lunedì, Agosto 15

Colombia: il possibile riaffaccio della sinistra latinoamericana Gustavo Petro si giocherà la presidenza il prossimo 19 giugno, la battaglia sarà durissima, se vince sarà il primo Presidente di sinistra del Paese e sarà un viatico per il ritorno della sinistra nel subcontinente

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Due candidati anti-establishment, Gustavo Petro (del El Pacto Histórico), di sinistra, e Rodolfo Hernández, un populista di destra (della Liga de Gobernantes Anticorrupción), hanno vinto il primo turno di elezioni presidenziali in Colombia, che si sono tenute domenica 29 maggio, e alle quali hanno partecipato circa 21milioni di persone. Petro ha ottenuto circa il 40,34%, Hernández il 28,18%. I due si sfideranno nel ballottaggio previsto per il 19 giugno.

Il risultato di Petro era largamente previsto, quello di Hernández no, al ballottaggio si riteneva andasse Federico Gutiérrez, rappresentante dell’establishment conservatore del Paese. Hernández ha ha battuto Gutiérrez (che si presentava per Equipo por Colombia) che ha raccolto il 23,87%. Così, il 19 giugno si sfideranno due candidati anti-sistema che hanno messo fuori gioco la classe politica colombiana, e insieme il conservatorismo che ha sempre distinto il Paese.

Una vittoria, la loro, che rappresenta «un colpo sbalorditivo alla classe politica conservatrice dominante della Colombia», commenta ‘The New York Times‘. Il 19 giugno in gioco ci sarà «il modello economico del Paese, la sua integrità democratica e i mezzi di sussistenza di milioni di persone spinte nella povertà durante la pandemia». In gioco c’è anche un pezzo di futuro della sinistra in America Latina.
«L’inaspettata vittoria al secondo posto di Hernández mostra una Nazione affamata di eleggere chiunque non sia rappresentante dai principali leader conservatori del Paese», prosegue ‘The New York Times‘. «Questo è un voto contro Duque, contro la classe politica», ha detto al quotidiano newyorchese Daniel García-Peña, politologo colombiano, riferendosi all’attuale Presidente, Iván Duque, particolarmente disistimato dai colombiani. Hernández, secondoEl Pais‘, è lo ‘specchio di Trump in Colombia’.
Gli osservatori esterni definiscono quella avviata ieri come la ‘transizione colombiana verso una politica più polarizzata’.
Così, la domanda che nei prossimi giorni c’è da ritenere si imporrà è: quello che sta andando in scena è solo una parentesi populista o c’è dell’altro? Magari i segnali di una sinistra che si sta riaffermando?

L’unica cosa che appare certa è, per dirla con la ‘BCC‘ che: «La più antica classe dirigente dell’emisfero, la stessa sopravvissuta nei secoli in quella Nazione sudamericana, dovrà ora adattarsi a un ruolo diverso e inevitabilmente sminuito».

È la prima volta che la sinistra vince un’elezione presidenziale in Colombia, «ma la vittoria non ha aiutato il candidato Gustavo Petro a dichiararsi vincitore al primo turno e dovrà affrontare la peggiore delle sue opzioni, il populista Rodolfo Hernández, nel ballottaggio», afferma ‘Efe‘. L’agenzia parla di una «delusione palpabile», tra i sostenitori di Petro,visto che l’aspettativa era per la vittoria al primo turno. Ma probabilmente era troppo attendersi una vittoria secca al primo turno.
Prima del voto, i ragionamenti erano molto più pacati e realisti. La vittoria di Petro era considerata, da uno dei massimi politologi colombiani, Juan Carlos Rodríguez, docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Universidad de los Andes e membro dell’Osservatorio della democrazia della stessa Università -un centro di ricerca accademico sull’opinione pubblica e il comportamento politico e sociale-, probabile perchè il suo partito, El Pacto Histórico, «rappresenta simbolicamente tutto ciò percui si è manifestato nelle strade negli ultimi anni», ed è l’opzione per il«cambiamento» del Paese.
E dopo la vittoria -se il 19 giugno, come si prevede, vincerà- la sua, prevede il politologo, non sarà una passeggiata. Tra le difficoltà di fondo: il rapporto con le Forze armate, che sono «altamente ideologizzate, in termini di guerra fredda, moltoanticomuniste, ‘anti-sinistra. Il governo di Juan Manuel Santos è riuscito in qualche modo ad avere una leadership militare che ha sostenuto il processo di pace. Ma quella cupola fu rimossa dal governo di Duque e vi fece entrare tutti i ‘troperos’, come si dice qui. Sarebbe interessante recuperare quelle forze militari che potrebbero avere uno spirito più democratico. In ogni caso, penso che sarà uno dei punti più difficili per un governo Petro». E un rapporto «complicato» tra governo e militari, non è mai di buono auspicio in Paesi come quelli dell’America Latina. «Oserei dire che non c’è niente come un colpo di Stato militare all’orizzonte», assicura il politologo, «ma immagino relazioni molto difficili, a causa dei tentativi che le forze militari potrebbero avere per silurare il governo Petro. Petro dovrebbe cercare quegli elementi militari che hanno un aspetto meno da cavernicolo e da Guerra Fredda».

