sabato, Giugno 19

Come coltivare la meglio gioventù

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Sarà banale dirlo, ma i bambini e gli adolescenti di oggi saranno gli spettatori adulti del futuro e, stando nel presente, sono quelli che fanno botteghino, magari trascinando al cinema i propri genitori o compagni di classe. Ma in Italia esiste il cinema per ragazzi?

Nel tentativo di rispondere a questa domanda, abbiamo sentito direttori e selezionatori di rassegne cinematografiche ad hoc -dal più longevo come il ‘Giffoni Film Festival‘ (nato nel 1971) ai più giovani come ‘Alice nella città‘ e il ‘Vittorio Veneto Film Festival – Festival Internazionale di Cinema per Ragazzi‘. A loro abbiamo unito il punto di vista di registi che sono stati premiati dai ragazzi o che presto li incontreranno, come i due selezionati in ‘Alice nella città‘ quest’anno rispettivamente in concorso (Federico Cruciani con ʻIl bambino di vetroʼ) e in Panorama (Alessio Lauria con ʻMonitorʼ).
Esiste, dunque, un cinema appositamente pensato per l’età infantile e adolescenziale?
Antonia Grimaldi
, vicedirettrice artistica del Giffoni non ha dubbi: “Sicuramente sì. A provarlo non ci sono solo i festival specializzati, il successo planetario di film come ʻHarry Potterʼ, ma anche i canali tematici che dedicano la loro programmazione a questo specifico segmento di pubblico. In moltissimi Paesi esiste una produzione di opere destinate ai ragazzi, pensate non solo per intrattenere ma per veicolare -in maniera più o meno diretta- valori ritenuti fondamentali per il contesto culturale in cui il film è stato prodotto. Va da sé che questo tipo di produzione in Italia non esiste e che i nostri ragazzi finiscono per nutrirsiʼ esclusivamente di produzioni straniere e di modellialtriʼ che nel tempo hanno contribuito alla costruzione di quella che è oggi la cultura, intesa in senso ampio, delle nuove generazioni“. Per vedere in azione i bambini e i ragazzi italiani, prosegue Grimaldi, bisogna esaminare con attenzione le fiction televisive destinate a tutta la famiglia nelle quali, accanto ai personaggi adulti, troviamo ragazzi ritratti in diverse fasi della loro crescita. Pensiamo, ad esempio, al successo de ʻI Cesaroniʼ o di ʻUn Medico in Famigliaʼ (o, anche, ai tanti bambini che sono comparsi ciclicamente in ʻDon Matteoʼ).
La ghettizzazioneʼ del cinema per ragazzi è un problema tutto italiano e va di pari passo con la sottovalutazione cronica del cinema d’animazione. Nei Paesi del Nord Europa il cinema per ragazzi gode degli stessi finanziamenti pubblici e quindi delle stesse energie produttive del cinema per adulti. Negli Stati Uniti nessuno si sognerebbe di pensare che i registi della saga di ʻHarry Potterʼ o lo Spielberg di ʻE.T.ʼ siano registi di serie B, e non credo che si possa pensare che questi non siano film pensati innanzitutto per i ragazzi. In Italia no“, prosegue Grimaldi. Perché un film di interesse culturale sulla seconda guerra mondiale deve necessariamente essere un’opera fisiologicamente ingestibile per un pubblico delle scuole medie e non, piuttosto, la storia di un gruppo di ragazzini che vive, dal suo punto di vista, la guerra? Perché in Olanda le distribuzioni si assumono il rischio di far uscire nelle sale a Natale produzioni nazionali insieme alle produzioni d’oltreoceano e in Italia ciò non avviene? “E perché, ancora, tutte le volte che c’è un film d’animazione al cinema ci trasciniamo i nostri bambini di tre anni, salvo poi scoprire che ʻInside Outʼ sarebbe stato molto meglio vederlo con i nostri ragazzi in piena crisi ormonale, anche se è un ʻcartone animatoʼ?
Così, dice Grimaldi,  ci ritroviamo con bambini olandesi, tedeschi, norvegesi che durante le vacanze trovano al cinema sia i blockbuster stranieri che i film nazionali. In questo modo loro ritrovano sullo schermo paesaggi e situazioni familiari, piccoli e grandi drammi del loro quotidiano, “mentre i nostri possono scegliere: o gli universi disneyani (meno male!), o le discutibili vacanze di Natale di italiani sempre più beceri. Mi si risponderà: ʻEh ma sai, il botteghino…ʼ. I dati europei, invece, dicono che al botteghino i film per ragazzi nazionali riscuotono lo stesso successo dei film americani perché sono stati prodotti con la stessa cura e la stessa attenzione nonostante budget differenti. Spesso i film italiani definiti per ragazzi che arrivano al festival in pre-selezione sono scritti male, recitati peggio e girati senza alcuna logica. Se non la smettiamo di pensare che ʻfilm per ragazziʼ significhi ʻfilm arrangiato perché tanto i ragazzi non capisconoʼ, sarà meglio continuare ad importare“.

