domenica, Settembre 19

Come salvare il capitalismo

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Abbiamo scritto più volte che il modello capitalistico, come lo abbiamo conosciuto, è entrato definitivamente in crisi. Sostituirlo con qualcosa di diverso non sarà semplice. A proporre alcune soluzioni, interviene adesso un noto economista, Robert B. Reich, che è stato anche Segretario del lavoro durante la presidenza di Bill Clinton. Il suo libro (‘Come salvare il capitalismo, Fazi Editore, purtroppo tradotto non in modo impeccabile) è centrato sull’economia e la finanza degli Stati Uniti, il centro del capitalismo globale, ma i fenomeni che descrive caratterizzano il resto del mondo, quindi anche l’Italia.

Prima di introdurre le sue considerazioni, vorrei ricordare il mio punto di vista. A mio parere, nella finanza globale le cose sono radicalmente cambiate dal 2008, dopo il fallimento di Lehman Brothers, i mutui sub prime, i derivati. Si pensava ad una delle crisi periodiche, come sempre ce ne sono state e si sono poi risolte. Così non è stato. Due fattori nuovi hanno sconvolto il modo tradizionale di fare finanza: la globalizzazione e la tecnologia, spesso governate ed orientate da ristrette élite. L’economia vera, quella che produce ricchezza e valore aggiunto, era stata sempre dipendente dalla finanza ma, tutto sommato, si sostenevano a vicenda. Nel sistema vigente, l’economia reale soccombe: si eliminano aziende, produzioni e posti di lavoro, la gente comune diventa sempre più povera.

Una delle soluzioni che Robert Reich propone per tenere maggiormente sotto controllo questi fenomeni negli Stati Uniti sarebbe il ripristino del Glass-Steagall Act, che separava le banche commerciali da quelle d’affari, abrogato nel 1999. Anche in Italia vigeva questa separazione, tanto che Mediobanca si è sviluppata grazie ad essa, ma le banche commerciali, di seguito alla evoluzione della normativa, hanno finito per essere banche tuttofare.

A quanto abbiamo detto in materia di finanza e di mercati, si aggiunge la scarsa disponibilità di materie prime, di risorse naturali, di terreni agricoli. Le multinazionali sono sempre più impegnate ad accaparrarsi questi beni, spesso con l’appoggio dei governi. E’ una guerra sotterranea che si combatte a livello mondiale, a rotazione settoriale e con tutte le armi a disposizioni. Anche quelle militari, se necessario.

Abbiamo notizia, per esempio, che il noto finanziere di origini ungheresi George Soros avrebbe acquistato enormi appezzamenti di terreno agricolo in Ucraina, dopo avere svolto un ruolo importante nella destabilizzazione di quel Paese, come egli stesso ha ammesso.

A questo risiko partecipano governi, banche, istituzioni sovranazionali, gruppi aziendali, privati cittadini. Sono chiamate in causa la politica, l’economia, la diplomazia, la strategia militare. Ma continuare così significa esporre il mondo a crisi cicliche che esploderanno a rotazione su quelle Nazioni che si sono maggiormente esposte, che hanno impostato troppo le loro economie su modelli speculativi, che sono più indebitate.

La Grecia è stata un piccolo episodio, quasi un test. La Cina potrebbe essere deflagrante. Cosa fare?
I singoli Stati ben poco.
I periodici incontri del G 20 non bastano e non risolvono.
Si potrebbe pensare ad una conferenza permanente sulla finanza mondiale, come quelle che si tengono periodicamente sul clima e l’ambiente, per realizzare un sistema dove le regole siano uguali per tutti e si rispettano, istituendo penalità e sanzioni. Dichiarare fuori legge l’high frequency trading, prevedere compravendite di titoli e fondi rappresentativi di attività reali, limitare quella ‘finanza creativa’ che è alla base di tutta la confusione. Soprattutto, ridare spazio e voce alle comunità, alle forze civiche, ai cittadini normali che, di questo stato di cose, stanno subendo il peso maggiore.

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