martedì, Luglio 27

Come una freccia dall’arco scocca Elena B.B., la donna che per prima scoprì il seno - Capitolo 3

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Le poppe di Elena correvano da un estremo all’altro del giovane Regno d’Italia, occupavano le conversazioni dei circoli nobiliari e le case della gente comune, i ritrovi borghesi ed i circoli rivoluzionari. Ognuno aveva motivo per sentir sua l’ardita giovane che aveva difeso dignità dei lavoratori, maternità, femminilità, ruolo sociale, blasone… E, nel contempo, aprivano le menti ancor chiuse in ristretti orizzonti, che si sentivano autorizzate a poggiarsi su quelle forme da pochissimi viste, da tutti immaginate e sognate. La fama dell’episodio, della protagonista, e principalmente del suo ‘fulcro’, come una freccia dall’arco scocca volò veloce di bocca in bocca, modificandosi in contorni e dimensioni, aumentando, ingigantendosi.

L’artefice di tale pandemonio trascorreva quello scorcio d’estate nella frescura della Rocca di Fusignano, in cui si era ritirata il 24 di luglio, due settimane dopo il fatto di Cervia. Anzi ‘Il Fatto’ come ormai lo definivano tutti. Da quel borgo di conciatori di cuoio il padre, Lodovico Bardotti, era partito misero, per darsi al commercio di cavalli sui due versanti dell’appennino toscoemiliano (c’è chi dice anche rubandoli, ma non vogliamo credere alle malelingue). Si era via via arricchito, stabilendosi infine a Bertinoro dove Elena era nata. Anzi Enza, che così era stata battezzata, come la nonna materna. Ma già verso i trequattr’anni, per la grande bellezza, gli occhi rapinosi ed il fascino dolce e forte al contempo, il maestro Alberico Manzi, lì giunto per alfabetizzare la popolazione, aveva profetizzato: “Quanti uomini turberà, quanti sconvolgimenti arrecherà… Come Elena di Troia”. Mai predizione fu più azzeccata, ed Enza mai più fu altra che Elena. ‘Il Fatto’ venne esaltato dai giornali laici e tardorisorgimentali, condannato dalla reazione e da gran parte del clero. ‘L’Asino’, la gloriosa pubblicazione satirica di Podrecca e Galantara, di lei entusiasta, ne illustrò per più e più numeri la vita, ripercorrendola sin dalla fanciullezza e riportando assieme ad altre numerose testimonianze anche l’episodio del maestro Manzi. Dando ad un livoroso sacerdote e polemista marchigiano, Don Antimo Scannasecca, spunto per la pubblicazione di un infame libercolo ‘Elena e Troia’, dall’intuibile contenuto. Tre anni dopo Don Scannasecca venne linciato dalla popolazione di Fermo, dove si trovava per l’ennesimo trasferimento ecclesiastico, essendo stato sorpreso in flagrante con due bimbette nel giardino dell’‘Asilo dei poveri’.

I giorni passavano tranquilli, dunque, in quella ‘Rocca Ridente’ (così Elena l’aveva ribattezzata), acquistata e restaurata dal padre come segno del benessere raggiunto dopo tanti giovanili patimenti, risarcimento e rivincita verso il paese natale. Su cui si ergeva (e si erge) fiera, sorgendo dal piccolo monte e dal delizioso boschetto che la circonda. I curiosi salivano da Ravenna, scendevano da Argenta, provenivano da tutto il Regno per incontrare Elena, ma la popolazione faceva buona guardia. E se mai qualcuno riusciva a passare le fitte maglie veniva intercettato dal marito, il Conte Bugli, che assestava quattro colpi di lama, o dal genitore, che ricorreva a più spicce, ma altrettanto efficaci, legnate. L’estate era caldissima, ma ben più torrido era il clima che si sviluppava attorno alla neocontessa. Se il coniuge aveva affrontato sì numerosi, veri o presunti, “offensori dell’immacolato buon nome della mia sposa”, se il proliferare di sfide annunciate l’aveva spinta a ritirarsi in quel di Fusignano ponendovi fine (“Caro amico, vi scongiuro, dismettete la vostra rabbia omicida”), ovunque altrove i duelli e le risse in suo nome (pro o contro) si moltiplicavano. Quando poi filologi tedeschi resero noto che un tempo Cervia era denominata Ficocle, o Ficode, per l’abbondanza delle erbe marine, si possono immaginare commenti ed osservazioni. Già il cardinale Ignazio Cadolini in una sua memoria stampata ad Imola nel 1830 aveva ipotizzato che l’antica Ficocle fosse stata fondata addirittura dai Pelasgi, ai quali si deve l’erezione non solo di essa, ma anche di molte città circostanti, tutte entro il territorio della Regione Adriatica. Ficocle o Ficode che fosse, anche se le opinioni sulla reale attribuzione geografica di detta denominazione divergono, la coincidenza con il remoto appellativo della cittadina fu colta come un segno, con le inerenti conseguenze.

Elena, sdegnosamente e saggiamente, tenne in non cale tali volgarità, che miravano ad infangare e diminuire la sua luminosa figura. Che, così come la luna non può a lungo oscurare il sole, o uno scoglio arginare il mare, riemergeva in tutto il proprio splendore, anzi vieppiù. Solo in parte consapevole di tutto quello che si agitava attorno al suo nome, ed alla sua idealizzazione, passeggiava per i boschi, si dedicava ad opere di bene per i più derelitti tra la popolazione locale (e nonostante fosse zona doviziosa, di poveri poveri non ne mancavano) ed animava ‘la Corte d’Elena’ che riuniva nella Sala Grande della Rocca, dove nell’imponente camino ardevano ceppi di castagno e pioppo.

 

 3 – Continua

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