domenica, Ottobre 17

Colpo di Stato in Libia Assalto militare al Parlamento, 2 morti. Ritiro delle truppe russe dal confine ucraino

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Libia colpo di stato

È tutto sotto controllo. Nonostante ieri un assalto con mezzi blindati contro il Parlamento abbia confermato l’instabilità della situazione politica in Libia, il Governo di Tripoli ha dichiarato questa mattina di mantenere ancora il proprio potere sul territorio. Ciononostante, le stesse autorità nazionali hanno definito «colpo di Stato» l’azione militare, che ha causato la morte di due persone ed il ferimento di altre 55, come dichiarato dal Ministro della Giustizia, Salah al-Marghani. Obiettivo degli insorti, guidati dall’ex Generale Khalifa Hafter, era in effetti il congelamento dei lavori parlamentari sino alla promulgazione di un nuovo testo costituzionale, oltreché l’espressione del proprio dissenso rispetto alla nomina di Ahmed Maiteeq come nuovo Primo Ministro. Con le sue prese di posizione, contrarie a quelle filo-islamiche dell’attuale Esecutivo, Hafter ha intanto guadagnato anche l’appoggio della base aerea situata nella città orientale di Tobruk: per questo le dichiarazioni dalla capitale non suonano particolarmente rassicuranti né all’interno del Paese, né all’estero. Se l’Arabia Saudita chiude le proprie sedi diplomatiche in Libia per timori riguardanti la sicurezza, come affermato dallo stesso Ambasciatore Mohammed Mahmoud al-Ali, l’Italia predica prudenza, per quanto l’Ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi sostenga di non aver posto in essere alcun piano di evacuazione. «Profondamente preoccupata» per «il significativo deterioramento della situazione sia politica sia della sicurezza» è invece l’Unione Europea, che, per il tramite di Michael Mann, portavoce dell’Alta Rappresentanza per gli Affari Esteri, invita le parti in conflitto al dialogo ed a «fermare il bagno di sangue».

Nel mentre, è però la stessa Bruxelles ad essere chiamata in causa in un’altra disputa, quella sull’Ucraina. In un incontro col suo omologo slovacco Miroslav Lajčákil Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha infatti espresso la necessità per il proprio Paese di «un serio ripensamento» delle relazioni con l’Unione Europea e la Nato. Questo nonostante, sempre oggi, il Commissario europeo per l’energia Günther Oettinger abbia comunicato che il dialogo col Ministro per l’Energia russo Alexander Novak abbia registrato progressi riguardo alla disputa sui prezzi del gas. Apparentemente, vi sarebbero passi verso la distensione anche sul piano militare, con l’ordine del Presidente russo Vladimir Putin di terminare le esercitazioni militari nelle oblast’ frontaliere di RostovBelgorod e Briansk. Gli Stati Uniti hanno però chiesto «prove certe» dopo aver dichiarato di non aver osservato alcun segnale concreto del ritiro, mentre la rinnovata assertività russa sembra aver ‘costretto’ la stessa Nato ad «adattare i piani di difesa collettiva» che, secondo il Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen, «per 20 anni si sono fondati sul presupposto che non ci fosse minaccia immediata della Russia». Nel frattempo, sul territorio ucraino, il conflitto continua nella sua quotidianità, tra gli scontri nell’area di Sloviansk, in cui oggi è morto un soldato ucraino, e le recriminazioni delle oblast’ ribelli: Pavel Gubarev, ‘Governatore’ dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, ha infatti annunciato che quest’ultima non riconoscerà gli esiti delle prossime elezioni presidenziali, previste per questa domenica e già definite dallo stesso «illegittime».

In questi giorni, però, si torna a parlare di un altro conflitto che lacerò l’Europa, quello avvenuto negli anni Novanta nell’ex-Jugoslavia. Oggi ha infatti avuto inizio la difesa dell’ex Comandante serbo Ratko Mladić, accusato di genocidio nel processo in corso al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia. Mladić ha contestato le accuse relative alle stragi di civili durante l’assedio di Sarajevo ed i suoi legali hanno chiamato a deporre i primi tra i 300 testimoni convocati. In questo momento, però, Serbia Bosnia stanno vivendo tutto un altro tipo di dramma. Le inondazioni che le hanno colpite stanno causando sempre più danni e sarebbero ormai più di 27.000 gli sfollati nei due Paesi. La situazione è tale da aver spinto la Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa ad organizzare una raccolta fondi attraverso il Fondo di emergenza ‘Disaster Relief’.

