lunedì, Aprile 19

Come salvare il Rublo field_506ffb1d3dbe2

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Doppio stato d’ansia, al Cremlino, su due fronti molto diversi che si sono incendiati contemporaneamente ma le cui fiamme potrebbero anche congiungersi in un unico, immane rogo. Uno è naturalmente quello ucraino, dove la dirigenza russa attende certo non distesa di vedere se Viktor Janukovic saprà venire a capo della crisi in corso senza cedere troppo ai rivoltosi né ricorrere, per imporsi, a mezzi estremi, con tutte le incognite (per dire il meno) del caso. E, soprattutto, senza doversi affidare all’aiuto russo, che anche solo in termini economici costerebbe probabilmente a Mosca ben più dei 15 miliardi di dollari promessi al governo di Kiev.

L’altro fronte, che vede sin d’ora il Cremlino alle prese con crudi dilemmi, è la crisi del rublo, che maturava da parecchi mesi ma si è improvvisamente aggravata. Una crisi, se si vuole, quasi incredibile, perché i conti della Federazione russa sono pressocchè tutti, e per quasi tutti, invidiabilmente in regola. Compresi, in fondo, persino quelli relativi alla crescita produttiva, che è sì diventata esigua nel 2013 ma dovrebbe risalire nei prossimi anni pur rimanendo al di sotto della prevista media mondiale e inferiore della metà, ad esempio, a quella degli Stati Uniti.

Curiosamente, sono gli stessi ministri e altissimi funzionari russi, come le due signore ora al vertice della banca centrale di Mosca, a parlare apertamente di stagnazione o stagflazione, mentre la pertinenza di questi sinistri termini viene contestata dai dirigenti dell’OCDE, un’organizzazione internazionale a netto predominio occidentale. Il fatto è, tuttavia, che la Russia, in quanto Paese a suo modo emergente, avrebbe bisogno vitale di tornare o riavvicinarsi alla crescita galoppante che aveva caratterizzato il grosso degli anni successivi all’avvento di Vladimir Putin alla testa del regime.

A tale riguardo, il Fondo monetario internazionale è stato invece perentorio nel suo rapporto annuale: il potenziale di crescita della Russia è crollato, non potendo  vivacchiare essa deve escogitare un nuovo modello economico non più imperniato su prezzi elevati del petrolio. Questo dunque lo sfondo che certamente contribuisce a spiegare il declino del rublo, precipitato nei giorni scorsi dopo che erano state le stesse autorità di Mosca ad allentare via via la difesa della moneta nazionale, con gli abituali interventi del caso, proprio per rimediare con il suo deprezzamento alla perdita di mercati e di competitività in campo energetico.

Un rimedio, beninteso, da applicare in modo graduale, controllato ed elastico,  che doveva preludere alla liberalizzazione del cambio del rublo nel 2015, ossia alla sua piena convertibilità, passando attraverso una banda flessibile di oscillazione. Un rimedio, inoltre, senza dubbio discutibile e discusso, malgrado le sue lodevoli finalità, in quanto destinato a provocare il rincaro delle importazioni e il conseguente aumento del costo della vita a spese, soprattutto, degli strati più deboli della popolazione.

L’inevitabilità dei suoi effetti negativi è attestata dal fatto che la quota di provenienza straniera delle merci e dei prodotti in vendita nel Paese varia, a seconda delle stime, tra il 35% e il 44%, ma in alcuni casi è molto più elevata; per le calzature, ad esempio, arriva al 75%. Un accentuato deprezzamento del rublo colpirebbe soprattutto gli alimentari, con carne e latte in testa, seguiti a ruota da numerosi beni durevoli come le automobili. Solo il 12% dei russi usano quelle nazionali nuove, il 36% le nazionali vecchie e il resto quelle straniere.

A complicare e anche drammatizzare le cose è però sopravvenuto nelle ultime settimane l’impatto della decisione americana e cinese di porre termine all’emissione straordinaria di denaro per alimentare le rispettive economie, con conseguente rafforzamento di dollaro e yuan a spese di altre monete, in particolare quelle dei paesi emergenti rublo compreso. La moneta russa, che già aveva perso l’8% del suo valore durante il 2013, ha subito un ulteriore calo del 7% nel solo gennaio scorso, una controprestazione superata in negativo solo dal peso argentino e dal rand sudafricano.

