lunedì, Giugno 14

Colombia, possibile la pace stabile Intervista a Alessandro Politi sulla "buona strada intrapresa" dai negoziatori FARC e Governo

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I negoziati di pace in Colombia, che si prevedeva sarebbero finiti il 23 marzo di quest’anno, non sono ancora terminati. Il Presidente Juan Manuel Santos resta comunque ottimista e determinato a portare a termine questo processo entro la fine del 2016. Esistono ancora alcuni temi di disaccordo, ma la volontà di entrambe le parti in causa sembra quella di riuscire nell’impresa della firma di una pace condivisa. Le ultime fasi dei negoziati sembrano quindi cruciali e, in seguito alla firma, bisognerà passare all’azione per mettere in pratica le decisioni prese.

Per fare il punto della situazione su un processo tanto importante abbiamo parlato con Alessandro Politi, analista politico e strategico e Direttore della NATO Defense College Foundation.

 

La pace tra Governo colombiano e FARC non è stata firmata entro le tempistiche stabilite causa  alcuni argomenti di disaccordo, per esempio per quanto riguarda il denaro che si sostiene che le FARC possiedano, o per le concessioni petrolifere date in zone turistiche della Colombia da parte del Governo e che le FARC denunciano come dannose per il Paese. A suo parere, il processo di pace sarà ancora molto lungo o si giungerà alla firma, come sostiene Santos, entro l’anno?

Innanzitutto vorrei premettere che quello che dico lo dico come Direttore di una fondazione privata, anche se si chiama NATO Defense College Foundation. Quindi si tratta di considerazioni di carattere analitico, ma che non hanno nessuna intenzione di avere un valore nemmeno lontanamente politico. Ciò detto, il processo di pace si sapeva fin dall’inizio che sarebbe stato complesso. Non bisogna dimenticare che questo processo in realtà sta per chiudere un secolo di violenza politica in Colombia; tutti pensano alle FARC, ma, in realtà, bisogna risalire alla pequeña e alla grande ‘violencia’, quindi stiamo parlando di più di un secolo di gestione violenta della politica colombiana. Con delle fratture sociali profondissime che questo processo di pace deve affrontare, e anche con delle false partenze, perché ci sono stati già dei processi di pace, che si sono, però, conclusi con l’eliminazione fisica dei leader di una delle parti che aveva aderito a disarmare. Non solo, c’è stato un processo di pace con le cosiddette Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) che si è concluso con risultati numericamente buoni, ma che qualitativamente hanno posto il problema delle bande criminali (BACRIM). Quindi non bisogna stupirsi che, in primo luogo, ci siano questioni delicatissime che vengono affrontate, anzi, il fatto che vengano affrontate è già un grandissimo successo, perché significa che nel corso molto rapido rispetto al secolo di violenze, i negoziatori delle FARC cominciano a sentirsi parte integrante di una comunità politica a livello nazionale. Quello che, probabilmente, nella difficoltà e nella pesantezza del processo di pace colombiano sfugge a chi sta dentro, ma che da fuori è chiaro, è che ci sono dei temi che sono quasi precostituenti, o comunque che toccano le fondamenta dell’organizzazione politico-sociale della Colombia, tra cui la riforma agraria. Quindi, il fatto che tutto questo stia accadendo è di fondamentale importanza. Se il Presidente Santos ha rimandato da marzo a fine anno la previsione della firma dei negoziati non significa che i negoziati sono irrealistici, ma che sono realisticamente complessi. Questo è uno sforzo che sicuramente i vicini, intesi come le Americhe e in senso lato tutte le comunità delle Nazioni dell’ONU, non possono che auspicare che finisca bene, in modo duraturo e senza i problemi che altre volte ci sono stati.

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