giovedì, Ottobre 21

Coloni e governo, i due volti della repressione field_506ffb1d3dbe2

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La manifestazione dei migranti africani a Tel Aviv

La manifestazione dei migranti africani a Tel Aviv

La settimana appena trascorsa ha mostrato le due facce della stessa medaglia in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati: da una parte le politiche ufficiali del governo israeliano contro i rifugiati africani, dall’altra le violenze dei coloni più radicali contro i residenti palestinesi in Cisgiordania.

L’obiettivo è uno ed è quello fondante il progetto sionista: mantenere una maggioranza ebraica in tutto il territorio. Per farlo, sono tante le leggi approvate dai vari governi di Tel Aviv dal 1948 ad oggi. Tra queste, la Legge Anti-Infiltrazione del 1952, emessa all’epoca per evitare l’ingresso dei palestinesi rifugiati all’estero e oggi applicata ai richiedenti asilo provenienti da Eritrea e Sudan. Quasi 60mila persone, entrate nel Paese dal 2007 ad oggi dal confine egiziano e mai riconosciute dalle autorità israeliane.

L’ultimo emendamento alla legge, approvato dal Parlamento israeliano a dicembre, prevede la creazione di un “centro di raccolta” ad Holot, nel deserto del Negev, dove detenere fino ad un anno gli immigrati entrati illegalmente nel Paese. Tel Aviv non lo definisce “prigione”, ma nella realtà dei fatti non è altro che un centro di detenzione: i migranti possono uscire durante il giorno dal centro, ma devono presentarsi tre volte per la firma di presenza; nella pratica – trovandosi nel mezzo del deserto, senza denaro – non hanno alcuna possibilità di allontanarsi da Holot per cercare un lavoro o visitare la famiglia.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso: domenica scorsa migliaia di migranti sono scesi nelle strade di Tel Aviv per uno sciopero generale di tre giorni contro le politiche anti-infiltrazione del governo. Secondo le associazioni per i diritti umani e gli attivisti israeliani scesi in piazza in sostegno della protesta, i manifestanti hanno sfiorato le 30mila unità: «Chiediamo alla società israeliana di fermare questa legislazione brutale e al governo di rivedere le nostre richieste di asilo politico, invece di mandarci in prigione», dicevano ai giornalisti.

Lunedì la protesta è proseguita: tremila migranti si sono messi in marcia da Levinsky Park – simbolo della questione dei richiedenti asilo, nonché ritrovo abituale e spesso dormitorio degli africani più poveri – verso la sede dell’Unione Europea e dell’ambasciata statunitense, il quartier generale della Lega Araba e quello dell’agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR). Martedì, terzo giorno di sciopero, i migranti si sono ritrovati a Levinsky Park per discutere delle nuove forme di protesta contro il governo, mentre nel carcere di Saharonim 130 africani proseguivano nello sciopero della fame.

Il sindaco di Tel Aviv, Ron Hulda, a seguito delle proteste ha puntato il dito contro l’esecutivo Netanyahu, pronosticando un’escalation delle violenze a causa della volontà di ignorare le richieste dei migranti e quelle dei residenti israeliani. Al contrario, il Likud – partito del premier – ha definito gli immigrati «una bomba ad orologeria che va disinnescata con la deportazione».

Secondo Amnesty International, nelle tre settimane seguenti all’emendamento della Legge Anti-Infiltrazione oltre 300 africani sono stati portati al centro di Holot. Molti altri seguiranno: solo lo 0.15% dei richiedenti asilo ha effettivamente ottenuto protezione dal governo di Tel Aviv. Gli altri, quasi 60mila persone, vivono in un limbo giuridico che gli impedisce di lavorare, accedere ai servizi pubblici e alle scuole, sotto la costante minaccia di deportazione. Nel corso del 2013, oltre duemila africani sono stati fatti salire su aerei diretti in Eritrea e Sudan, in aperta violazione delle convenzioni internazionali sulla protezione dei rifugiati.

