sabato, Aprile 17

Col coltello tra i denti Tanto lavoro, meriti riconosciuti davvero pochi, poi...

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mobbing macellaia

Mi so adattare in fretta, così nel supermercato mi utilizzano genericamente come addetta alle vendite e comincio a girare da un reparto all’altro, non rifiuto mai, sostituisco chi è assente, divento in fretta una specie di jolly sperando di ottenere un contratto a tempo indeterminato, dato che sono due anni che sto lavorando da precaria e ho fatto solo dieci giorni di ferie.

Finalmente arriva il momento dell’assunzione definitiva e dell’impiego stabile. Mi spostano al banco della macelleria, dove devo imparare a maneggiare i coltelli, con i quali non ho grande confidenza. C’è già un macellaio professionista e io lo osservo da vicino, cerco di non perdermi neanche un gesto, memorizzo, voglio diventare brava nel mio mestiere, nel mentre, però, sono costretta a fare i lavori più umili: la pulizia del piano, la raccolta dei rifiuti. Più do e più devo dare, mi sembra sempre non abbastanza, anche perché si approfitta della mia disponibilità. Alla sera sono sfinita, mi arrivano improvvisi attacchi di ansia, ce la farò? Il sonno va via, ma la mia testa è più dura del ferro non voglio mollare. Sempre immersa nella schifezza più totale a pulire celle frigorifere, pavimenti, forni, vetri, le mie ore di lavoro passano e non per imparare il lavoro di macellaia. Mi trovo tra due fuochi: il direttore del supermarket e il macellaio titolare che se la intendono alla perfezione, mi rendo conto che mi stanno sfruttando.

I colleghi vanno  in ferie, possono prendere permessi. Io no. A fine giornata sono stremata e anche confusa, il sonno non arriva. Dopo tre mesi così, crollo e il medico mi prescrive riposo per riprendere le forze. Al rientro trovo un nuovo superiore, una donna di origine africana dai modi dittatoriali: tutto deve essere perfetto, nulla si può discutere, lei pretende obbedienza cieca. Mi prende in simpatia, ma dura un attimo perché decido di iscrivermi a un sindacato ed ecco il suo voltafaccia, ma anche questo dura poco perché lei fa carriera e viene trasferita in un altro punto vendita con un incarico molto più prestigioso. Il supermercato dove sto io si svuota poco a poco, i clienti diminuiscono, le vendite registrano perdite continue. Continuano a negarmi le ferie, il perché è presto detto: il macellaio titolare ha diritto di assentarsi e io il dovere di sostituirlo quando non c’è e di aiutarlo quando c’è! Ho imparato a far bene il lavoro, solo disossare mi porta via un po’ di tempo in più, ma per il resto mi sento autonoma, anche se non sono in regola come macellaia e se non mi pagano le ore in più quando finisco il turno e proseguo sennò il banco chiude. Lo faccio soprattutto perché spero che qualcuno si accorga di me, che mi dia una possibilità di crescita, una gratifica, qualcosa che mi premi, insomma. Invece intorno a me c’è solo silenzio, allora comincio a farmi sentire io, a reclamare i miei diritti, a protestare per lo sfruttamento.

Cercano di tenermi buona, ma la tensione inizia a farsi sempre più pesante. Fortunatamente la mia vita privata va meglio di quella lavorativa, mi sposo dopo tre anni di convivenza, mio marito è un ex sindacalista, mi sorregge e incoraggia. Questa volta la licenza nessuno me la può negare e così lascio il banco per godermi la luna di miele. Torno in servizio rinfrancata e vengo promossa con qualifica di macellaia, ecco, penso, ce l’ho fatta! Mi prende un attimo di euforia, ma poi prevale la diffidenza, e dentro di me si apre una lotta: accantono subito i pensieri negativi, cerco di far spazio solo a quelli positivi. Intanto la routine prosegue, le mie ferie ancora non si vedono, ormai ne ho accumulate chissà quante. Una mattina vado per inviare un fax a un fornitore e lo sguardo si posa per caso poso su un documento dove la sede ordina di concedere le ferie a quelli di noi che ne hanno accumulate troppe. Spero che la mia domanda venga accettata, ma non succede niente. L’atmosfera si fa nervosa, sembra che tutto vada a rotoli. Il direttore bestemmia davanti ai clienti, sbatte bancali di legno in terra cercando di fare più rumore possibile, mentre il macellaio non si espone più di tanto e non si mette contro di lui, lo asseconda, senza fiatare.

