lunedì, Settembre 20

Come riconquistare la partecipazione online? field_506ffb1d3dbe2

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Scorrendo variamente il magma di Internet, capita a volte d’imbattersi in notizie o dati utili per dare senso all’audience online e mettere a nudo il nostro livello di effettivo coinvolgimento nell’interazione social.

Per esempio, secondo il portale specializzato Statista appena il 38,5 per cento del traffico web odierno riguarda gli esseri umani. Il resto è dovuto ad automatismi vari: motori di ricerca, siti di indicizzazione, aggregatori e altri tipi di bot – suddivisi perciò in “buoni e cattivi”, dove i primi battono a malapena i secondi (31 contro 30,5 per cento), con abbondanza di siti per phishing, truffe e spam.

Quest’analisi si basa sui dati raccolti dalla piattaforma “cloud” Incapsula, ma a pensarci bene è una situazione alquanto comune  online. Così come lo è l’impossibilità di stabilire, anche solo con un’approssimazione accettabile, l’attenzione concreta del pubblico online. Ovvero le varie metriche di misurazione in vigore oggi – dalle pagine viste ai visitatori unici, dal tempo dedicato  alle condivisioni diffuse – si rivelano utili solo in parte, lasciando poi spazio alla manipolazione.

Soprattutto nel passaggio dalla carta al digitale, è più che mai difficile trovare un sistema di misurazione adeguato, che si tratti di grosse testate o siti amatoriali. Siamo cioè di fronte all’irresolvibile “dilemma” della misurazione dei lettori online.

Lasciata alle spalle l’era degli abbonamenti al cartaceo, anche gli abbonamenti (il “paywall”) che oggi varie testate propongono ai loro formati digitali lasciano comunque il tempo che trovano. E nell’odierna era virale, “lettori” può significare un milione di utenti di Facebook che vedono qualche titolo particolarmente attraente, lo cliccano e che subito dopo corrono via, cancellando ogni traccia dell’url che ospitava quell’articolo, per non tornarci mai più.

Analogamente, in un recente dibattito pubblico riguardo Upworthy, sito che nel giro di due anni è diventato super-popolare grazie anche ai continui rilanci su Facebook, Tony Haile, CEO di Chartbeat, che misura il traffico di questo e siti analoghi, ha chiarito: «Secondo i nostri dati, non esiste alcun legame diretto tra quel che la gente condivide sui social media e cosa legge di fatto».

In altri termini, l’abitudine diffusa è quella di limitarsi a scorrere titoli e battute varie, per poi darsi al “retweet” senza pensarci su due volte. In sintonia con la tagline scelto dallo stesso Upworthy: «Cose che contano. Passale in giro» – slogan che trasuda  ironia e doppio senso, considerati altresì i post tutt’altro che impegnati proposti per lo più dal portale.

Possibile trarre conclusioni degne di tale nome da tutto ciò? Anche questa sembra una mossa azzardato, vista la liquidità continua che ci avviluppa, online come anche offline. Forse più utile impegnarsi a navigare al meglio questi ambiti interconnessi, puntando senza esitazioni sul “glocale” e lasciando da parte approcci eccessivamente business-style

Già riconquistare la Rete a una maggiore partecipazione diretta degli esseri umani sarebbe un bel successo, no? Prestando cioè attenzione ai contributi imprevisti o insoliti e  affidandosi alla serendipità cosciente, anziché ai bot di turno…

 

 

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