Altro grosso problema che Petro si troverà a dover affrontare è quello della violenza politica che vede protagonisti gruppi di estrema destra ritenuti affiliati al narcotraffico, gruppi narco-paramilitari. Una violenza che ha provato attaccare lo stesso Petro e la candidata alla vicepresidenza Francia Márquez Mina, nota attivista ambientale, recentemente denunciata in un dettagliato rapportodi ‘The Intercept‘.

Quando i sondaggi davano in crescita Hernández, il politologo ha spiegato che posto che la gente vuole un ‘cambiamento, Petro e Hernández «in qualche modo lo rappresentano, in un modo diverso, ma rappresentano quel cambiamento. Penso che questa crescita di Rodolfo Hernández si possa spiegare con questo, è il più outsider dei politici».
«In Colombia non c’è stata un’esplosione come in Cile, ma ci sono state manifestazioni molto importanti negli ultimi tre anni e Petro è riuscito a incanalarle. È un movimento che non ha origine dalla classe politica tradizionale e dalle élite economiche tradizionali. In qualche modo, lo rappresenta senza aver partecipato direttamente alla mobilitazione. Ciò che il Patto Storico simboleggia in termini di cambiamento è ciò che finirà per portare Petro alla Presidenza».
Il primo governo di sinistra del Paese si è detto farà paura al mondo degli affari. Secondo …. non è esattamente così. «Petro ha avuto incontri con imprenditori e con settori dei sindacati produttivi. Tuttavia, l’immagine che è stata proiettata è quella di una comunità imprenditoriale terrorizzata dall’arrivo di Petro. In alcune attività ci sono contratti che si chiamano ‘clausola Petro’, dicendo che se Petro raggiunge il governo l’affare non è fatto. Ma penso che sia molto più rumore che contenuto. Penso che Petro sia stato pragmatico nell’avvicinarsi ad alcuni settori della comunità imprenditoriale per rassicurarli, e penso che in qualche modo sia stato efficace». La minaccia paventata da settori della destra che vengano meno gli investimenti e che le grandi aziende lasceranno il Paese, «non credo accadrà. Anche gli imprenditori sono pragmatici e in qualche modo si adatteranno. Sono più pragmatici dei militari, che sono più ideologizzati».

Per quanto riguarda la politica estera, Juan Carlos Rodríguez afferma: «La Colombia ha perso la leadership nella regione, in parte a causa dell’idea di rompere le relazioni con il Venezuela e di allontanarsi in qualche modo da determinati spazi multilaterali. La politica estera di Duque è stata disastrosa. Non si è visto molto quali siano le idee di Petro in termini di politica estera. Ma immagino che nelle relazioni con gli Stati Uniti, che è una questione importante in Colombia», possa approfittare del fatto che alla Casa Bianca c’è Biden. Una svolta che «può aiutare in qualche modo le relazioni petrolifere con gli Stati Uniti. È possibile che stia cercando di cercare alleanze con governi collegati come quello di Gabriel Boric in Cile, ma non è nemmeno molto chiaro, perché la politica estera non è stata un problema nella campagna».
E proprio richiamando Boric, il Cile, il politologo spiega la dissonanza che qui emerge tra le due sinistre: Boric ha dovuto gestire certe ansie di sinistra, Petro, nell’affrontare e gestire queste aspettative, deve tenere conto che il settore sociale è molto disorganizzato. «Non ci sono sindacati forti qui, tranne forse il sindacato degli insegnanti, e molti sostenitori del Petro non si sentono rappresentati né nei sindacati, né nei movimenti sociali. Sono settori molto meno organici e ciò renderà difficile, in qualche modo, gestire le aspettative. Resta da vedere quanto durerà il valore simbolico dell’arrivo, che è ciò che susciterà un diffuso entusiasmo, e quanto di questo si potrà capitalizzare per tradurlo in proposte e programmi più concreti. Petro ha una storia da sovrano che non costruisce molto bene le squadre, ha sempre avuto difficoltà. Quando era sindaco di Bogotá, molti dei suoi funzionari si sono dimessi molto rapidamente, in parte a causa della sua personalità complicata. Penso che dipenderà molto da chi si circonderà e da come gestirà quella squadra, ma il track record non è molto promettente».