Poi la situazione precipita. La macelleria nel punto vendita numero 2 va sempre peggio e mi sorprende che mi chiamino per chiedermi di risollevarne le sorti. Mi sento onorata, non riesco a crederci. Infatti non è vero, arrivo lì e scopro che la destinazione è il reparto gastronomia. All’inizio non protesto, mi fanno promesse che restano tali, finché un bel giorno la responsabile del personale mi contatta telefonicamente per dirmi che servo di nuovo dove ero prima, per sostituire il macellaio in ferie. Provo a rifiutare, ma inutilmente. Nel frattempo fisicamente troppo stanca e mentalmente sempre più disorientata, ricomincio a star male e a non dormire. Ne parlo col medico di tutta questa situazione e gli spiego che non posso mollare, non voglio mollare. Mi prescrive gli psicofarmaci. Finito di sostituire il macellaio, torno nell’altro punto vendita e nel mio ruolo di responsabile di macelleria. Il lavoro aumenta a dismisura perché il market vicino al nostro chiude e i clienti da noi raddoppiano. Il personale no. Rimaniamo quelli di prima e io subissata di cose da fare, senza pausa, senza fiato. Mi consolo solo pensando che almeno tra noi non ci sono problemi, siamo un bel gruppo, andiamo d’accordo. Inoltro un reclamo perché troppe le  ore di straordinario non retribuite. La risposta è sempre la stessa: aspettare.

Il sindacato nel quale sono tutt’ora  mi sceglie come delegata. Sappiamo tutti che i rappresentanti sindacali sono figure scomode per le aziende anche perché spostare un delegato diventa problematico. Mi faccio portavoce dei disagi degli altri e dei problemi nei punti vendita, vado agli incontri, ma, dopo una discussione col vicepresidente, le distanze si fanno nette, tutti i colleghi si schierano dalla parte dell’azienda. Mi accorgo che si sta formando un muro davanti a me. Mi rivolgo a un avvocato, gli spiego che sento puzza di bruciato. Mio marito segue tutti i miei passi, mi è di grande aiuto. Poi torna il ballo l’africana-dittatrice, si sente la padrona, è lei a prendere tutte le decisioni, mi chiama di qua e di là, sono il solito jolly. Questo mi fa molto male, ho momenti di sconforto. La direttrice continua ad approfittare: “qui comando io e si fa come dico io” usa ripetere. Cerco di spiegarle in che cosa consiste il mio lavoro, non posso farne un altro. La discussione si fa accesa. Le colleghe sentono tutto, lei le coinvolge a testimoniare. Dopo 15 giorni ricevo una lettera di richiamo, per insubordinazione. Rispondo, ma non chiedo scusa, anzi rivendico i miei diritti. Non mi puniscono, ma le pressioni psicologiche si fanno insopportabili. Lo stesso giorno della discussione mi si tolgono le chiavi del market. La direttrice non è sciocca, un giorno mi lascia sotto la pioggia senza aprirmi, ma subito dopo forse per timore che io possa coinvolgere il sindacato, mi restituisce le chiavi. Inizio a ricevere visite di controllo dai superiori, ogni quindici giorni, a scadenze regolari. E vedo le facce che sembrano dire: non va, non va. Stacco due settimane seguita sempre dal mio medico che mi aiuta a dosare i farmaci secondo i miei disturbi. Mi riprendo un po’, rientro al lavoro.

Una mattina del 2013 mi faccio male a un dito con l’affettatrice, la ferita è profonda devo andare al pronto soccorso. Mi devo fermare, aspettare di guarire. Nessuno telefona, solo la ragazza che mi ha aiutato al momento dell’infortunio. Non ce la faccio più, non posso più lavorare con una pressione del genere. Contatto il sindacato, chiedo all’ azienda un incontro, non succede niente. Iniziano lavori di ristrutturazione, la macelleria cambia, viene inserito il punto di disosso, ma io non ci posso stare, si dice che non lo so fare e si chiama un altro macellaio. Ora mi sta seguendo l’avvocato, ma io non so più chi sono e che ci sto a fare lì, come una schiava d’altri tempi, disprezzata e umiliata. Fa male, fa troppo male.   

 

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