venerdì, Maggio 14

Come trattare la Russia Carenza di lucidità e visione strategica nelle reazioni occidentali alla crisi ucraina

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Arsenij Jazenjuk Russia Ucraina

Il cielo sopra l’Ucraina e dintorni, ma non solo, rimane decisamente tempestoso. Le nubi che non cessano di addensarvisi sono delle più minacciose. Esistono ottime ragioni per temere il peggio, ma nessuno sembra sapere dove esattamente il peggio si situi. Le incognite di una crisi che si trascina da mesi senza che se ne veda la fine sono assai più numerose delle certezze, e ciò rende la situazione tanto più inquietante e allarmante.

Arsenij Jazenjuk, capo del governo interinale a Kiev, ieri in visita a Roma a cercare comprensione anche dal papa, ha affermato che Vladimir Putin vuole scatenare la terza guerra mondiale. Pochi sono disposti a dargli credito, ma molti, in Occidente, ritengono che il presidente russo si comporti in modo da provocare quell’immane pericolo, o come minimo il ritorno ad una “guerra fredda” come quella dello scorso secolo. Da parte russa i nuovi dirigenti di Kiev vengono sistematicamente bollati come criminali, o almeno irresponsabili complici e protettori di criminali. Mosca però  polemizza con decrescente ritegno anche contro i governi di un Occidente che, secondo il ministro degli esteri Sergej Lavrov, per anni considerato una “colomba”, mira a sottoporre al proprio controllo l’intera Ucraina, passando sopra ai suoi molteplici legami con la Russia.

Polemiche e accuse, in questo come in altri casi analoghi, valgono quello che valgono, cioè poco o niente, benchè diano la misura del clima che si è creato. Esse rendono comunque più arduo il compito degli analisti che si sforzano di capire come stiano oggettivamente le cose e in quale direzione si stia andando. Un corrispondente della BBC, ad esempio, cercando l’altro ieri una risposta alla madre di tutte le domande, se la guerra, cioè, sia inevitabile, ha dovuto rassegnarsi a concludere formulando una serie di specifici interrogativi.

I seguenti: “La Russia vuole davvero occupare ed eventualmente annettere parti dell’Ucraina orientale come ha fatto con la Crimea? Mosca vuole rischiare i danni economici che un intervento militare in Ucraina le potrebbe costare? O, semplicemente, l’Occidente non capisce quanto sia importante l’Ucraina per la Russia? E non ha calcolato bene il livello di rischio e di potenziale danno economico che Putin è disposto a sopportare pur di soddisfare quelli che considera i suoi vitali interessi strategici?”.

Sono interrogativi assolutamente pertinenti e anzi doverosi. Mentre ai primi due, tuttavia, solo il Cremlino potrà dare prima o poi una risposta adeguata, gli altri due hanno innanzitutto il difetto di chiamare in causa l’Occidente nel suo insieme quando, come ben si sa, esso si presenta tutt’altro che unanime e coeso su questa come su altre questioni. E’ un difetto comunque rimediabile riferendo la domanda soprattutto agli Stati Uniti, il cui ruolo predomina anche in questo caso.

Ma per gli USA in primo luogo vale un’altra obbiezione ancora: quegli stessi quattro interrogativi non si dovrebbero porre anche per l’Occidente come soggetto? Non ci si dovrebbe cioè domandare anche e piuttosto quali siano le intenzioni e i programmi dell’Occidente e innanzitutto degli Stati Uniti riguardo sia all’Ucraina sia ai rapporti con la Russia in generale?  

Dopotutto, è stata una parte almeno dell’Occidente, USA in testa, a contribuire allo scoppio della crisi ucraina incoraggiando, sostenendo e probabilmente anche finanziando la vittoriosa sollevazione, popolare e in parte spontanea quanto si voglia, contro il regime di Viktor Janukovic. E, prima ancora, ad aiutarne la maturazione stando al gioco dello stesso Janukovic, proteso a strappare le massime concessioni da una parte o dall’altra mostrandosi interessato ad allacciare un legame con l’Unione europea inevitabilmente sgradito alla Russia.

Quando poi Putin, per scongiurare l’associazione dell’Ucraina alla UE e salvarla dalla bancarotta, ha gettato sulla bilancia il peso di una lauta offerta in denaro, Bruxelles si è ben guardata dal farne un’altra equivalente spingendo così Janukovic a optare per Mosca. L’ha invece fatta dopo la “rivoluzione di Maidan”, gli iniziali gesti antirussi del nuovo governo di Kiev e la ritorsione di Mosca in Crimea, castigando inoltre quest’ultima con un po’ di sanzioni, meno severe di quelle proposte dagli Stati Uniti e comunque non certo tali da modificare il fatto compiuto e neppure da scoraggiare ulteriori allungamenti delle mani russe sul  Sudest ucraino.

