lunedì, Giugno 27

Come battere il terrorismo islamico

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Qualsiasi ulteriore dubbio a riguardo può essere dissipato dall’atteggiamento dei musulmani nei confronti della laicità. Partiamo con il dire che quello di ‘laico’ è un concetto nato nel Cristianesimo occidentale per creare una netta distinzione tra vita pubblica e vita privata e relegare la religione in quest’ultima sfera, senza interferenze nella vita pubblica. Sono infatti le politiche laiche a spiegare perché le comunità di immigrati, comprese quelle musulmane, ricevano dai Paesi occidentali ospitanti (dalla Francia senza dubbio) educazione e cure mediche gratuite, sussidi abitativi e altri aiuti statali.

La laicità ha diversi vantaggi, in particolare quello di poter credere, nel privato, in ciò che si vuole. Ma questo è qualcosa che molti musulmani, anche qui in India, non approvano. Ritengono che la distinzione tra pubblico e privato sia inaccettabile o priva di significato. Anche se l’Iraq e l’Afghanistan raggiungessero la pace, i musulmani occupassero il Kashmir e Israele venisse distrutto, è altamente improbabile che il mondo islamico adotti questo concetto.

Come affermato da Peter Hammond nel suo libro ‘Schiavitù, terrorismo e Islam: le radici storiche e la minaccia contemporanea‘, l’Islam ha aspetti religiosi, legali, politici, economici, sociali e militari, ma quello religioso fa da cornice a tutti gli altri. Hammond sostiene che l’islamizzazione ha inizio laddove ci siano abbastanza musulmani per esigere concessioni in materia di religione.
«Quando una società politicamente corretta, tollerante e culturalmente aperta accoglie le richieste dei musulmani, alcuni iniziano ad approfittarsene» afferma, citando ad esempio diversi Paesi. Secondo la sua tesi, una volta che i musulmani raggiungono il 10% circa della popolazione di un Paese, esercitano un’influenza esagerata in rapporto alla loro presenza, esigendo l’introduzione dei precetti halal, dello hijab e della Sharia.

Secondo Hammond, una volta che i musulmani abbiano raggiunto il 30% della popolazione, un Paese può aspettarsi rivolte, formazione di milizie jihadiste, sporadici omicidi e attentati a chiese cristiane o sinagoghe ebraiche, esattamente com’è successo in Etiopia, Chad e Libano. Se la percentuale di musulmani sale al 60% si passa alle persecuzioni degli infedeli di altre religioni o di musulmani appartenenti ad altre correnti, sporadiche pulizie etniche, applicazione della Sharia e della Jizya, la tassa sugli infedeli, come in Albania, Malesia e Sudan. All’80% è lecito aspettarsi intimidazioni e violenze quotidiane, pulizie etniche di Stato e addirittura genocidi per eliminare gli infedeli e arrivare al 100% di cittadini musulmani, così come si è visto, e in parte ancora si può vedere, in Bangladesh e in Pakistan.

«Con il 100% avrà inizio l’era di pace di Dar-es-Salamm – la Casa Islamica della Pace. In questo modo la pace è garantita perché tutti sono musulmani, le madrasse sono le uniche scuola esistenti e il Corano è l’unico testo sacro, come avviene in Arabia Saudita. Ma anche così – continua Hammond – siamo sicuri che la pace sia garantita? Sfortunatamente la pace non è mai scontata, e anche nei Paesi completamente musulmani i più radicali soddisfanno il loro desiderio di violenza aggredendo e uccidendo i più moderati per i motivi più disparati».

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