Per ovviare a critiche internazionali, Israele opta ora per la cosiddetta “deportazione volontaria”: denaro in cambio dell’espulsione. Ai migranti vengono offerti 3.500 dollari per salire volontariamente su un aereo diretto in Africa. Qualche settimana fa, il giovane sudanese Mutasim Ali, ci aveva spiegato perché alcuni si erano trovati ad accettare una simile proposta (leggi l’articolo): “Sono fuggito dal conflitto e dal genocidio in Darfur. Là studiavo geologia, mi sono anche laureato. Ma era impossibile continuare a vivere lì: ero attivo politicamente, con l’obiettivo di dare voce ai giovani come me, e per questo sono stato arrestato tre volte. Sono stato torturato. Sono fuggito in Israele, ma una volta entrato, sono stato subito arrestato dall’esercito. Dopo il rilascio, mi hanno dato un biglietto dell’autobus per Tel Aviv. Senza sostegno, senza informazioni. Era il 2009. Da allora vivo qui. Il governo israeliano ci usa come spauracchio per attirare consenso. L’altro, il diverso, il pericolo. Lo fa per non trattare altri temi, come quello della giustizia sociale. Ma che pericolo rappresentiamo? Siamo persone in fuga da torture, morte, persecuzioni. Prima molti di noi temevano di essere deportati da Israele, ma oggi dopo aver vissuto la segregazione di Tel Aviv non ci interessa più niente”.

                                                                               

Le violenze dei coloni in Cisgiordania

Dall’altra parte del Muro si combatte una battaglia simile. A portarla avanti sono spesso i coloni israeliani più radicali, gli inventori della campagna “Price Tag” (Paga il prezzo). Si tratta di azioni di violenza indiscriminata iniziate nel 2009 contro proprietà o residenti palestinesi, puniti a seguito di atti e decisioni contro l’impresa coloniale assunte dal governo israeliano e dall’esercito. Fanno quindi seguito ad evacuazioni o distruzioni, da parte delle autorità israeliane, di avamposti o insediamenti illegali anche per la stessa legge israeliana e costruiti dai coloni in Cisgiordania. A pagarne le spese è la popolazione palestinese.

Secondo il Comando Centrale dell’esercito israeliano, da gennaio ad ottobre 2013 sono stati 352 i casi di “Price Tag”, contro i 338 dell’intero 2012. Un quarto degli attacchi consiste nel lancio di pietre contro palestinesi; un altro quarto in proteste, marce e graffiti razzisti sui muri delle case palestinese; il 20% invece ha riguardato la distruzione di campi coltivati e il danneggiamento di proprietà palestinesi. Infine, il 3% si è tradotto in aggressioni contro gli stessi soldati israeliani. In nessun caso i coloni responsabili di violenze sono stati condannati da un giudice: ci sono stati arresti, ma nessuno si è concluso con l’emissione di una pena.

Mercoledì è successo però qualcosa di diverso: all’attacco “Price Tag” dei coloni è seguita la reazione palestinese. È successo nel villaggio di Qusra, vicino Nablus, comunità spesso target delle violenze dei coloni estremisti. In mattinata, l’esercito israeliano aveva demolito alcune case mobili nell’insediamento illegale di Esh Kodesh. In risposta, i coloni sono entrati nel villaggio palestinese di Qusra per danneggiarne le proprietà. Un gruppo di coloni ha picchiato una famiglia e alcuni contadini. A quel punto l’intero villaggio si è sollevato: tutti i residenti sono accorsi, hanno circondato i coloni, li hanno picchiati e poi consegnati all’esercito di Tel Aviv. Per evitare che la situazione degenerasse, sono intervenuti funzionari dell’Autorità Palestinese e alcune organizzazioni per i diritti umani presenti sul posto, che hanno diviso i due gruppi, coloni e palestinesi.

L’ennesimo caso di Price Tag ha provocato la reazione del ministro della Difesa israeliano Ya’alon che ha definito tali azioni da parte dei coloni “giuridicamente e moralmente inaccettabili”: «Infangano l’immagine di Israele e danneggiano il movimento dei coloni. Non c’è alcun legame tra la colonizzazione di terre palestinesi e questi fenomeni».

Non a caso il fautore della colonizzazione dei Territori Occupati negli anni ’70, Ariel Sharon, puntava non sui coloni estremisti e radicali, ma sulla classe media israeliana: famiglie, laureati, giovani coppie sono i coloni target del governo, perché moderati e non ideologici, alla caccia di case a basso prezzo e in grado di difenderle con i denti.

 

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