La risposta dell’Occidente ad una simile minaccia è consistita nel minacciare a propria volta sanzioni più incisive, confermando quindi l’impressione di limitarsi a  reagire di volta in volta in modo improvvisato alle mosse altrui anzichè muoversi secondo un proprio progetto o criterio strategico adeguato a sfide particolarmente gravi, come caldeggiato ormai da parecchi ed autorevoli osservatori.

Tra questi, un esperto francese di strategia, François Heisburg, ha scritto ad esempio (‘Le Monde’ dell’11 aprile scorso) che le sanzioni devono essere molto ampie e pesanti come quelle inflitte con successo all’Iran, perché “la sfida rappresentata dalle ambizioni e dalla politica del presidente Putin per l’ordine europeo instaurato dopo la fine della guerra fredda è diventata troppo seria per venire affrontata senza vero impegno o in modo puramente reattivo”. Sullo stesso numero del quotidiano parigino un altro studioso francese, Dominique David, pur d’accordo sul metodo, ha tuttavia posto l’accento sull’opportunità di non isolare la Russia e di tendere la mano al suo popolo. E per restare in Francia, Paese la cui linea ufficiale è tra le meno indulgenti verso Mosca, un invito a capire meglio Putin viene, sul ‘Corriere della sera’ di oggi, anche da Hélène Carrère d’Encausse, eminente russista e sovietologa di lungo corso.

Negli Stati Uniti prevalgono in generale le posizioni e i toni duri, non condivise però da numerosi politici e diplomatici tra i più anziani e collaudati. George Shultz, segretario di Stato americano sotto Ronald Reagan, rievoca ad esempio esperienze personali e moduli della “guerra fredda” per raccomandare sì chiarezza e fermezza con la principale erede dell’URSS ma anche esortare a guardare al di là delle frizioni contingenti e delle convenienze tattiche e privilegiare piuttosto una visione strategica, continuando a coinvolgere Mosca in impegni comuni nelle aree di comune interesse, dove “la cooperazione rimane cruciale per la sicurezza della Russia, dell’Europa e degli Stati Uniti”.

Sono consigli dei quali l’attuale inquilino della Casa bianca sembra avere in realtà parecchio bisogno. Barack Obama non può certo essere accusato di avere trascurato i contatti diretti con Putin per tutto il corso della crisi ucraina. Che cosa abbia detto all’interlocutore (e che cosa si sia sentito dire da lui) durante i loro frequenti colloqui naturalmente si ignora, ma quello che ha detto pubblicamente in altre occasioni suscita, se confrontato con atti e fatti, quanto meno perplessità.

La sua dichiarazione che la NATO non mancherà di garantire la sicurezza dei Paesi membri dell’alleanza contro qualsiasi minaccia non è bastata a rassicurare quelli più vicini alla Russia anche perché l’implicita esclusione dell’Ucraina (ma anche della Moldavia e della Georgia) da qualsiasi copertura militare, scontata quanto si voglia, non sarà certo stata percepita né da loro né dal Cremlino come segno di risolutezza a frenare l’avanzata russa verso i loro confini.

Per calmare le loro apprensioni, Washington ha inviato in loco un po’ di soldati, qualche aereo e altro materiale bellico, il tutto con valore puramente simbolico specie se raffrontato alla massiccia concentrazione di truppe russe in prossimità della frontiera ucraina. E col risultato di indurre un autorevole esperto moscovita a ironizzare sul tutto sottoscrivendo (‘Argumenty i fakty’, 9-15 aprile) il ringraziamento rivolto a Putin da un giornale polacco per avere dimostrato che “la NATO odierna non è neppure una tigre di carta ma una bolla di sapone”.

Obama, d’altronde, avrà tenuto a mostrarsi fedele alla propria immagine di laureato con il Nobel per la pace deciso a correggere, se non bandire del tutto, la predilezione americana per più o meno avventate e fortunate imprese belliche. Ma anche la sua ripetuta negazione che sia in corso un ritorno alla guerra fredda viene sostanzialmente contraddetta dall’insistenza a voler punire la Russia con sanzioni economiche che, debitamente inasprite, si tradurrebbero in un atto di ostilità appena meno pesante del ricorso alle armi. E ciò indipendentemente dalla noncuranza che Mosca affetta al riguardo.

Un’apparente incoerenza va inoltre rilevata riguardo ai rapporti tra Washington e il governo di Kiev. Si tende per lo più a dare per scontato che la gravità dell’attuale situazione in Ucraina sia causata dalle multiformi “provocazioni” dei russofoni e/o russofili del Sudest appoggiati e forse anche fomentati da Mosca. I quali, come condizione non necessariamente pretestuosa per rispettare l’accordo a quattro di Ginevra, chiedono che nel Centro e nell’Ovest venga ristabilito l’ordine tuttora turbato dalle attività dei gruppi estremi del movimento che ha rovesciato Janukovic.

