mercoledì, Agosto 4

Colombia, una destra in divenire Analisi delle elezioni legislative colombiane insieme a Luca Altieri, ricercatore per l’Istituto di Studi Internazionali San Pio V e per La Sapienza di Roma.

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Quali saranno, secondo lei, le alleanze che si verranno a creare per formare un Governo? Cosa dobbiamo aspettarci in vista delle presidenziali?

Non credo che tutta la destra si riesca ad alleare intorno a Ivan Duque, in quanto entrano in gioco diverse forze relative alle oligarchie. Penso che non ci sia una concorde omnium intorno al candidato più forte. Il Centro Democratico, dove dietro c’è la figura di Uribe, rappresenta in un certo senso il passato che ritorna. La predominante intenzione nell’attuale contesto politico colombiano è quella di mettere da parte Santos, il quale si è meritato anche il premio nobel per la pace con il suo accordo con las Farc. Votando Ivan Duque si cancellano, quindi, gli ultimi anni con le presunte vittorie della politica colombiana. Sarà interessante vedere se effettivamente questo frazionamento della destra paradossalmente non posa favorire l’ex-Sindaco di Bogotà, Gustavo Petro.

Se si registrasse realmente una svolta colombiana verso destra, come si collocherebbe la Colombia nel quadro politico regionale latinoamericano?

Dunque, la Colombia a destra non sarebbe una novità assoluta. Il socialismo del XXI secolo non è riuscito a inficiare il Governo colombiano neanche nei suoi anni migliori, ovvero quando c’era un’intera asse socialista composta da Brasile, Argentina, Venezuela, Ecuador, Cuba..etc. Durante quel periodo, la Colombia è rimasta la vera sentinella statunitense. Quindi, una conferma delle forze di destra non sarebbe una novità assoluta, bisogna però vedere di che tipo di destra stiamo parlando.

Sono corsi molti colombiano alle urne, ma non sono venuti a mancare episodi di frode, come anche la mancanza di schede elettorali. Secondo lei, questi due elementi possono debilitare la veridicità delle elezioni di ieri?

Può sembrare un paradosso, ma io sono profondamente convinto che le uniche elezioni veritiere e da sempre pulite – in questo  senso si sono pronunciati diversi osservatori internazionali – sono quelle venezuelane, perché prevedono una combinazione tra voto retorico e voto fisico – nell’urna – che permette una garanzia quasi assoluta e, nei campioni che sono stati fatti, è sempre stato riscontrato questo dato. Per il resto, elezioni con risultati parzialmente truccati non sono una caratteristica solo dell’America Latina, ma riguarda purtroppo anche noi, come europei e italiani.

Las Farc hanno ottenuto un risultato minimo alla loro prima esperienza elettorale. Come vede l’elettorato il partito Farc? Secondo lei cosa serve a una forza ‘politica’ simile per affermarsi e iniziare a far parte del contesto politico colombiano in maniera effettiva? Cosa devono fare per cambiare la loro immagine agli occhi degli elettori che continuano a vederli come ribelli armati e narcotrafficanti?

Le elezioni di ieri erano chiaramente il loro primissimo tentativo in politica. Una forza rivoluzionaria – con i suoi nuclei nelle zone boschive -, e un partito politico che si presenta alle urne, sono due mondi completamente diversi. Non si può neanche dire che las Farc rappresentassero semplicemente l’estrema sinistra, in quanto il passaggio dalla lotta armata a quella istituzionale politica non è automatico. E di certo questo aspetto è stato percepito dagli elettori. Se la Colombia continua ad essere, però, il paradiso delle disuguaglianze, tutti quelli che presenteranno un programma radicale che va cercare l’uguaglianza sociale troveranno ascolto. Teniamo presente che in Colombia – ma anche nei Paesi restanti dell’America Latina – il sotto-proletariato viene comprato e venduto con migliaia di voti alle urne. Questa concezione per noi europei è difficile da capire, perchè la modernità e la struttura politica in America Latina è vissuta in maniera diversa. Nella regione sudamericana c’è sempre il rapporto con un leader carismatico, e anche la forma partito è percepita diversamente rispetto all’Europa, o comunque alle democrazie mature – o presumibilmente tali. Alle Farc mancava, sicuramente, un leader di riferimento. In Sud America, se a capo di un partito non c’è un leader chiaramente visibile e carismatico, qualsiasi partito soffre.

Una delle tematiche affrontate in queste elezioni è stato proprio l’accordo con las Farc del 2016. Quali sono stati i principali punti di discussione? E quali prospetti futuri si presentano?

