mercoledì, Ottobre 20

Colombia, stabilizzazione solo all’inizio field_506ffb1d3dbe2

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Il 23 giugno 2016 è una data che senza dubbio entrerà nei libri di storia contemporanea. Poco più di tre settimane fa, infatti, il Presidente della Colombia Juan Manuel Santos e il capo delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), Rodrigo Londoño Echeverri, meglio conosciuto con il suo nome di battaglia Timochenko, si sono scambiati una poderosa stretta di mano per suggellare il tanto agognato accordo di pace. La pace firmata all’Avana pone fine ad un conflitto durato più di mezzo secolo (la guerra civile più lunga della storia), tanto cruento da produrre 260mila morti (di cui quasi la metà tra i civili), 45mila desaparecidos e 6,9 milioni di sfollati e che ha creato un terreno molto fertile per l’espansione del narcotraffico.

Ai lavori e alla conseguente firma dell’accordo hanno assistito personalmente, oltre ai rappresentanti del Governo colombiano e delle FARC, anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, il Segretario di Stato americano John Kerry, il Presidente di Cuba Raul Castro, il ministro degli Esteri norvegese Børge Brende in rappresentanza dei paesi mediatori, il presidente del Venezuela Nicolás Maduro e la presidente del Cile Michelle Bachelet. La presenza delle Nazioni Unite si è rivelata fondamentale in quanto questa organizzazione si è impegnata a inviare 400 osservatori per monitorare il processo di disarmo. Le armi, sia pesanti che leggere, saranno infatti consegnate proprio all’ONU entro 60 giorni dall’inizio del processo.

Ciò che ha reso possibile la firma di questa pace è stato il fatto che per la prima volta non ci si è concentrati soltanto sul tema del disarmo, dei risarcimenti delle vittime o della partecipazione politica degli ex guerriglieri (che restano comunque temi molto pesanti nell’accordo), ma anche sul futuro economico e sociale del Paese, tema che fino a qualche mese fa non sembrava essere entrato nelle trattative. Certamente il processo di normalizzazione di un Paese che esce da un conflitto tanto lungo e cruento non sarà semplice e tantomeno immediato. Per questi motivi sono state individuate delle fasi da rispettare.

Il problema infatti non è dovuto solo alla presenza di armi e di coltivazioni di coca, che comunque andranno sostituite con prodotti leciti. Uno dei grandi temi è legato alla riabilitazione e il reintegro di tutti quei guerriglieri che hanno vissuto la loro vita in zone remote e rurali della Colombia, senza avere contatti con la popolazione civile e capaci di fare soltanto ciò per cui sono stati addestrati e che hanno fatto per tutta la vita: combattere. Molte di queste persone, infatti, sono nate e cresciute nel bel mezzo del conflitto e non conoscono nient’altro che la guerra e le tecniche di guerriglia. Il reintegro di questi individui sarà tutt’altro che facile, senza contare il fatto che la popolazione civile potrebbe non reagire positivamente all’idea di accogliere nel proprio tessuto sociale persone che fino a pochi mesi fa terrorizzavano, rapivano e uccidevano i civili.

Ad ogni modo con gli accordi si è cercato di dare una risposta a queste problematiche in primo luogo prevedendo il tempo massimo per il disarmo, come già detto corrispondente a 60 giorni. In seguito gli ex guerriglieri confluiranno in 23 ‘zone transitorie di normalizzazione’ sparse per il Paese e dedicate a quei combattenti che negli ultimi tempi avevano già cominciato ad avvicinarsi alla vita civile, operando vicino ai grandi centri abitati. Ulteriori 8 ‘punti di raccolta’ verranno poi allestiti per accogliere i guerriglieri che operavano nelle zone più remote rimasti isolati dal mondo civile per molti anni, se non per tutta la vita. In questi luoghi gli ex militanti delle FARC si abitueranno a vivere disarmati e senza divisa, rispettando le leggi ordinarie della Colombia.

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