mercoledì, Dicembre 1

Colombia, possibile la pace stabile Intervista a Alessandro Politi sulla "buona strada intrapresa" dai negoziatori FARC e Governo

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Un altro problema a cui va incontro la Colombia è quello delle altre formazioni paramilitari presenti sul territorio, tra cui in particolare l’Ejército de Liberación Nacional, ELN. La presenza di queste milizie potrebbe rendere vani gli sforzi di questi tre anni per giungere alla pace?

Questa è una domanda a cui è estremamente difficile rispondere perché la ELN sa benissimo di essere una componente meno forte delle FARC, ma è altrettanto interessata a essere coinvolta in un negoziato di pace. Il guaio è che questo tipo di negoziati paralleli va condotto con estrema attenzione in modo da non creare interferenze. Realisticamente si potrebbe immaginare che l’ELN non voglia ricorrere alla violenza, a meno di non dover sottolineare una necessità di accelerare o iniziare in modo serio i negoziati, o per problemi squisitamente locali. Queste, però, sono dinamiche non facilmente prevedibili perché le forze guerrigliere non sono monolitiche, ma hanno una certa frammentazione interna e anche una certa autonomia di azione tra i vari gruppi di combattimento, questo è un fattore di complicazione. E’ però anche chiaro all’ELN che i successi dei negoziati con le FARC non è che non riguardino anche l’ELN; il problema maggiore è un negoziato formale, ma da un punto di vista sostanziale è abbastanza difficile immaginare delle posizioni negoziali molto diverse tra le due formazioni di guerriglia, che si sono spesso poi impegnate anche sul piano del narcotraffico.

 

Il tema della giustizia è stato più volte al centro dei dibattiti per la pace, ma l’impressione è che essa non avrà molto spazio nel processo di transizione. Gli ex guerriglieri, infatti, hanno ottenuto l’accordo per la partecipazione politica oltre ad un’amnistia. La carenza di giustizia, secondo lei, potrebbe creare nuove e pericolose tensioni tra la popolazione?

Mi sembra molto felice la coincidenza che questa intervista avvenga all’indomani del 25 aprile in Italia, perché la domanda è valida allora come ora ed è sempre altamente politica. Il tema non è una meccanica alternativa tra pace e giustizia, ma la più concreta domanda di quanta giustizia è necessaria per rendere credibile il processo di pace, e di quanta giustizia rischi di uccidere la dinamica di pace. Vorrei ricordare che fino al ’48 il Ministro della Giustizia italiano è stato Palmiro Togliatti, cioè l’esponente principale della resistenza organizzata in formazioni comuniste. Se si vanno a guardare gli atti processuali, si vedrà che alcune condanne esemplari ci sono state, ma molte altre sono state gestite con criteri chiaramente politici. L’Armadio della vergogna sui crimini di guerra commessi dalle forze tedesche in Italia non è un caso, è un’ulteriore scelta nel dilemma tra pace e giustizia nel senso più ampio. Questa è una domanda squisitamente politica, che spero trovi la sua risposta adeguata. Bisogna, però, capire che l’Italia, anche se molti non lo sanno, in questo senso è stata un’apripista, ma tutti i processi di uscita dalle dittature in America Latina sono stati gestiti esattamente secondo questi criteri politici. C’è quindi bisogno di trovare un punto di equilibrio, e ogni Paese deve faticosamente trovarlo. Una cosa è altrettanto certa: è necessario ricomporre un quadro di ascolto di tutte le vittime in nome dei diritti universali dell’uomo, perché altrimenti le possibilità di vendette private sono piuttosto certe. Questo tipo di processo è quello che ha permesso in Sudafrica di non avere fino ad ora alcun bagno di sangue tra i neri che hanno raggiunto la maggioranza e la tribù bianca che ha abbandonato il potere dell’apartheid. Quindi ognuno ha naturalmente il suo ruolo, le ONG hanno spesso il ruolo di ricordare le esigenze di giustizia delle vittime, che è un ruolo sostanziale, però bisogna capire che l’assoluto non è quello che serve nei negoziati di pace, che sono sempre una scommessa. La pace non si misura da una firma, ma dopo un decennio, se non addirittura un quarto di secolo, dalla sua firma.

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