giovedì, Aprile 15

Come ti uccido una lingua L’estremo rimedio di Giorgio Pagano contro l’introduzione delle lauree in lingua inglese al Politecnico di Milano

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Risale a un paio di anni fa la decisione del Senato accademico del Politecnico di Milano, che prevedeva l’offerta formativa dei corsi di laurea magistrali e i dottorati integralmente in lingua inglese. Per fortuna è venuto in soccorso della lingua un ricorso al Tar, presentato da un centinaio di docenti dell’istituto che si opponevano alla decisione del Consiglio, in virtù della sua incostituzionalità  -l’articolo 6 della Costituzione sottolinea la valenza identitaria della lingua italiana-  e di una libertà di insegnamento e di apprendimento, che ne verrebbe inevitabilmente compromessa.

Come se niente fosse, l’Ateneo ha proseguito nel suo proposito aggirando il ricorso accolto da parte del Tar: è bastato affidare la scelta ai singoli corsi di laurea, l’80% dei quali ha optato per gli insegnamenti in lingua inglese. Inarrestabile e orgoglioso il rettore Giovanni Azzone, le cui argomentazioni riguardano una presunta internazionalizzazione dell’università italiana: uno specchietto per le allodole, insomma, per le eccellenze straniere che potrebbero studiare in Italia senza il minimo sforzo di imparare nemmeno una parola della nostra lingua.

Al centro di questo scenario, ma invisibile, il Ministro Stefania Giannini la quale, dopo aver firmato la lettera aperta delle istituzioni dell’agosto 2013 a difesa della lingua (Accademia della Crusca, Associazione per la Storia della Lingua Italiana, ecc.) in quanto Presidente della Società italiana di Glottologia, proprio ieri ha dichiarato la necessità di un «bilinguismo permanente», favorevole all’internazionalizzazione ma che mantenga in vita l’italiano. «Un vero e proprio genocidio attraverso la distruzione della lingua» secondo Giorgio Pagano, che dall’Associazione EraOnlus, gruppo esperantista di orientamento radicale, fa sentire la sua protesta non violenta: uno sciopero della fame che dura da 34 giorni e che non può più essere ignorato. Con il suo satyagraha gandhiano (ricerca della verità), Pagano offre un punto di vista ideologico e politico a quello che considera un «asservimento» della nostra lingua.

 

Alla luce di ciò che sta accadendo al Politecnico di Milano, a chi bisognerebbe attribuire le principali responsabilità della possibile scomparsa della nostra lingua?

Alle classi dirigenti politica e intellettuale. A un personale docente che non si dimostra all’altezza dei nostri antenati illustri. Sostituire l’inglese alla nostra lingua è un’assurdità sopratutto se si pensa che il Politecnico di Milano detiene ben tre branche del sapere: scienza, arte, architettura. Si tratta di discipline in cui l’Italia eccelle, l’architettura in primis. E che cosa sarà un architetto senza aver letto le vite del Vasari, senza la conoscenza di Michelangelo, di Borromini in lingua originale? Stiamo espropriando i nostri giovani del loro passato, stiamo assicurando la morte della letteratura, dell’arte, della cultura italiana ed è impossibile che questo passi sotto silenzio, soprattutto da parte dei linguisti. Per cosa, poi? Arricchire un paese più ricco, a nostre spese.

Un elemento di cui si è parlato poco, se si escludono le trattazioni specialistiche, è il rischio, storico, della scomparsa dei termini tecnico-scientifici dal vocabolario italiano. L’italiano non ha mai saputo “tradurre” i nuovi linguaggi di questo settore, adagiandosi sulla lingua inglese. Dopo la decisione del Politecnico quanto rischiamo di perdere completamente la lingua italiana nelle materie come l’ingegneria, l’informatica, la fisica?

La lingua è un sistema mentale che permette ai parlanti di pensare: è stata questa lingua con i valori che veicola a partorire un’arte dalle origini antiche e opere di prestigio, nonché persone geniali come Leonardo Da Vinci, l’uomo ‘politecnico’ per eccellenza. È un paradosso che proprio il Politecnico di Milano decida di ignorare tutto questo patrimonio di eccellenza.

