mercoledì, Aprile 21

Colombia, dopo Cuba il disgelo si estende Presentata risoluzione all’ONU per approvazione Palestina

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La decisione della distensione tra Cuba e Stati Uniti non è stata l’unica notizia che ha allietato i cubani e l’America Latina: dal 20 dicembre partirà definitivamente il cessate il fuoco delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Oltre 220mila morti in 50 anni di guerra interna tra le fazioni che si contendevano il potere.

La svolta è da considerarsi epocale perché le Forze colombiane sono il gruppo armato più longevo del Sud America. L’organizzazione guerrigliera comunista di ispirazione marxista-leninista è stata fondata nel 1964, appena due anni dopo la decisione del governo statunitense di John Kennedy di porre l’isola cubana sotto embargo, chiudendo così a quel 74% di esportazioni e 65% di importazioni dell’isola. Le due faccende, sottilmente collegate sin dall’inizio arrivano a un traguardo comune che per fortuna ha il risvolto positivo auspicato dalla comunità internazionale se non da gran parte degli abitanti dei due stati. Il 19 novembre del 2012 le FARC hanno intrapreso i primi tentativi di riappacificazione col governo colombiano all’Avana, dopo aver partecipato alla conferenza stampa inaugurale dei dialoghi di pace di Oslo il precedente 18 ottobre 2012.

Già tra il tra il 23 febbraio e il 26 agosto 2012, all’Avana Cuba, FARC e governo colombiano avevano preso parte ad un incontro esplorativo per valutare la possibilità di intraprendere dei dialoghi mirati all’ottenimento della fine del conflitto. Tra i due stati la collaborazione arrivava dal momento in cui l’ideologia sostenuta politicamente era simile. Secondo alcuni sondaggi svolti nello stesso anno il 72% della popolazione appoggiava e sosteneva il processo di pace, e solo il 33% riteneva possibile un’uscita dal conflitto per via militare. Nei cinquant’anni di guerriglie che hanno insanguinato la Colombia è stata la prima volta che si è assistito a una volontà di questo tipo. Arriva così, non a distanza di 2 anni ma a distanza di un solo giorno la decisione che apre alla pace nel nelle americhe del centro e del Sud.

La reazione per l’apertura di Cuba viene omaggiata, oltre che dal Papa – protagonista non diretto di questa grande storia- da Pechino che «appoggia la normalizzazione delle relazioni diplomatiche» tra la Grande Antilla e gli Stati Uniti e chiede che l’embargo abbia fine «il più presto possibile». Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Qin Gang, che ha anche promesso un sostengo economico a L’Avana in vista di mutamenti economici.

Un’altra notizia di pace arriva dal Medio Oriente che ha visto presentare oggi una risoluzione alle Nazioni Unite per chiedere il riconoscimento ufficiale da parte dei Paesi membri di quel travagliato e desiderato lembo di terra tra la Giordania e il Mediterraneo chiamato Palestina. La protagonista indiscussa in questo caso è proprio la casata Hassan che a quanto pare, a distanza di 50 anni esatti ha ufficializzato la propria richiesta al Consiglio di Sicurezza in rappresentanza di tutti i paesi arabi. «Una giusta, durevole e globale soluzione pacifica» al conflitto israelo-palestinese con un ritiro israeliano ai confini del 1967 entro il 2017. Queste le richieste poste “blu” su bianco da parte dei principi. Dopo che il Parlamento europeo a Strasburgo ha approvato la risoluzione, redatta da cinque gruppi politici, che sostiene il riconoscimento «in linea di principio» dello Stato di Palestina oltre all’eliminazione definitiva di Hamas dagli elenchi dei gruppi terroristici si avvicina inesorabile il tempo in cui il popolo palestinese potrà esultare alla propria patria. I tempi paiono essere piuttosto lunghi ma il primo passo è stato fatto. L’era di Israele e di Netanyahu subiscono un altro durissimo colpo in una sola settimana. Hareetz ha inoltre gravato sulla situazione con la pubblicazione di un sondaggio secondo cui il 53% degli israeliani non desidererebbe l’esponente del Likud nonché premier Benjamin Netanyahu, ormai completamente in discesa sul gradimento nazionale ma le alternative al partito conservatore Likud sembrano assenti.

In seguito alla decisione dell’Unione Europea di estendere alla Crimea i divieti di investimenti e il commercio con Sebastopoli – in risposta all’annessione della regione ucraina da parte della Russia – il capo del Cremlino Vladimir Putin ha tenuto quest’oggi una maxi conferenza stampa in diretta nazionale su 3 emittenti in cui ha risposto a 53 domande postegli da 38 cronisti, di cui 30 russi e 8 stranieri. In tutto erano accreditati all’evento oltre 1200 persone, tra stampa estera e nazionale. L‘occasione è l’annuale conferenza di fine anno; ciò che ha reso ancora più interessante l’evento è la coincidenza con la caduta in picchiata del Rublo russo, avvenuta in settimana. I toni non sono stati i più dolci ma sicuramente rassicuranti: ricapitalizzare le banche russe colpite dal crollo del rublo con una manovra sino a 13 miliardi di euro. I temi trattati hanno coinvolto anche l’Ucraina e la volontà di Putin di rispettare gli accordi di Minsk per la pace ma con la «concretezza» di Poroshenko, definito solo «bravo a parlare». Un Putin meno sereno delle precedenti conferenze, ad eccezione di qualche battuta. Al centro delle risposte un accento sulla Russofobia e un momento di paragone con la Germania: «Il muro di Berlino è crollato, ma si costruiscono nuovi muri nonostante i nostri tentativi di collaborare. L’espansione della Nato non è forse un muro, un muro virtuale?»

Un’altra giornata storica arriva anche per l’Afghanistan. Nelle ore del ritiro della Task Force Victor – che di vittoria ha probabilmente solo il nome – l’Unione europea ha deciso di estendere la missione della sua polizia Eupol dall’1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2016. Lo ha reso noto oggi la Rappresentanza comunitaria a Kabul. Per questi due nuovi anni di missione il Consiglio della Ue ha stanziato la somma di 58 milioni di euro relativamente alle spese previste solo per il prossimo anno.

In Pakistan, intanto, sulla scia dell’attentato terroristico alla scuola pubblica militare di Peshawar, l’esercito pachistano ha realizzato nelle ultime ore una ventina di raid aerei nei territori tribali nord-occidentali, ed in particolare nella Valle di Tirah, uccidendo 57 terroristi.

 

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