Le fa eco la direttrice del VVFilmF, Elisa Marchesini, secondo cui nel Nord Europa si produce maggiormente in questo campo “un po’ per tradizione, un po’ per un sistema educativo diverso, si pone attenzione al sistema bambino e alle problematiche dei ragazzi“. E aggiunge: “la definizione ʻcinema per ragazziʼ esiste perché è anche funzionale ad evitare che i bambini o i ragazzi non vedano certe tipologie di film, a un bambino di sei anni non puoi far vedere ʻAvatarʼ. Io credo che non debba essere considerato un genere, ma più come un sistema di attenzione che dovremmo avere per quello che è il percorso formativo-educativo, prendendo, appunto, esempio dai Paesi nordici e dal loro mercato“.

Dalla sua prospettiva, Fabia Bettini, co-direttirce di ʻAlice nella città’, sezione autonoma e parallela della ʻFesta del Cinema di Roma’, ci racconta che qualcosa si sta smuovendo anche da noi dato che cominciano anche grandi produttori come la ʻIndigo’, una testimonianza è il film di Salvatores, ʻIl ragazzo invisibileʼ o prossimamente ci sarà il film di Cotroneo che mette al centro i giovani a dimostrazione che, pian piano, si investono budget importanti in questo ramo. Prima qualche regista italiano, per quel che ci riguarda, magari attendeva concorsi maggiori, negli anni stiamo acquistando sempre più fiducia. Nel momento in cui, poi, ci sono grandi registi come Salvatores che si mettono in gioco, si rompe un po’ il muro, ancor più se questi film vengono apprezzati all’estero Si sta creando la percezione che si possono proporre storie di vita vissuta, anche non semplici, affrontare argomenti come la separazione, le difficoltà nel crescere o le delusioni d’amore, che toccano tutti i giorni i nostri ragazzi ed è inutile essere semplistici“.

Giuseppe Bonito, ha vissuto l’esperienza di ʻAlice nella città’ nel 2012 e, a distanza di anni, ne parla ancora con molto entusiasmo.
Non lo nega, non era partito con l’idea di fare un film per ragazzi, anzi, non aveva alcun target, eppure il suo ʻPulce non c’èʼ ha ricevuto il Premio della Giuria, conquistando i giovani. “Ho sentito da parte dei ragazzi un grande rispetto per il film e una forte curiosità di approfondire, a un festival talvolta trovi quell’umanità che è difficile che si sorprenda, loro, invece, sono molto poco sovrastrutturati“.
Il regista, ora al lavoro sul secondo lungometraggio, non crede molto al concetto di cinema per ragazzi e continua “se per ragazzi ci riferiamo agli adolescenti, loro hanno tutti gli strumenti intellettivi ed emozionali per percepire qualsiasi tipo di film, mi sembra una sorta di recinzione per stabilire un tracciato quasi sempre commerciale. In più, ritengo che sia sempre molto arbitrario parlare di cinema per ragazzi, in fondo quella definizione è lo stesso adulto ad attribuirla“, e conclude “anche da ragazzo non ho mai seguito film definiti già così, quello che è un film per ragazzi di quindici anni fa, ora sembrerebbe ridicolo“.
Micol Pallucca, vincitrice dell’edizione 2015 del Giffoni per la sezione Elements +6 con ʻGrottoʼ, ci confessa che fino a quando non si era cimentata nel realizzare questo suo primo prodotto cinematografico (è stata anche produttrice di fiction di successo come ʻCarabinieriʼ e documentari), non pensava ci fosse questa ghettizzazione. “Quando andavo alla ricerca di un co-produttore per condividere quest’avventura effettivamente mi si chiedeva perché un film per ragazzi, sgranando gli occhi“, questo sempre ad avvalorare in che stato versa il nostro mercato, eppure, come ben ci sottolinea “il mercato richiede anche film per bambini, oltre al fatto che sono le nostre future generazioni“.
Lei è partita proprio dal desiderio di realizzare un lavoro in tal senso perché, ci racconta, “l’ho sempre seguito sia come target di riferimento, sia come zia che accompagnava i propri nipoti al cinema. Ho voluto cercare di fare un film che ricordasse alla categoria dei quarantenni (quindi dei genitori) i film con cui siamo cresciuti, ma che al contempo ci fosse un godimento per i bambini, unendo le due generazioni cosicché, post visione, continuasse il dibattito“. Per la direttrice del VVFilmF più che di ʻghettizzazioneʼ, bisognerebbe parlare di una logica che mette in secondo piano questa fascia, allo stesso tempo ha rilevato come “tendenzialmente quando si dice cinema per ragazzi, il pubblico adulto pensa che la platea sia costituita solo da ragazzi o che andare a vedere quei film equivalga a perdere tempo. Sarebbe bene, invece, che certi genitori ed educatori guardassero i film e sentissero anche i loro commenti“.

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