Malgrado i 7 miliardi di dollari profusi dalla Banca centrale, attingendoli da un apposito fondo, per sostenere il cambio, il rublo è tornato così ai livelli minimi del 2009, anno dell’ultima grave crisi. Le previsioni meno pessimistiche lo danno ad una parità di poco inferiore a 40 col dollaro e di quasi 50 con l’euro verso la fine del corrente anno. Per riuscire a frenare la discesa occorrerà almeno ridurre la fuga di capitali russi all’estero, se non  proprio stroncarla come ordinato da Putin, ma non sarà facile.

Nel 2013 hanno preso il volo una sessantina di miliardi di dollari, il governo conta di poterli dimezzare quest’anno ma lo scetticismo è di rigore, tanto che qualcuno paventa addirittura un’impennata fino a 35 miliardi nei prossimi tre mesi. Niente da fare, invece, per gli investimenti stranieri, il cui ritiro accelerato, verosimilmente in attesa di condizioni più propizie, ha sensibilmente contribuito ad indebolire il rublo.

Non sembra, tuttavia, che a Mosca siano tutti d’accordo o abbiano comunque le idee chiare sul da farsi. La presidente della Banca nazionale, Elvira Nabjulina, aveva dichiarato a metà gennaio che la svalutazione sia pure controllata rimaneva in programma e preannunciava la cessazione degli interventi in difesa del cambio, che continuavano al ritmo giornaliero di 60 milioni di dollari. Dopo il più recente tonfo del rublo ha praticamente ritrattato, assicurando che si farà quanto possibile per scongiurare danni al sistema finanziario. Il quale, in realtà, ne subì in abbondanza nonostante i 200 miliardi di dollari spesi per tenere a galla il rublo nel 2008-2009.

Nel frattempo, ha suscitato un certo allarme la notizia, data alla stampa dalla vice della Nabjulina, Ksenja Judaeva, che le banche russe avrebbero superato con successo un test di resistenza ad un eventuale deprezzamento del rublo del 30%. Sembra comunque che responsabili ed esperti siano prevalentemente concordi nel respingere l’alternativa di un aumento dei tassi, caldeggiata dagli ambienti d’affari, perché una simile scelta ostacolerebbe la lotta contro l’inflazione, che peraltro, come detto, viene attizzata anche dalla svalutazione.

Ufficialmente al di sopra del 6%, l’inflazione reale è stimata da molti ben più alta,  addirittura altissima localmente: ad esempio, quasi al 33% in nove grandi città. Il prevedibile impatto sociale di una sua ulteriore e progressiva lievitazione può essere dedotto da un paio di dati. I salari depurati dall’inflazione (quella ufficiale, naturalmente) sono cresciuti nello scorso dicembre dell’1,9% su base annua, l’incremento più modesto da quasi tre anni e comunque nettamente inferiore alle previsioni. Sempre a fine anno la Duma ha approvato una riforma delle pensioni largamente contestata che secondo alcuni calcoli comporterà una riduzione media del 14%.

Non sorprende quindi quanto emerso da un recente convegno del Partito comunista della Federazione russa, erede del vecchio PCUS sovietico e oppositore/sostenitore di Putin in quanto male minore da un punto di vista anticapitalista. Il PCFR ha riscontrato l’esistenza nel Paese di tensioni  sociali tali da far temere un’esplosione di protesta e al limite violenza paragonabile a quella avvenuta in Ucraina e magari ispirata dal suo esempio. Il suo anziano leader, Gennadij Zhjuganov, ha confermato la disapprovazione di quanto avviene a Kiev ma altresì esortato i compagni ad attivarsi per indirizzare anche i giovani russi verso una legittima protesta non violenta. Non tanto diversa, del resto, sotto alcuni aspetti, da quella promossa da altri alla fine del 2011 e alla quale il partito nostalgico aveva inizialmente partecipato.

Il PCFR, certo, non condivide per nulla il tipo di riforme economiche, con addentellati anche politici, che le grandi organizzazioni internazionali spingono la Russia ad avviare per risolvere in tempi inevitabilmente lunghi i suoi problemi, inclusi quelli collegati alla crisi del rublo.

Per queste riforme premono invece anche personaggi autorevoli e ambienti vicini al potere quando non compresi nella sua cerchia. E i loro frutti potrebbero teoricamente ripagare tutti dei sacrifici, purchè equamente suddivisi, forse temporaneamente indispensabili per metterle davvero in cantiere. La loro compatibilità con il tipo di regime finora capeggiato e impersonato da Putin rimane però tutta da dimostrare.

 

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