giovedì, Dicembre 2

Come gli Stati Uniti hanno costruito la loro supremazia

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Ma non era certo la generosità, come è chiaro a tutti gli osservatori realisti, ad orientare la strategia economica statunitense. L’abnorme sviluppo del settore manifatturiero Usa verificatosi tra il 1941 e il 1945 aveva quasi azzerato la disoccupazione, ma aveva anche beneficiato dell’ineguaglia­bile stimolo economico rappresentato dalla Seconda Guerra Mondiale. La fine del conflitto portò i dirigenti statunitensi a ritenere che il limitato mercato interno non avrebbe mai potuto assorbire le merci sfornate dall’enorme apparato produttivo statunitense. Secondo alcune stime, il calo della domanda internazionale dovuto alla fine della guerra avrebbe nuovamente ingrossato le fila dei disoccupati di oltre 7 milioni di persone, ed anche la bilancia dei pagamenti avrebbe subito forti contraccolpi. Il Piano Marshall consentì di risolvere questi problemi, facendo ricadere sugli Stati Uniti il compito di rimettere in sesto il sistema capitalistico mondiale. In conformità ai principi stabiliti dal piano, gli Usa cominciarono ad offrire crediti e a garantire, grazie al controllo esercitato dalle loro imprese, materie prime dai prezzi espressi in dollari. Con i crediti ottenuti, i Paesi europei avrebbero acquistato macchinari e derrate alimentari.

Questa semplice strategia coniugava di fatto gli interessi delle società finanziarie, delle multinazionali della energia e delle imprese manifatturiere che ambivano ad effettuare investimenti diretti in Europa. Così, il deflusso di denaro dagli Usa tramite crediti ed investimenti diretti rientrava sotto forma di pagamento dei prodotti fabbricati negli Stati Uniti (macchinari e derrate) o delle proprietà di società Usa (petrolio ed altre multinazionali). A Washington pensarono di aver ottenuto la quadratura del cerchio, in quanto tale sistema non solo consentiva alle multinazionali statunitensi di penetrare efficacemente in nuovi mercati, ma, attraverso l’erogazione di crediti espressi in dollari, permetteva ai Paesi europei di ottenere materie prime e petrolio senza costringerli a ricavarsi nuove colonie. I vantaggi per gli Stati Uniti non erano però solo di natura economica, perché il ‘piano Marshall’ decretava di fatto la fine dell’indipendenza politica dei Paesi europei.

Il prevalere della linea di Kennan e l’applicazione del Piano Marshall comportarono la marginalizzazione dell’influente consigliere Hans Morgenthau, favorevole a colpire pesantemente la potenza economica tedesca, e del generale Douglas MacArthur, capo del Supreme Command Allied Powers in Giappone, che intendeva smantellare i conglomerati monopolistici noti come Zaibatsu. L’implementazione di questa politica richiedeva in primo luogo che l’Unione Sovietica rimanesse tagliata fuori dai compiti gestionali della Germania, ma ciò era impensabile, visti e considerati gli interessi che Mosca aveva nei confronti dello Stato tedesco e specialmente alla luce dell’aspra diatriba verificatasi nel 1948, quando gli Usa introdussero una nuova moneta, il deutsche mark, nelle zone tedesche sotto controllo occidentale spingendo l’Urss a decretare il blocco di Berlino.

La soluzione più praticabile per superare lo stallo fu individuata nella divisione della Germania in due zone di influenza, la cui parte occidentale sarebbe dovuta divenire un polo industrialmente forte con l’aiuto della Francia, nonché guidato dalle stesse classi imprenditoriali del periodo nazista e dotato di un suo spazio europeo verso cui esportare. D’altro canto, l’appoggio al Giappone si rivelò molto urgente in seguito all’affermazione in Cina dei comunisti guidati da Mao Zedong a scapito del Kuomintang di Chang Kai-Shek. La spettacolare ripresa del Giappone fu peraltro favorita dallo scoppio della Guerra di Corea del 1950, la quale portò Washington a lanciare una forte spinta al riarmo (nel 1952/1953, gli Usa destinarono alle spese militari il 15% del Pil, dopo aver trainato la corsa al riarmo della Nato, con la spesa militare dei Paesi membri che passò dai 38 miliardi di dollari del 1949 ai 108 miliardi del 1952) che produsse ripercussioni estremamente benefiche sul Paese nipponico.

Come osserva il professor Alfred McCoy: «dopo aver assunto il controllo delle estremità assiali della ‘isola-mondo’ da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti hanno innalzato numerose barriere militari per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico […]. Fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’Us Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si è stabilizzata a Napoli nel 1946 per controllare l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per sorvegliare il Pacifico occidentale; la Quinta Flotta è di stanza in Bahrain, nel Golfo Persico, dal 1995. A fianco di ciò, i diplomatici statunitensi hanno stretto una serie di alleanze militari: Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e Trattato di Sicurezza Nippo-Statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano messo in piedi una rete globale di 450 basi militari dislocate in 36 Paesi allo scopo di arginare il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai ‘rimland’ di Mackinder nel continente eurasiatico».

La supremazia geopolitica conquistata dagli Usa negli anni critici che fecero seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale fu così schiacciante da permetter loro di mantenere ancora oggi, nonostante l’ascesa di alcune potenze regionali come Cina e Russia e il declino relativo statunitense, il primato mondiale per quanto riguarda potenza militare, influenza politica e forza economica.

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