venerdì, Gennaio 28

Cocoricò e droga, un caso politico Cocoricò

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La chiusura per quattro mesi della storica discoteca riminese Cocoricò, disposta dal questore della città romagnola Maurizio Improta dopo la morte per overdose di ecstasy di un ragazzo di 16 anni, è diventato un caso politico. Sull’argomento è intervenuto questa mattina il ministro dell’Interno Angelino Alfano. «Contro lo sballo che uccide adotteremo la tolleranza zero», dice al ‘Corriere della Sera’, «non possiamo rimanere a guardare i ragazzi distruggersi il cervello e rischiare la vita. Se non addirittura perderla». Un concetto che sarebbe anche condivisibile se la soluzione al problema non fosse rappresentata solo dalla chiusura dei locali ‘sospetti’ e dall’utilizzo della repressione poliziesca che sui giovani ottiene esattamente l’effetto contrario a quello desiderato. L’abuso potenzialmente mortale di sostanze esisterà sempre, almeno finché gli adolescenti non verranno educati alla consapevolezza di quali sono i comportamenti a rischio. Ma per il leader di NCD la sociologia può anche andare a farsi benedire perché lui continuerà «a prendere provvedimenti severi in materia di prevenzione e repressione» ritenendo che «i controlli a tappeto nei locali dove più alto è il rischio di spaccio siano la strategia più efficace».

Non sarebbe meglio organizzare corsi educativi nelle scuole per mettere un po’ di sale in zucca ai giovani che, ormai, al posto della testa si ritrovano uno smartphone? Evidentemente no per il cattolico oltranzista Alfano che sente «il dovere di seguire la linea dura». Una risposta intelligente ad Angelino arriva dal partito-meteora Italia Unica di Corrado Passera. «In totale assenza di una cultura educativa sul tema e di fronte alla leggerezza con cui si parla in Italia di droghe», scrivono in una nota i passeriani, «pensare che basti chiudere una discoteca perché i pusher si astengano da cercare nuove vittime è semplicistico, quasi si chiudessero le autostrade dopo un incidente mortale». Anche il ‘grillino espulso’ Tancredi Turco possiede la sua soluzione al problema. «Anziché chiudere le discoteche che creano lavoro», propone Turco, «il governo pensi piuttosto a istituire la figura dell’agente provocatore per bloccare lo smercio di stupefacenti nei locali notturni e non solo. Il Ministro Alfano farebbe bene ad essere meno demagogico nelle sue dichiarazioni e pensare a trovare soluzioni praticabili». Una mazzata libertaria contro Alfano, infine, arriva dal leghista Gianluca Pini. «Attaccare l’intero mondo delle discoteche a uso e consumo della propria propaganda politica», dice il deputato della Lega, «è un’operazione becera e dannosa. È sciacallaggio sulla pelle di migliaia di lavoratori seri e qualifica, ancora una volta, l’azione di un ministro dell’Interno con pericolose idee oscurantiste».

Da oggi va in scena il gran ballo delle poltrone in Rai, spartite nuovamente tra i partiti secondo la logica da manuale Cencelli contenuta nella legge Gasparri. La commissione di Vigilanza ha scelto 7 dei 9 membri del consiglio di amministrazione, agli altri due ci penserà domani il governo. A cercare di rompere l’ammuffito schema ci prova il M5S che ha votato, insieme a SEL, Carlo Freccero, ex direttore di Rai2, nemico giurato del centrodestra berlusconiano. Il PD, invece, incorona Guelfo Guelfi (renziano di nome e di fatto), Rita Borioni (!) e Franco Siddi (ex segretario FNSI). Non prima, però, di litigare sulla nomina di Ferruccio De Bortoli (ex direttore ‘Corriere della Sera’) proposto dalla minoranza Dem «contro la lottizzazione». Tocca al presidente Matteo Orfini liquidare quello che ormai è diventato un partito nel partito: «Abituati ad esercitare veti». In quota maggioranza, stavolta lato centrista, anche Paolo Messa (nomen omen). La destra, infine, deve accontentarsi di due sole caselle: il giornalista ‘da riporto’ di Arcore Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzuca (direttore de ‘Il Giorno’).

In attesa della direzione PD di venerdì prossimo, il ‘dossier Sud’ resta ancora sui tavoli delle segreterie dei partiti.  Se per la senatrice Dem Anna Finocchiaro la riunione dei vertici del partito non dovrà essere una «resa dei conti», quelli del M5S chiedono ufficialmente al governo di riferire in parlamento sulle tragiche condizioni del Mezzogiorno, alla luce del rapporto Svimez, che ha rappresentato «uno schiaffo fortissimo», accusano i grillini, «per il governo che si era addormentato e aveva totalmente dimenticato la questione meridionale». Anche la destra, nello specifico l’ex governatore campano Stefano Caldoro, tiene in caldo la sua ricetta per il rilancio della sua martoriata terra. «Non serve un piano straordinario per il Sud», lancia l’idea Caldoro, «ma un piano ordinario che assegni al Mezzogiorno le stesse risorse assegnate al Nord per garantire i diritti riconosciuti dalla Costituzione a tutti i cittadini». Praticamente un genio. Perché nessuno ci aveva pensato prima? A mischiare le carte ci provano anche da sinistra, con il dissidente Dem Alfredo D’Attorre che propone la discesa nel campo della politica dello scrittore Roberto Saviano che se «decidesse di passare dall’impegno civile all’impegno politico sarebbe una personalità di prim’ordine».

Giorno di frenetiche votazioni in Parlamento. A mezzogiorno in punto, o quasi, l’aula di Palazzo Madama, con 145 voti favorevoli e 97 contrari, consegna una delega in bianco al governo, cioè a Matteo Renzi, per riformare la Pubblica Amministrazione. Tra i punti fondamentali della riforma che verrà ci sono digitalizzazione, silenzio-assenso, autotutela, Conferenza dei servizi, delega su servizi locali e società partecipate, riforma della dirigenza. Di cosa si tratterà prova a spiegarcelo a parole sue Raffaele Volpi della Lega Nord. «La riforma della pubblica amministrazione è un grande libro dei sogni», accusa il salviniano, «in cui il governo enuncia la volontà di intervenire sui settori più disparati. Questo provvedimento sarebbe potuto essere un’opportunità di condivisione, invece si è ridotto alla solita delega in bianco al governo». Il grillino Gianluca Castaldi, invece, incolpa Renzi di voler fare un «regalo alle ecomafie» perché si è deciso di depotenziare il Corpo Forestale dello Stato. Ma il premier non si perde d’animo e chiude il discorso con il solito tweet provocatorio: «Un altro tassello: approvata la riforma PA #lavoltabuona un abbraccio agli amici gufi». Altra Camera, altro giro, altro voto, stavolta di fiducia. Quello sul fu dl Enti Locali, diventato legge a Montecitorio con 364 si e 185 no. Per i parlamentari M5S si tratta di un «piano criminoso contro i cittadini» architettato per distruggere la Sanità pubblica.

 

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