venerdì, Settembre 24

Come cambia il terrorismo jihadista Il Califfato alza la posta in gioco cercando di portare la guerra nel cuore dell’Europa usando la modernità

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Gli attacchi jihadisti a Parigi del 13 novembre 2015, dimostrano un deciso salto di qualità del terrorismo islamista. La nuova strategia dello Stato Islamico (IS/Daesh) si muove secondo parametri militari, molto diversi da quelli propri dellavecchiaAl Qaeda, la cui azione era prevalentemente compiuta da parte di ‘lupi solitari’.
Gli attentatori di Parigi hanno agito secondo  un commando, gestito da una precisa mente direttiva e con un piano strategico ben organizzato, perpetrando attentati contemporanei e su diversi obiettivi, sebbene, alcuni degli attentatori suicidi, abbiano evidenziato alcune ‘falle’ nell’organizzazione degli attacchi. Per esempio, come giustamente evidenziato da ‘Associated Press‘, negli attentati allo Stade de France è rimasta uccisa una solo persona, oltre agli attentatori,  ed il terzo attentatore suicida, per ragioni ancora non chiare, ha aspettato 23 minuti prima di farsi esplodere e lo ha fatto lontano dallo stadio, senza persone attorno.
A corollario del commando, vi erano molte più persone, impegnate nel sostegno logistico e organizzativo, tanto che non appare eccessivo pensare al coinvolgimento di una quarantina di individui almeno. L’obiettivo è quello di portare il conflitto fuori dalle aree del Medio Oriente dove, sino ad oggi, era rimasto confinato; non è un caso che abbiano colpito prima a Beirut, con la bomba nel quartiere sciita alla roccaforte di Hezbollah.  Le ragioni di un simile gesto, che ha provocato oltre 40 morti e 200 feriti, sono da ricercare non solo in un attacco contro gli ‘apostati sciiti’ ad opera dei jihadisti dell’IS (sunniti), ma contro il Libano, l’altro maggiore Paese alleato di Bashar al-Assad.  È la conferma che lo scontro armato in corso in Siria è arrivato a Beirut. Isis aveva promesso vendetta per l’intervento di Hezbollah a favore di al-Assad e ora parla di «attacco dei soldati del Califfo contro gli apostati di Hezbollah» ovvero il ‘Partito di Dio’ tacciato di idolatria perché sciita. L’intento di Isis è obbligare gli Hezbollah a difendersi in Libano per spingerli ad abbandonare il teatro di operazioni in Siria.

Poi l’attacco a Parigi, per colpire un Paese, come la Francia, che riveste un ruolo di primo piano nei conflitti del Medio Oriente e del Maghreb, senza tuttavia sostanziare la propria azione militare con un preciso disegno politico, come aveva già dimostrano palesemente con l’intervento in Libia e oggi in Siria, intervento privo di coordinate precise e di coordinamento con i possibili alleati.

In sostanza il Califfato sta alzando la posta in gioco cercando di portare la guerra nel cuore dell’Europa e lo sta facendo in modo lucido ed efferato, con una ben precisa valutazione a priori del quadro politico dei Paesi oggetto di attacco.
E quali mezzi utilizzare per raggiungere tale scopo?

I miliziani incappucciati del sedicente Stato Islamico, che mozzano le teste agli infedeli occidentali e gli attentatori suicidi stanno ottenendo, in questo periodo, un ‘incremento di intensitànon paragonabile con il passato. In particolare, l’efficacia, la relativa facilità di raggiungere i luoghi i tempi dell’azione e i costi minimi dell’organizzazione hanno favorito la diffusione del terrorismo jihadista; dunque la globalizzazione è uno dei motivi per cui il jihad si è espanso.
Tra le nuove leve del global terrorismo, la cultura della morte e la violenza sono alimentate da un risentimento portato all’esasperazione. Questa tensione determina un continuo conflitto tra le tradizioni da una parte e l’ammodernamento dall’altra e si esprime nel concetto di ‘bid’a‘, di novità vietata citata nel Corano, divenuto il vademecum del terrorista di oggi. L’idea stessa di un cambiamento equivarrebbe quindi ad un’opposizione al progetto divino rendendo quest’opposizione un’eresia.
Il paradosso è che, gli odierni integralisti islamici, sembrano non avere alcun problema con gli aspetti tecnici della modernità; nelle loro fila ci sono economisti, giuristi, scienziati, ingegneri ben preparati e cresciuti in città occidentali. Dunque il terrorista di seconda e terza generazione, appartiene al mondo occidentale e democratico, ha cittadinanza in un Paese europeo e si reca in teatri di guerra come Siria e Iraq per rispondere alla chiamata, al jihad.  Tutto ciò avvalora la tesi secondo la quale il terrorista non è un folle ma un uomo organizzato e metodico che utilizza la religione come strumento per giustificare le sue azioni.

Anche il ricorso all’attentato suicida deriva da un’interpretazione ‘forzata’ del Corano in quanto l’Islam, in realtà, ripudia il suicidio in ogni sua forma ancorché allo shahid, al martire caduto in combattimento, viene garantito un posto nel paradiso di Allah.

Dunque qual è la sentenza valida secondo il libro sacro? Attentato suicida riconosciuto o condannato? Entrambe, poiché la ‘fatwa’ contraria al suicidio si riferisce ai tempi di pace mentre quella a favore, ai tempi di guerra.

In tutta la storia dell’umanità non esiste ideologia che possa paragonarsi alla forza morale che l’Islam fondamentalista infonde ai suoi combattenti; solo esplorando il mondo spirituale, le ideologie che li plasmano, i miti con i quali sono cresciuti si può comprendere -nei limiti del possibile- coloro che si immolano nella ‘guerra santa’ contro gli infedeli.

Il rischio, plausibile ma comunque remoto, è che questa strategia continui a lungo, estendendosi anche alla Gran Bretagna, alla Germania, tradizionalmente restia ad usare la forza sulla scena internazionale che ha deciso di scendere in campo, sebbene con ruoli da ricognizione, in supporto all’aeronautica francese e alla stessa Italia, particolarmente esposta per la concomitanza del Giubileo e dove, peraltro, sono già state individuate e smantellate basi logistiche di potenziali terroristi dell’IS come quella di Merano.

 

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