Adesso bisogna vedere la prassi parlamentare di questi deputati, e chi vincerà le presidenziali. Se vincerà Duque, c’è rischio che si facciano dei passi indietro rispetto alla tanta faticosa pace ottenuta nel 2016 – basta pensare che il conflitto è durato per ben 52 anni – mediante una congerie di forze e diplomazia che coinvolse un pò tutti, dal Vaticano a Cuba. È stato fatto un gradissimo lavoro politico, che ha portato a un risultato eccezionale. Quest’ultimo, però, deve poi essere solidificato dal grigio lavoro quotidiano.

Considerando la nota avversione da parte dei partiti di destra per quanto riguarda l’accordo raggiunto con las Farc nel 2016, c’è forse qualche relazione tra la crescita del centro destra registrata nelle elezioni di ieri e suddetto accordo?

I giornali mainstreaming sostengono che questa vittoria della destra è una smentita dell’accordo. Il problema, però, è che non c’è una destra unica in Colombia. Ci sono molte forze di destra e, per di più,  in competizione. Tornando alle Farc, Alvaro Uribe rappresenta in persona l’opposizione all’accordo di pace. È stato colui che, a prezzo di eccidi istituzionali incredibili che forse ricordano solamente il Perù di Fujimpori, ha sempre lottato per un annientamento totale delle forze rivoluzionarie. Non si deve, però, dimenticare che in Colombia è ancora presente la lotta armata. L’Esercito di Liberazione Nazionale – ELN – ultimamente aveva interrotto per ‘rispetto’ delle urne la propria attività, ma ciò non toglie che in Colombia ci sia tuttora una lotta armata che è ancora viva.

Un’ulteriore problematica che oramai da tempo riguarda il Paese colombiano è il Venezuela di Maduro e l’enorme flusso di venezuelani che oltrepassano il confine e cercano rifugio in Colombia. Questo aspetto ha influenzato in qualche modo, le elezioni di ieri?

Si, sicuramente. Il Venezuela è un vicino di casa scomodo e incombente. Queste migliaia di venezuelani rappresentano un motivo di oggettiva preoccupazione. È comprensibile, inoltre, il timore da parte della popolazione nel cercare di intravedere quale sarà il futuro della Colombia. È opportuno ricordare che in Venezuela è in atto una guerra economica – e non un conflitto militare nel senso stretto e neanche una dittatura in stile XX secolo. I colombiani percepiscono, comunque, il rischio – e c’è il rischio – che i meccanismi della guerra economica in Venezuela coinvolgano anche i Paesi limitrofi, e la Colombia è uno di questi. E forse hanno già iniziato a farlo.  

Alla luce delle elezioni di ieri, considerando i risultati stimati e il prossimo appuntamento a maggio, come dovremo leggere la visita di Donald Trump in Colombia prevista per il mese di aprile?

Questa sarà, sicuramente, un’ulteriore variabile che genererà confusione. Trump vorrà esorcizzare il rischio di derive di sinistra. In realtà, il punto chiave è che oggi nessuno può controllare i voti, e le elezioni stesse sono sempre un punto interrogativo (soprattutto quelle in cui c’è un rapporto diretto con il candidato, le presidenziali in primis). Pertanto, Trump vorrà ricordare qual è l’alleato forte statunitense. Bisogna, però, capire anche nei prossimi giorni – chiaramente le urne sono ancora calde oggi – quale destra vuole Trump.

Considerando che la destra colombiana si presenta, ad oggi, abbastanza frammentata e non univoca, quale potrebbe essere il candidato favorito di Trump? È difficile per lui individuarne uno?  

Io credo che risulti gradito per molti motivi l’ex-ministro della Difesa, Juan Carlos Pinzon. È opportuno, a tal proposito, ricordare che Alvaro Uribe era il cane da guardia degli USA. Bisogna vedere se Duque possa avere la stessa funzione che un tempo aveva Uribe. Si deve, però, considerare la dimensione economica e la relativa problematica. Avvicinarsi a Trump significa avvicinarsi anche a una tendenza – come abbiamo visto con il Messico – a salvaguardare in primo luogo l’interesse americano, piuttosto che favorire zone di libero scambio. Questa considerazione potrebbe causare anche un irrigidimento colombiano, come è accaduto con il Messico. Quest’ultimo – dal punto di vista governativo – è sempre stato vicino agli USA, ma ultimamente si trova ai ferri corti con l’ingombrante vicino, in virtù del cambio presidenziale. In Colombia, oggi, ci sono tante destre, bisogna vedere se troveranno un accordo, e se la sinistra riuscirà a riaccumulare tutte le forze, o se rimarrà un’opposizione sconfitta, come ultimamente sta capitando in America Latina. Sarà interessante osservare questa campagna primaverile per le presidenziali. Per ora la maggior parte delle cose sono in divenire.

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