianti si fanno sentire, abbiamo diverse province in zona rossa, la stanchezza della comunità pesa moltissimo, la sofferenza delle famiglie ma non mi è sfuggito quello che è successo a livello politico. Zingaretti si è dimesso e mi è dispiaciuto, perché ho sempre percepito come sincero il suo tentativo di aprire una fase nuova».
La crisi del PD, sostiene, riguarda tutti da vicino: «Facciamola questa riflessione, il PD non può farla da solo. C’è una ragione per cui noi non siamo nel PD, ma sono le ragioni su cui lavorare per ricucire. In tante e in tanti la pensiamo nello stesso modo, su come ricostruire il futuro, sulla transizione ecologica, sul contrasto alle diseguaglianze. Dobbiamo dare risposte a chi sta pagando maggiormente questa crisi, cioè le donne e i giovani, che hanno ereditato dalla fase precedente contratti precari».
Va tenuta d’occhio. E’ la quartanormaleanomalia. E se ne sentirà parlare.

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