mercoledì, Ottobre 27

Come cresce il Marocco? field_506ffb1d3dbe2

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Continua a fasi alterne il percorso del Marocco, Paese che si sta muovendo per ridurre il proprio squilibrio macroeconomico e per dare nuovo slancio alla propria crescita, ma che continua a soffrire sia per difetti economici persistenti che per l’instabilità regionale. Una serie di misure economiche pensate per ridurre la spesa statale in sussidi sui beni energetici e ampliare l’assistenza sociale alle fasce più povere del Paese hanno guadagnato il plauso internazionale, ma c’è ancora della strada da percorrere per rafforzare il dinamismo finanziario in prospettiva futura e contenere l’aumento del malcontento.

Il Governo marocchino ha posto al centro della propria agenda l’esigenza di strutturare una crescita più inclusiva, in grado di ridurre progressivamente disoccupazione e sottoccupazione e migliorare la distribuzione della ricchezza e del benessere su tutto il territorio nazionale e non solo nei centri principali. Sono in fase di pianificazione ulteriori riforme economiche e politiche per cercare di tagliare la spesa pubblica improduttiva e riorientare il denaro statale alla formazione di lavoro e all’attrazione di investimento internazionale. Nonostante i progressi compiuti, rimangono però una serie di problemi che andranno affrontati con maggiore efficacia nei prossimi anni.

La persistenza della disoccupazione giovanile, problema comune a tutto il Maghreb, continua a rappresentare un grave ostacolo alla stabilizzazione del Marocco. Recentemente il dibattito parlamentare marocchino ha visto al centro dei suoi temi di discussione il dibattito riguardante la marginalizzazione dei giovani nel Paese e i rischi legati al possibile impatto sulla sicurezza sociale. Mohamed Ouzzine, Ministro per la Gioventù, ha risposto con parole chiare agli appelli dell’opposizione: «La gioventù non è solo una responsabilità del ministero. Le autorità locali e i rappresentanti eletti devono essere a loro volta coinvolti e lavorare al suo fianco. Sta ai rappresentanti eletti e alla società civile il dovere di riportare i giovani sulla strada giusta, e il ministero può occuparsi di fornire le risorse per rendere questo possibile».

Due anni sono trascorsi da quando Mohammed VI, sovrano del Marocco, presentò una serie di modifiche costituzionali pensate per garantire l’immissione all’interno della Monarchia di nuovi elementi di democrazia. Vari i cambiamenti: maggiori diritti riconosciuti al Primo Ministro e al Parlamento, rafforzamento delle prerogative dei partiti, riconoscimento della minoranza berbera e soprattutto ridimensionamento delle prerogative istituzionali del sovrano stesso – il cui ruolo istituzionale lasciava ora maggior posto a quello dei parlamentari.

I provvedimenti – cui il popolo marocchino rispose con moderato entusiasmo (il 1° luglio 2011 il 98,5% dei cittadini votò a favore dei cambiamenti, ma solo 13 milioni di marocchini su 32 si recarono alle urne) – rivelavano l’esempio illuminato di un regime nordafricano in grado di ascoltare le richieste dei suoi cittadini e fornire loro una risposta valida. Nonostante ciò, le modifiche avevano una portata inferiore a quanto volessero far credere i vertici del Paese: il potere esecutivo rimaneva ampiamente in mano al Re, al cui cospetto il Primo Ministro continuava a rivestire un ruolo tutto sommato ridotto. Sostanzialmente intatto rimaneva infine il riconoscimento costituzionale della figura del sovrano: non più figura “sacra”, ma “Principe dei credenti”.

Nonostante la stabilità marocchina risalti all’interno di un panorama regionale in subbuglio, anche in Marocco è presente un diffuso malcontento che solleva alcuni interrogativi riguardanti il futuro. Cresce la disuguaglianza nel cuore del Marocco, prodotto della disparità che si sta sviluppando in numerose province, dell’alta disoccupazione (soprattutto giovanile), di una crescita eccessiva della popolazione. Una serie di misure di austerità introdotte dal Governo – principalmente sotto forma di taglio ai sussidi statali a carburanti e a beni primari – ha infastidito l’elettorato. L’indebolimento nei consensi di molti di quei movimenti in cui si era incanalato il malcontento nei giorni delle “Primavere arabe” fa crescere il timore riguardante la possibile crescita di altri gruppi e la diffusione di tendenze eversive in un Paese vulnerabile alla minaccia terroristica.

I timori riguardanti la possibile diffusione della minaccia jihadista all’interno del Paese sono ancor oggi forti di fronte alla confluenza di una serie di fattori di rischio. La destabilizzazione progressiva del Sahel e delle sue impattugliabili distese desertiche costituisce una ragione di seria preoccupazione per i governanti del Marocco che, causa l’antica rivalità, non possono coordinarsi con la vicina Algeria per cercare di individuare una soluzione efficace al problema. Gruppi jihadisti, contrabbandieri e criminalità di varia natura prosperano lungo i confini del Paese e portano avanti i rispettivi interessi in maniera pressoché incontrollata.

«Il Marocco si è trovato largamente escluso da iniziative regionali a causa della sua annosa rivalità con l’Algeria» scriveva Vish Sakhtivel su ‘Foreign Affairs’, descrivendo le ragioni dell’isolamento marocchino all’interno del Maghreb. «Ad esempio, non è un membro del Joint Chiefs of Staff Committee basato in Algeria, che coordina le operazioni controterroristiche tra Algeria, Mali, Mauritania e Niger. L’esclusione del Marocco mette in discussione le possibilità di una risposta multilaterale più coesa alla minaccia estremista».

Se da un lato l’esclusione del Marocco dai programmi di cooperazione regionale complica i piani di messa in sicurezza, dall’altro sta spingendo il Marocco ad adottare strategie più audaci per porre rimedio a tale situazione. «Il Marocco ha ragioni geostrategiche, economiche e forse anche espansionistiche per spingere in alto il proprio profilo nel Nordafrica» continua Sakhtivel. «Il Marocco si è rapidamente avvicinato all’intervento a guida francese nel Mali. Prendendo l’iniziativa, il Marocco è stato in grado di guadagnare un vantaggio nella sua battaglia per l’influenza nella regione. Cose che precedentemente erano improbabili – come ad esempio esercitare influenza e stabilire legami con gli Stati del Sahel senza il coinvolgimento dell’Algeria – sono oggi a portata di mano del Marocco».

 

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