venerdì, Luglio 1

Colombia: tanti climi, tante ricchezze field_506ffbaa4a8d4

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Quali sono i settori agroalimentari più importanti e quali sono le eccellenze? E dei vostri prodotti quali riescono ad avere uno sbocco per il commercio estero?

Sicuramente il trono del nostro agroalimentare è occupato dalla banana, di cui siamo il terzo Paese esportatore al mondo. Vengono poi la uchuva, anche chiamata alchechengio peruviano, e il caffè, che rimane una delle nostre eccellenze, soprattutto grazie alla particolarità di una produzione che si svolge ancora a mano e in zone collinari. Il particolare caffè ottenuto con i nostri metodi tradizionali, il mas suave del mondo diciamo noi, fa si che i nostri raccolti siano molto ricercati per la miscelazione con altre cultivar. Questo per quanto riguarda l’export, ma per noi è molto importante far conoscere tramite Expo tutta una serie di alimenti fin qui destinati al consumo interno, ma che nei piani del Governo un domani potranno varcare la frontiera: in grande espansione è infatti la nostra industria dei latticini e la zootecnia; nonostante la vicinanza con Uruguay e Argentina, grandi produttori di carne, già oggi la Colombia ha raggiunto l’indipendenza alimentare in questo settore. Un’autosufficienza che invece non abbiamo ancora per quanto riguarda cereali e riso, che importiamo dall’estero.

 

Tra i prodotti non alimentari, svetta a sorpresa la floricoltura. Ci parli di questa eccellenza sconosciuta all’opinione pubblica italiana…

E qui ritorna l’importanza che l’Expo milanese sta avendo per noi come strumento di diffusione di conoscenza: la floricoltura rappresenta infatti l’ultima grande rivoluzione dell’agricoltura colombiana, a partire dagli anni ’70. Pochi sanno che oggi siamo il secondo produttore di fiori al mondo, superati solo dall’Olanda, con 7200 ettari dedicati e un export che tocca circa 80 Paesi, con Stati Uniti, Ue e Russia principali compratori. Tra le varie specie coltivate, spiccano soprattutto le rose e i garofani. È un mercato dal grande potenziale, tanto che Asocolflores, associazione che riunisce i produttori, sta promuovendo gli investimenti in Europa, che già oggi è il nostro quarto cliente a livello globale.

 

Il Padiglione colombiano presenta un concept molto originale, focalizzato sui diversi climi del Paese. Come si riflette questa grande diversità geografica sulla vostra agricoltura?

La conseguenza principale è un vantaggio in termini di consumi: sulle nostre tavole arrivano infatti alimenti diversi un po’ per tutto l’anno, diluendo al massimo il concetto di frutta e verdura di stagione. E poi questa diversità dà luogo a coltivazioni molto ben connotati a livello territoriale, come ad esempio le coltivazioni di patata. Questo tubero è presente in gran parte della cucina colombiana e la gran parte della produzione avviene nelle zone montane, oltre i due mila metri.

 

Questo per quanto riguarda i vantaggi della varietà climatica; ma tutto ciò non comporta anche problemi in agricoltura, come ad esempio la desertificazione?

Ci sono zone aride, a nord nella regione mineraria della Guajira, anche se non come risultato di abusi legati all’attività umana. Invece, eventuali difficoltà ambientali per il nostro Paese arrivano dalle oscillazioni di due fenomeni globali come il Niňo e la Niňa, le correnti oceaniche in grado di influenzare la temperatura media del pianeta. Per esempio, il 2015 è stato in Colombia un anno scarsamente piovoso proprio per il comportamento del Niňo, una situazione che ha avuto conseguenze importanti sulla produzione e sul costo del cibo. Ed è qui che si concentrano gli sforzi del governo: nell’aumento delle importazioni quando la produzione locale subisce una contrazione.

 

Esistono altri programmi governativi per cambiare il volto dell’agricoltura colombiana?

Il progetto più ambizioso è senza dubbio un pacchetto legislativo volto a limitare al massimo la concentrazione delle terre nelle mani di pochi produttori, anche se l’epoca dei grandi latifondisti in Colombia è finita da un pezzo. Ad esempio su tutti i terreni riguadagnati grazie all’avanzamento dei processi di pace con le Farc vige un vincolo massimo di mille ettari per proprietario. Si tratta di provvedimenti pensati per evitare l’arrivo indiscriminato di multinazionali ed evitare conseguenze ambientali. In Colombia infatti tutte le attività del Ministero dell’Agricoltura sono interconnesse con il Ministero dell’Ambiente, a riprova di questa crescente sensibilità.

 

Come sono i rapporti con le Nazioni vicine riguardo all’import-export agroalimentare? Quanto siete legati al vicino ed enorme mercato Usa?

Abbiamo firmato un trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, in cui ovviamente tutta la parte sull’agroalimentare ha richiesto particolare attenzione e alcune limitazioni, per evitare un’invasione di prodotti Usa. Alcune persone considerano un errore questa apertura, ma l’opinione del Governo è che questo trattato rappresenterà una spinta a essere più efficienti e a produrre merci di qualità superiore, in grado di difendersi dalle importazioni proprio in virtù del loro valore intrinseco. Per quanto riguarda i rapporti con i vicini sudamericani, un partner storico è sicuramente il Venezuela, per tanti anni il secondo mercato per il nostro export dopo gli Stati Uniti. Oggi però la crisi finanziaria che Caracas sta vivendo col crollo delle quotazioni di petrolio potrebbe rappresentare un problema dal punto di vista dei pagamenti: la Colombia è infatti un produttore petrolifero, e quindi uno scambio cibo per petrolio ci vede poco interessati. Un’altra importante frontiera fisica e commerciale è quella con l’Ecuador. In entrata invece abbiamo molti controlli fitosanitari sui prodotti in arrivo dal Brasile o dall’Argentina, come cereali o zucchero.

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