Il predominio dell’inglese è dovuto a ragioni strettamente linguistiche (struttura della lingua o sua diffusione) o a un primato sociopolitico?

Il predominio della lingua inglese usa il pretesto di un primato innanzitutto economico, peraltro falso perché messo in discussione dalla Cina. Guardando più da vicino, poi, l’Europa possiede il doppio della popolazione degli Stati Uniti d’America in un’area che è un nono degli Usa, con maggiore possibilità di scambi culturali, commerciali, e di risorse. Possiamo viaggiare in Europa cambiando un solo fuso orario, in pochissimo tempo, abbiamo una forza di scambio straordinaria e non sappiamo riconoscerla.

Durante il dibattito, l’opposizione dei 100 docenti del Politecnico contro i corsi in lingua inglese è stata tacciata di provincialismo e accusata di voler mantenere lo status quo della casta baronale. Come risponde a queste accuse? È davvero necessario piegarsi all’utilizzo di un’altra lingua per entrare nel mercato del lavoro?

Quello che il Politecnico auspica, in modo consapevole o meno, non è l’internazionalizzazione – che sarebbe uno scopo corretto – ma una vera e propria inglesizzazione, che è un processo molto diverso e di asservimento. D’altra parte gli inglesi sono il popolo meno europeista e tra i più conservatori della propria cultura. La sottomissione che si sta portando avanti è di tipo ideologico, è uno dei modi con cui si dominano gli stati di questi tempi: distruggendo l’identità e il passato di un popolo. Il loro è un gioco scorretto e un processo del genere era già stato teorizzato da Winston Churchill nel 1943 durante il discorso ad Harvard in occasione della laurea honoris causa: «le Nazioni non si governano più con gli eserciti o con le guerre, gli imperi del futuro sono gli imperi della mente».

C’è il rischio che l’italiano si presenti nel futuro come una lingua storica, destinata solo alla lettura di Dante o agli studi umanistici, un idioma da ‘conservare’ piuttosto che una lingua viva in grado di adattarsi con il suo multiforme lessico a un mondo globalizzato?

Queste sono le bugie dei nostri competitori anglosassoni. Queste idee arrivano da un popolo che commette continue scorrettezze e violazioni della privacy, che inquina di falsità il mondo a proposito delle armi chimiche sin dai tempi della guerra in Iraq. Bisogna liberarsi di queste convinzioni e cercare di tagliare questo nodo gordiano, solo così si potrà imparare a ripensare il nuovo ed attrezzarci per esso. Le parole di lingua inglese, ad esempio, possono essere sempre tradotte, a questo proposito la nostra associazione, in collaborazione con la Società Dante Alighieri ha istituito un premio, Italianiadi, un concorso di traduzione di espressioni inglesi in italiano con una precisa consapevolezza, e cioè che «ogni parola italiana conquistata, sostituita da una inglese, equivale ad un vicolo, una via, una piazza, un quartiere della tua città che non ti appartiene più». Se si escludono materie come l’ingegneria informatica, ad esempio, l’arte, l’architettura e il disegno conservano un’impostazione inevitabilmente umanistica.

La sua protesta ha ottenuto una qualche risposta da parte delle autorità o del ministro Giannini al quale era esplicitamente rivolta?

Attualmente nessuna risposta dal Ministro Giannini.

Tenendo conto dei costi degli esami di certificazione per accedere a corsi universitari in lingua inglese, che va dai 170 ai 250 euro e oltre, quanto costerebbe all’università italiana e al Paese questo “accanimento” a favore del bilinguismo?