Più a sud, in Grecia, si è invece avuto un ‘antipasto’ delle elezioni europee di domenica. Le elezioni amministrative ad Atene e nell’Attica hanno espresso un risultato significativo per Syriza, il partito del candidato alla Presidenza della Commissione Europea Alexis Tsipras. In particolare, il primo turno nella capitale vede un leggero vantaggio del sindaco uscente Giorgos Kaminis (indipendente) rispetto al candidato progressista Gavriil Sakellaridis, col 21,1% contro il 19,9%. Inquietante 16% del candidato di Alba Dorata, che giunge al quarto posto. In attesa del secondo turno, che si terrà congiuntamente alle elezioni per il Parlamento EuropeoTsipras ha comunque potuto rivendicare il successo della sua formazione e descriverlo come un «presagio per il cambiamento politico» legato all’estrema frustrazione, delusione e disperazione dei greci per le politiche di austerità. Frattanto, in Italia il Primo Ministro Matteo Renzi ha ricevuto il suo omologo polacco Donald Tusk ed ha scommesso su un maggior ruolo dell’Italia dal 26 maggio, invitando ad avvicinare le istituzioni europee ai propri cittadini.

Questo lunedì segna però anche la conferma di un’altra rilevante vittoria elettorale: quella di Nouri al-Maliki in Iraq. I risultati preliminari delle elezioni del 30 aprile hanno reso noto che il partito del già due volte Primo Ministro avrà 93 seggi al Consiglio dei Rappresentanti, superando nettamente i suoi concorrenti nell’area sciita, che non sono andati oltre i 29 seggi. Le proporzioni della vittoria di al-Maliki saranno importanti per vantare la propria legittimità come rappresentante della maggioranza sciita del Paese.

In tutt’altro contesto si avvia invece verso la vittoria l’ex Comandante in Capo delle Forze Armate d’Egitto ‘Abd al-Fattā al-Sī. In vista delle elezioni presidenziali del 26 e del 27 maggio, l’istituto indipendente Basira avrebbe accertato che, su un campione di 1873 persone, il 69% voterebbe per al-Sīsī contro il 2% di Hamdeen Sabahi, candidato di sinistra. Appena agli inizi, invece, la marcia di Israele verso l’elezione da parte della Knesset del nuovo Presidente. Oggi Yuri Edelstein, che presiede l’assemblea legislativa, ha infatti annunciato che la prima tornata per eleggere il successore di Shimon Peres avrà luogo il 10 giugno e che le candidature dovranno essere presentate non oltre il 27 maggio. Apparentemente, negli scorsi giorni il Primo Ministro Benjamin Netanyahu avrebbe espresso riserve riguardo alla necessità della carica presidenziale, ma il suo entourage non ha né confermato, né smentito.

Si riaccende inoltre l’interesse per le elezioni presidenziali in Indonesia. La nomina del favorito Joko ‘Jokowi’ Widodo alle elezioni di luglio sembra essere stata messa in discussione dalla decisione del secondo maggior partito del Paese, Golkar, di appoggiare la candidatura dell’ex Generale Prabowo Subianto. La mossa appare quantomeno sorprendente, dato che solo la scorsa settimana il Presidente del partito Aburizal Bakrie aveva affermato di voler cooperare con la coalizione di Jokowi. Quest’ultimo, comunque, sembra aver migliorato ulteriormente la propria posizione schierando al proprio fianco il popolare ex Vicepresidente Jusuf Kalla.

La Presidente della Corea del Sud Park Geun-hye, invece, si scusa per la strage del traghetto Sewol del mese scorso. Assumendosi la responsabilità per quanto accaduto, la Presidente ha annunciato in televisione lo scioglimento della Guardia Costiera, le cui competenze verranno trasferite ad altri enti, tra cui un futuro Ministero della Sicurezza Nazionale.

 

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