Ciò non è ancora avvenuto, e comunque i governanti di Kiev hanno tentato di stroncare con la forza, anche quella dell’esercito regolare, le occupazioni di uffici pubblici e la destituzione di dirigenti locali, da parte dei suddetti “provocatori”, qualificati di regola come “terroristi”. Hanno quindi fatto o tentato di fare ciò che avrebbe voluto o dovuto (secondo Mosca) fare Janukovic a Kiev e dintorni con i suoi avversari, senza riuscirvi anche a causa dell’indisponibilità delle forze armate. E l’hanno fatto, per di più, col conclamato rischio di provocare un intervento militare russo e quindi un’esplosione conflittuale dalle conseguenze incalcolabili.     

Tenuto conto che tutto ciò sta avvenendo da alcuni giorni, i quali hanno visto anche la visita a Kiev del vice presidente americano John Biden, c’è da domandarsi se i governanti ucraini non siano soggetti malgrado tutto ad alcuna influenza americana ovvero mirino a provocare il peggio per costringere gli Stati Uniti a muoversi più energicamente in loro difesa. Oppure, se siano gli USA stessi, in base a propri imperscrutabili disegni, a spingere Turcynov, Jazenjuk e compagni sulla strada di quella che durante la guerra fredda si chiamava brinkmanship, la strategia o tattica del rischio fin sull’orlo dell’abisso.

Tra l’altro, un modo per fermare le “provocazioni” nel Sudest, con relative reazioni e perdite di vite umane, potrebbe essere anche quello di incoraggiare e convincere i dirigenti di Kiev a compiere aperture verso la controparte ucraina, più chiare ed impegnative di quelle già accennate, sui temi che dovrebbero essere affrontati in un negoziato in piena regola, a quattro o a due, sul futuro assetto interno e sulla collocazione internazionale del Paese. Ma per il momento, a quanto sembra, non se ne parla.

In attesa, dunque, di auspicabili segnali distensivi, resta da completare il discorso sugli aspetti strategici della questione. Non solo negli Stati Uniti mondo politico e opinione pubblica sono divisi circa l’immagine, comunque prevalentemente negativa, assegnata alla Russia putiniana. Avviene anche in Europa, compresa la paciosa Germania dove pure non manca chi la considera un Paese ostile e si stupisce per quanto emerge invece dai sondaggi. Ossia, che due terzi dei tedeschi sono contrari a trattarla come tale, insieme a solo un quinto del ceto politico e a differenza del governo nonchè del grosso del parlamento e dei media.

Per un complesso di motivi, tuttavia, è soprattutto negli Stati Uniti che quell’immagine, oltre a prendere facilmente piede come è accaduto in altri casi, si fa già sentire più concretamente o minaccia di farlo. E nonostante i precedenti la cosa può anch’essa stupire, perché fino a poco tempo fa di ostilità reciproca non si poteva parlare.     

Membro a pieno titolo del G-8, una specie di consiglio supremo a maggioranza occidentale ma con ambizioni planetarie, la Russia intratteneva rapporti molto stretti con tutti gli altri in ogni campo, compreso quello militare, e non soltanto in quello economico-finanziario dove erano spesso (e rimangono) addirittura vitali per entrambe le parti. Il clima aveva cominciato a peggiorare soprattutto a causa della contestazione interna del regime di Putin, che accusava in particolare gli USA di appoggiarla e fomentarla.

Poi essa si è placata grazie anche a misure restrittive e repressive, ma per quanto riguarda le denunciate interferenze americane si trattava essenzialmente di attività che gli Stati Uniti svolgono da sempre un po’ dovunque, si può dire quasi istituzionalmente per un verso e ideologicamente per un altro, ma spesso di natura privata. Attività certo non disinteressate ma neppure di per sé ostili ai Paesi che più o meno volentieri le ospitano, in quanto destinate a promuovere cause  profondamente sentite benchè non sempre difese con coerenza: diritti umani, democrazia, libero mercato, ecc.

Attività miranti almeno in teoria ad agevolare e migliorare la convivenza internazionale a vantaggio di tutti, e quindi di natura e con finalità strategiche nel senso più ampio ed elevato. Nel caso della Russia, tuttavia, esse entrano in collisione frontale con il ruolo assunto dagli Stati Uniti nella crisi ucraina, il cui andamento, sinora, ha fatto sì che la popolarità di Putin salisse a livelli senza precedenti sotto la spinta di un patriottismo che in terra russo non è certo nuovo a grandi slanci.

Una larga parte di quanti criticavano e combattevano il “nuovo zar” in nome di valori democratici ora lo applaudono e inveiscono invece contro gli USA. Il che non può sorprendere tenendo conto di un’altra recente dichiarazione di Obama in cui ha liquidato la Russia come “potenza regionale” minacciosa verso i Paesi vicini in fondo perché debole. Respingendo così anche una rivendicazione russa di parità di diritti in campo internazionale, giustificata almeno in linea di principio oltre che legittima.

 

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