Moltissimo. L’associazione Era Onlus ha fatto alcune stime. Il British Council viene finanziato con cifre che fanno impallidire gli altri Istituti di Cultura, italiani e stranieri. Si tratta di un processo di colonizzazione linguistica che passa attraverso la diffusione di idee false come ad esempio la semplicità della lingua inglese: l’inglese non è affatto semplice, soprattutto se la conoscenza richiesta è quella madrelingua. La vicenda del Politecnico costituisce una discriminazione degli studenti italiani in Italia. Qui entrano in giorno la dichiarazione dei diritti dell’uomo e gli accordi sulla conservazione delle lingue, nonché la Costituzione italiana. È necessario un cambio di mentalità per mettere fine a questo processo di assimilazione, per ricominciare a pensare italiano. Prima viene la tutela dell’arte e la creatività, poi il resto.
Il risparmio anglosassone sul fatto che non apprendono alcuna lingua straniera ammonta, secondo le nostre stime, a 18 miliardi di euro l’anno. In concomitanza al loro risparmio, noi abbiamo un costo di 900 euro l’anno pro capite a favore dell’inglese, in tutto 60 miliardi di euro annuali. Senza contare la perdita dell’editoria scientifica italiana, del lavoro di addetti stampa, docenti, traduttori, tipografi. Processo distruttivo a scapito del nostro lavoro e a favore di uno scambio unilaterale in cui gli italiani sono portati a preferire i paesi di lingua inglese. Ci stanno espropriando il paese, togliendo il diritto di vivere e studiare e lavorare in Italia se è vero che anche un mestiere come quello di commessa o baby-sitter richiede una conoscenza fluente dell’inglese.

Sono possibili un’integrazione e un’internazionalizzazione pacifiche che tutelino le diverse lingue ufficiali di ogni Stato, la cultura e la storia locale contro la strumentalità di un solo idioma che è l’inglese?

Per far questo è necessario emanciparsi dalla politica americana, dalle sue agenzie di rating, dai suoi interessi imperialisti di guerra fredda che ora si stanno concentrando sull’Ucraina e in generale sull’Europa dell’Est. Basti pensare che i popoli indenni dalla colonizzazione anglosassone di tutti i tempi sono solo 22. Emanciparsi dall’inglesizzazione fa parte di questo processo di identità europea che a mio parere dovrebbe essere guidata proprio dai giovani italiani, consapevoli della forza che l’Europa possiede. Si parla tanto di europeismo a ridosso delle elezioni ma solo l’identità dei popoli e della loro cultura può essere la base per costruire la democrazia europea, e gli Usa sono il primo ostacolo a una legislazione comunitaria.

Da chi (associazioni o privati) ha ottenuto solidarietà durante questa battaglia?

Né la Dante Alighieri né l’Accademia della Crusca si sono mosse per combattere questo accanimento contro l’italiano, neanche nel momento in cui vedono ridotti i loro fondi, come di recente accaduto. Gli italiani partecipano della più grande diaspora del mondo contemporaneo dopo quella cinese: 80 mila sono gli italiani nel mondo e le associazioni a difesa della lingua non si occupano abbastanza di tutelare questo patrimonio che è un’eccellenza culturale.

Perché gli studenti, in particolare chi si occupa di materie scientifiche non hanno a cuore il futuro della lingua e non si sono sensibilizzati nei confronti di questa battaglia?

Si tratta di una rabbia non veicolata, né diffusa attraverso l’informazione. Negli ambienti specialistici è molto chiaro quello che sta accadendo, un percorso antropologico molto simile a quello dell’assimilazione dei popoli indigeni, ma purtroppo il messaggio rimane nella competenza settoriale e la gravità della situazione non arriva al grande pubblico. La nostra associazione è stata l’unica a pubblicare l’atlante della scomparsa delle lingue del mondo dell’Unesco in lingue che non fossero l’inglese e a promuovere l’osservatorio sulla morte delle lingue. Il problema vero è che la lingua attualmente non viene percepita come bene: proprio come respirare, parlare è un atto così naturale che ci si accorge del problema linguistico solo quando la lingua viene a mancare.

Cosa propone l’ERA in merito a questa situazione?

La lingua comune dev’essere una lingua federale e sovranazionale. L’esperanto può essere adatta a questo proposito, perché non mette a repentaglio le lingue nazionali, ma vive di esse. È la 64esima lingua di traduzione di Google oltre ad essere relativamente semplice da apprendere (ci vuole un ventiquattresimo del tempo necessario a imparare la lingua inglese) e può essere appresa anche in età avanzata.

 

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