Che Petro arrivasse al ballottaggio lo si dava per scontato, ma «una vittoria definitiva presupporrebbe un cambio di paradigma: il possibile arrivo della sinistra al potere in Colombia costituirebbe un fatto storico», affermano gli osservatori. «Nella nazione andina, i governi di maggioranza di destra e persino di estrema destra si sono succeduti per decenni. “La sinistra è sempre stata marginale, a differenza di altri Paesi del Cono meridionale, che hanno una tradizione di sinistra con maggiore successo elettorale”», spiega, a ‘France 24‘, Miguel García, professore di Scienze Politiche all’Universidad de los Andes. «Tuttavia, negli ultimi anni la sinistra ha guadagnato forza nel Paese. La scommessa di Petro è stata sostenuta soprattutto dai giovani colombiani, che chiedono cambiamenti e un miglioramento delle condizioni di vita. In effetti, quella richiesta è stata gridata per mesi l’anno scorso nelle strade della Colombia, durante uno sciopero nazionale senza precedenti». I giovani, sottolinea Garcia, hanno fatto la differenza. «I giovani sono un elemento demografico chiave per Gustavo Petro, che ha quasi il 50% di sostegno tra gli elettori in quella fascia di età. La sinistra ha guidato sistematicamente i sondaggi per le sue promessedi ridistribuire le pensioni, offrire un’università pubblica gratuita e cambiare quelli che, secondo la sinistra, sono secoli di profonda disuguaglianza».
La vittoria di Petro, significherebbe, secondo Miguel García, «il trionfo di un discorso fortemente critico nei confronti delle strutture che hanno tradizionalmente governato la Colombia. Il trionfo anche della disapprovazione verso una società basata su molte disuguaglianze e gerarchie simboliche».

Gli analisti di ‘World Politics Review‘, all’inizio dell’anno avvisavano: «la sinistra della regione mostra segni di ripresa». Non sarà il ritorno della ‘marea rosa’ dei governi di sinistra che sono saliti al potere in tutto il Sud America all’inizio degli anni 2000, ma certamente qualcosa di molto interessante sta accadendo in America Latina, anche se non è certamente sostenibile che il conservatorismo stia avendo battute d’arresto importanti.
Gli analisti WPR mettono in fila i fatti. «Nelle elezioni presidenziali argentine dell’ottobre 2019, il candidato peronista di sinistra moderata, Alberto Fernandez, ha estromesso l’incumbent favorevole al mercato, Mauricio Macri, le cui misure di austerità e pesanti prestiti hanno innescato una crisi economica che gli è costata la presidenza». Mentre questo accadeva, in Colombia sono scoppiate violente proteste contro la crescente brutalità della Polizia sotto il Presidente della legge e dell’ordine Ivan Duque. Manifestazioni alle quali abbiamo detto essere funzionale e consequenziale proprio Petro. «E sia l’Ecuador che il Cile hanno assistito a massicce manifestazioni che hanno costretto il governo dell’Ecuador a fare marcia indietro sulle misure di austerità e sfidato il modello economico neoliberista di lunga data del Cile. Nell’ottobre 2020,la Bolivia ha riportato al potere il Movimiento al Socialismo-MASo nelle prime elezioni presidenziali da quando Evo Morales è stato estromesso e l‘anno scorso Pedro Castillo, un insegnante di estrema sinistra senza precedenti esperienze come funzionario eletto, ha vinto le elezioni presidenziali del Perù. E più recentemente, Gabriel Boric, un ex leader delle proteste studentesche e legislatore di sinistra, è diventato il presidente più giovane nella storia del Cile, dopo essere entrato in carica all’inizio di questo mese».
La destra resta al potere in Brasile, con Jair Bolsonaro, eletto nel 2018. Il conservatore Guillermo Lasso ha vinto le elezioni presidenziali inEcuador. Il Venezuela, la rivoluzione bolivariana, iniziata sotto l’ex Presidente Hugo Chavez si è trasformata in un disastro economico e umanitario sotto il suo successore, Nicolas Maduro.
Insomma, i governi di destra e di centro-destra ora controllano Brasile, Colombia, Ecuador, Uruguaye Paraguay.
Boric, secondo alcuni analisti, rappresenta unanuova sinistra‘, che unisce una visione progressista con una volontà pragmatica al compromesso.

«In parte una reazione agli anni del governo di sinistra, l’ascesa della destra è stata anche alimentata dall’emergere di gravi scandali di corruzione che hanno contaminato politici e partiti in tutta la regione. Ma la sinistra ha dimostrato resilienza come forza politica».

Una prova di verifica circa la resilienza della sinistra latinoamericana, e circa la reale possibilità di un suo riaffaccio nel subcontinente, saranno le elezioni dell’autunno in Brasile.
All’inizio di questo mese, Luiz Inácio Lula da Silva,ha annunciato ufficialmente, a San Paolo, davanti a 4.000 sostenitori, la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2 ottobre (eventuale ballottaggio il 30 ottobre), nelle quali sfiderà l’attuale Pesidente brasiliano Jair Bolsonaro, la cui presidenza è stata definita da Lula ‘irresponsabile e criminale’.
Se anche il Brasile tornasse a sinistra, sarebbe un segnale inconvertibile che la sinistra è tornata. Altro discorso sarà capire se si tratta di una sinistra di protesta o di una sinistra di progetto.

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